Il due volte medaglia d’oro alle Olimpiadi Giovannetti parla delle sue vittorie: «A Mosca potevo ritirarmi, centrai 198 piattelli su 200»
A poco meno di due settimane dall’inizio delle Olimpiadi di Parigi, uno dei più decorati sportivi pistoiesi torna a parlare e a raccontarsi: stiamo parlando di Luciano Giovannetti, asso del tiro al piattello negli anni Ottanta. Quattro mondiali vinti e due ori olimpici il top del suo illustre palmares: il primo e l’unico, ad oggi, ad aver trionfato in due manifestazioni consecutive nella specialità fossa.
Nella sua intervista rilasciata a Massimo Veronese per il Corriere Fiorentino, Giovannetti si tuffa subito nei ricordi più lieti. Mosca ’80 e Los Angeles ’84: le Olimpiadi dei due boicottaggi negli ultimi scampoli di Guerra Fredda. «E nel mezzo – precisa – ci ho messo la vittoria al campionato del mondo di Caracas del 1982 dove c’erano tutti. Sono stato molto democratico». In pochi possono, tuttavia, scordarsi il trionfo in Russia, anche se la sfortuna poteva metterci un terribile zampino, in quell’occasione.
«Si, lì non ci fu gara, 198 piattelli centrati su 200, ma rischiai di tornare a casa ancora prima di presentarmi al poligono Dynamo, altro che medaglia…Due giorni prima della gara ho avuto un ascesso a un dente sulla parte destra, proprio dove appoggiavo la canna del fucile. Con gli antidolorifici risultati zero, così decisi di farmi operare con il bisturi dallo staff medico ma senza anestesia per evitare problemi all’antidoping. Rischiai di perdere l’oro per colpa di un dente».
Il bis arrivò, appunto, quattro anni dopo negli Stati Uniti. Una competizione molto più agguerrita che però vide trionfare ancora una volta il tiratore pistoiese, oggi residente nella sua Bottegone.
«A Los Angeles fu molto più difficile, si decise tutto in uno spareggio a tre con l’americano Carlisle e il peruviano Boza, tutti più giovani di me. A differenza loro sbagliai un solo piattello e portai a casa il mio secondo oro. La mia famiglia seppe della vittoria ascoltando la radio, a Mosca invece telefonai a casa dal villaggio olimpico. Allora non c’era la copertura televisiva di adesso…».
Ma il ritorno a casa fu di quelli riservati ai veri eroi. Un’emozione indescrivibile che Giovannetti ricorda con grande trasporto, per una comprensibile serie di motivi.
«Sulla Statale sembrava passasse il Giro d’Italia, pieno di gente ai bordi della strada per salutarmi. In due anni, ci furono una settantina di banchetti per festeggiare l’oro e a uno di questi ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie».
Un campione della gente e del territorio, che proprio nel territorio ha costruito la sua splendida carriera. Un viaggio iniziato dall’armeria aperta dal padre Silvano proprio a Bottegone e proseguita anche al Poligono di Montecatini.
«Era un centro internazionale, un campo favoloso, lì sparavano il lucchese Pera e il fiorentino Cloni. Si facevano campionati del mondo, era uno dei centri migliori d’Europa».
Dopo il passato, l’ultima domanda riguarda il presente. Come vede la sua disciplina il due volte medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Parigi?
«Johnny Pellielo e Mauro de Filippis non sono giovanissimi ma possono portarci sul podio, così come Jessica Rossi, che l’oro l’ha già vinto a Londra, e Silvana Stanco, che è campionessa europea. La mia eredità è in buone mani».



