PistoiAmarcord, episodio 2: Valerio Amoroso

Il suo arrivo a dicembre risollevò i biancorossi. Il ricordo di ‘O Guerriero: «Pistoia uno dei pochi posti dove mi sono sentito a casa»

Lo chiameremo “Miracolo in via Fermi”, perché nella 34esima strada ci pensò Babbo Natale. Pure in questo caso, però, l’evento accade il giorno della Vigilia, anche se i tifosi di Pistoia dovettero attendere qualche giorno per vedere la magia all’opera. Prima di quel 24 dicembre 2014, chi tifa biancorosso era passato dall’estasi della prima stagione in A1 al pallido inizio di quella successiva.

Un roster completamente rifatto, con coach Paolo Moretti ancora alla guida e il solo Ariel Filloy già passato a Pistoia. L’avvio di stagione non è disastroso ma comunque preoccupante: 8 punti raccolti in 11 gare, con solo una vittoria nel fortino del PalaCarrara. La squadra stenta a decollare e ad entrare nelle grazie dei tifosi, con il più esperto Linton Johnson che, dopo l’ennesima sconfitta casalinga contro Avellino, se ne va a causa di dissapori con l’allenatore biancorosso. È qui che proprio coach Moretti prende il telefono e decide di portare a Pistoia lui, “O’ Guerriero” Valerio Amoroso.

L’IMPATTO CON PISTOIA

«Allora giocavo a Torino – inizia a raccontare Amoroso – Stavo molto bene lì, ma non andavo tanto d’accordo con l’allenatore: la mia storia con i coach è sempre stata travagliata», ride. «Ero contento di venire a Pistoia, seppur non la conoscessi molto come realtà. Ho visto subito che c’erano delle criticità: a me le situazioni di difficoltà sono sempre piaciute. Era praticamente Natale, quindi dopo il primo allenamento ho fatto subito una cena con alcuni giovani del roster, Filloy e pochi altri: davvero un bel modo di iniziare».

«Ero fermo da un mese e mezzo per dei problemi al ginocchio – prosegue – Appena arrivato, Vinicio Vignali e suo figlio mi hanno rimesso subito a posto, poi il lavoro è proseguito alla grande grazie al preparatore atletico Gianluca Mazzoncini. Tutte persone che sono diventate presto una famiglia, per me. Pistoia in generale lo è stata: dico sempre che, se non ci vieni, non puoi capire. Ricordo i sabato sera sulla Sala, dove ho stretto tante belle amicizie».

QUEL PIZZICO IN PIÙ

Quel che accade dopo l’arrivo in città, sul campo, è qualcosa di eccezionale. Da quel Pistoia-Pesaro del 29 dicembre, vinta dai biancorossi con un debordante 84-53, Amoroso prende per mano la squadra e la risolleva con la sua grinta in difesa, i rimbalzi e i canestri. Presto, in Curva Pistoia, compare uno striscione con la sua faccia incollata al corpo di uno spartano del film “300”. In forma scritta, un appello ai tifosi avversari, per farlo gasare ancora di più: «Vi prego, insultatelo».

«Non ricordo bene tutto, ma fu sicuramente una bella partita: di solito con Pesaro, dove sono stato e non mi sono trovato per niente bene, do il meglio di me – prosegue Amoroso – Sono davvero pochi i posti dove mi sono trovato bene: Pistoia è uno di quei pochi dove mi sono sentito a casa. Credo che, quando arrivi in una piazza del genere, il solo talento non basta. La gente si identifica nel tuo mettere tutto quello che hai in campo».

Guardando indietro, in effetti, non si può dire che quella squadra non avesse talento anche prima dell’arrivo di Amoroso. Ci giocavano atleti del calibro di Ariel Filloy e di Daniele Cinciarini (reduce da due grandi stagioni a Montegranaro), oltre agli americani CJ Williams, Langston Hall e Landon Milbourne. Ci volle effettivamente «quel pizzico in più», come lo definisce Valerio.

«Penso che la differenza, alla fine, l’abbia fatta l’esempio che ognuno di noi poteva dare al resto della squadra. Si creò un equilibrio tale che, quando un giocatore aveva la palla, gli altri riconoscevano che quello era il suo momento e che dopo sarebbe toccato a qualcun altro».

QUELLA PARTITA DURATA DUE SETTIMANE

Ci sono tante gare in cui il lungo campano è stato protagonista indiscusso con la maglia biancorossa: partite con diversi punti segnati e grandi numeri. Ma, interrogato, Amoroso non ha dubbi, ricordando la partita del 30 marzo 2015 contro Cantù: quella vinta all’overtime con il famoso tap-in di Tony Easley e dove si ritrovò a marcare niente poco di meno che Metta World Peace (al secolo Ron Artest), al suo debutto in Italia.

«A livello individuale non feci tantissimo – racconta – Ma non far segnare 30 punti ad un giocatore del genere fu una vera soddisfazione. Quella partita, per me, durò praticamente due settimane. Ci fu quella prima della gara, quando venne annunciato il suo arrivo e in cui i nostri tifosi diedero il loro meglio con sfottò di vario genere su di lui e i suoi vari nomi, mentre io, grazie anche a questo, mi sentivo sempre più carico all’idea di affrontarlo. Dopo la vittoria contro di loro, arrivata in quel modo, sentii e sentimmo di essere diventati degli eroi agli occhi della gente di Pistoia».

IL BIS MANCATO

Dopo una stagione dove era diventato l’idolo dei tifosi, in molti sperarono in una permanenza di Amoroso in via Fermi per la stagione successiva. Il giocatore stesso non nascose di voler restare, ma l’estate del 2015 portò importanti cambiamenti, con l’addio di Paolo Moretti e l’arrivo di Enzino Esposito sulla panchina biancorossa. Per l’ex Roseto le porte di via Fermi, allora, si chiusero definitivamente.

«Non fu sicuramente una questione di soldi – rivela – Semplicemente il nuovo allenatore volle creare nuovi equilibri, scegliendo di portare a Pistoia Antonutti. Un grandissimo giocatore, ma molto diverso da me. Io ho sempre bisogno di essere coinvolto, di avere la palla in mano e di tirare, lui sa aspettare il suo momento e, quando riceve, è letale. Rimanere a Pistoia sarebbe stato un sogno e questa scelta me l’ha rovinato. Non porto rancore, tuttavia, e ancora oggi comprendo la decisione. So di essere un tipo di giocatore che dà fastidio: chiacchiero molto e il fuoco che metto in campo spesso si riversa anche fuori, specie se ci sono cose che non mi vanno a genio».

UN FUTURO DA COSTRUIRE, UNA CITTÀ RIMASTA NEL CUORE

Dopo aver terminato la sua esperienza in Serie B con Roseto, Amoroso ha iniziato la stagione in corso allenandosi con la Virtus Basket Civitanova, città in cui vive, ed è ancora in attesa di una nuova avventura. Nel frattempo, ci rivela, insieme ad altri giocatori ha messo su una società che opera nel campo della costruzione di immobili e che gli sta dando belle soddisfazioni. Ma il basket è davvero un capitolo chiuso?

«Personalmente sento di poter ancora giocare – risponde – Il basket in Italia sta cambiando molto: ci sono più tasse da pagare e meno squadre dove andare. Il gioco stesso sta diventando sempre più fisico e meno tecnico: per un quarantatreenne diventa quindi difficile trovare squadra. Forse è arrivato il momento di giocare più per divertirsi che per raggiungere un obiettivo, anche perché quello che dovevo dimostrare l’ho dimostrato. Mi piacerebbe lasciare ancora qualcosa al movimento, ma mi rendo conto che è in continua mutazione e lo sento sempre più lontano da me».

È stato però giusto ricordare ciò che questo ragazzone partito dalla Campania per attaccare i canestri di tutta Italia è stato in grado di lasciare a Pistoia, in termini di ricordi. Invitato a tornare in città e al PalaCarrara, prima della fine dell’intervista, Amoroso dà la risposta più ovvia e bella al tempo stesso.

«Tornerei volentieri, anche per rivedere tanti amici. Ho stretto rapporti importanti con compagni come Filloy e giovani come Della Rosa. Con Severini, invece, abitiamo vicino e quest’estate ci siamo allenati insieme in vista della sua avventura al Mondiale. Voglio mandare un abbraccio immenso alla città di Pistoia, che è sempre nel mio cuore». 

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