Joe “Jellybean” Bryant a Pistoia: una storia d’amore, di sorrisi e soprattutto di basket attraverso le voci di amici e compagni di squadra
Dopo la notizia che ha sorpreso e rattristato tutti, ai pistoiesi amanti della palla a spicchi non resta altro che ricordare e, magari, lasciarsi scappare anche un sorriso. Come quelli che Joe Bryant regalava sempre ad ognuno, sia dentro che fuori dal campo, e che conquistarono una città intera. Per chi allora non c’era, come chi scrive, l’arrivo di questo signore già sopra i trent’anni e con dieci stagioni NBA alle spalle rappresentò per i pistoiesi la giusta spinta per appassionarsi definitivamente a “quello sport che tanto piace agli americani”.
Un arrivo voluto dall’allora presidente dell’Olimpia Piero Becciani, che per portare Bryant a Pistoia sborsò la considerevole somma di 150 milioni di lire per rilevare il suo contratto da Reggio Calabria e per dare entusiasmo ad una piazza che ambiva sempre di più a crescere. Un periodo in cui la società toscana era ancora in attesa di avere il proprio impianto di casa e che, nella stagione sportiva 1987/88, era costretta a disputare le partite casalinghe a Firenze. Serviva dunque un’attrazione, qualcosa che valesse la pena fare quei chilometri. E niente poteva sortire questo effetto se non vedere cosa riusciva a fare in campo Joe Bryant.
JOE BRYANT, THE GREATEST SHOWMAN
Il resto è già storia da molti anni: la casa a Cireglio con tutta la famiglia al seguito, la coppia a stelle e strisce formata assieme a Leon Douglas, quegli intervalli dove il piccolo Kobe dava sfoggio del suo già incredibile talento. E poi ovviamente le partite letteralmente dominate, decise, indirizzate con delle giocate che, col tempo, hanno portato sempre più persone in via Fermi. Un continuo sold out, con circa 5000 pistoiesi riuniti per ammirare le magie di “Jellybean”.
«Un grande realizzatore e un giocatore spettacolare – inizia così il ricordo dell’ex capitano dell’Olimpia Claudio Crippa – Era capace di giocare in tutte le zone del campo, con una tecnica individuale e un’abilità nel palleggio uniche. E stiamo parlando di un atleta di 2,06 metri, praticamente qualcosa di fantascientifico per l’epoca. Di sicuro è stato il prototipo del cestista moderno. E senza dubbio è tra i tre giocatori più forti con cui ho giocato nella mia carriera. Gli ho visto fare dei canestri incredibili e, col senno di poi, posso dire che, tra Joe e Kobe, il primo era il più talentuoso, mentre il secondo aveva una disciplina e una durezza mentale che lo hanno portato al top del basket mondiale».
«Joe in campo era uno showman – prosegue Crippa – Ma quando c’era da vincere sapeva elevare ancora di più il suo gioco. Quando mancavano circa due minuti alla fine, ci guardava e ci diceva di stare tranquilli, di passare la palla a lui e che ci avrebbe fatto vincere. Inutile dire che il più delle volte ha avuto ragione. Ma sopra ogni cosa voleva dare spettacolo, regalare gioia ai suoi tifosi. Aveva capito che per far innamorare il pubblico di questo sport doveva prima farlo divertire».
IL SORRISO DI “JELLYBEAN”
Ma oltre al funambolo, al giocatore capace di portare lo showtime in via Fermi e in tutta Italia, c’era anche una persona di un’umanità incredibilmente poco accostabile ad una superstar del basket. E sempre nella cerchia dei suoi compagni di squadra c’è chi vuole evidenziare questo lato di “Jellybean”.
«Ricorderò sempre il suo sorriso e la sua disponibilità con tutti – racconta Matteo Lanza – E ovviamente anche la sua famiglia, sempre presente al suo fianco. Erano sempre al palazzetto, eleganti. Non posso non pensare a quanto la vita si sia veramente accanita nei loro confronti, nonostante i successi e i risultati conseguiti. Il mio pensiero e la mia vicinanza vanno a Pamela e alle sue figlie».
E naturalmente la storia di Joe a Pistoia va in parallelo con la genesi di uno dei giocatori di basket più impattanti dell’era moderna. Oltre la tragedia, oltre il dolore che da quattro anni a questa parte condiziona il ricordo, pensare che il Black Mamba sia cresciuto anche tirando ai canestri della nostra città mette di fronte ad una storia entusiasmante e ricca di aneddoti.
«Io e Joe eravamo uno di fronte all’altro nello spogliatoio – ricorda Lanza – Non perdeva mai l’occasione di dirmi quanto fosse forte Kobe. Io annuivo come si può annuire quando si parla di un bambino che all’epoca aveva più o meno dieci anni. Joe invece insisteva, mi invitava sempre ad andare a vedere suo figlio giocare: quanto aveva ragione».
UN AMERICANO A CIREGLIO
L’umanità di Bryant si vide soprattutto nella scelta, una volta approdato a Pistoia, di portare la sua famiglia in un luogo tranquillo e più lontano dal “tran tran” cittadino. Nasce così quel connubio incredibile, quella scelta fuori dagli schemi: la star americana del basket che prende casa a Cireglio e, come disse una volta Roberto Maltinti, ne diventa “il sindaco”. Anche perché in quella frazione che collega la città alla propria montagna la famiglia Bryant creò importanti legami di amicizia. E qui entra, nei ricordi, Alessia Pierattini.
«Penso che questa umiltà che Joe ha da subito mostrato, una volta arrivato qui, sia stata fondamentale per creare la mentalità vincente di Kobe. Tutta la famiglia Bryant era fatta così: scelsero di stare a Cireglio perché avevano bisogno di avere una quotidianità. La prima cosa che Joe ha fatto, una volta arrivato in paese, è stato venire a farsi conoscere, tipo alla macelleria del mio babbo, che tra l’altro non seguiva il basket e non sapeva neanche chi era. Mia mamma e sua moglie Pamela sono diventate subito amiche: andavano a fare delle camminate nei boschi di Cireglio».
Un ritratto della famiglia Bryant che ogni volta riempie di gioia coloro a cui viene descritto. Per quanto “Jellybean” potesse apparire come un alieno nel basket italiano, altrettanto non si poteva dire del modo in cui lui e i suoi cari vivevano il loro stare in Italia, in mezzo ad altri genitori come loro e ai ragazzi che dopo poco diventavano grandi amici dei loro figli.
«Lui e Pamela erano genitori molto bravi – racconta Alessia Pierattini – Non avevano bisogno di alzare la voce con Kobe e le sue sorelle: bastava uno sguardo per mettere a posto le cose. Joe ha dato dei grandi insegnamenti ai suoi figli: a Kobe l’ha sempre fatto stare con i piedi per terra, anche se penso fosse ben conscio del talento che aveva. A Pistoia, da giocatore, Joe ha portato una ventata di positività e di speranza. Come persone, lui e Kobe non si sono mai sentiti campioni inarrivabili. Ricordo ancora quando Kobe si presentò, nel 2007, davanti a casa mia solo per salutarmi e come ci abbracciammo io, lui e mia madre. Anche Joe era così: un uomo umile e sensibile, un bonaccione a cui piacevano tantissimo le bistecche del mio babbo».


