La morte di Marianella ha riportato lo sport all’Anno Zero. Dopo tante riforme e protocolli, non si è ancora capito come fermare la violenza
Tutto questo non ha niente a che fare con lo sport. Lo avremo sentito dire mille volte nelle ultime ore, tra domenica sera e l’intera giornata di lunedì. Un concetto inoppugnabile nella sostanza, sebbene ciò che si vuole tanto rendere estraneo allo sport sia avvenuto proprio in quel preciso contesto. Non per la prima volta, ma per l’ennesima. La morte di Raffaele Marianella, secondo autista del pullman che trasportava i tifosi del Pistoia Basket e che è stato vigliaccamente assaltato con un lancio di pietre che lo ha ferito in modo funesto, ha riacceso le luci sulle più estreme conseguenze della violenza nell’ambito del tifo organizzato. Anzi di più, ha riportato lo sport italiano all’Anno Zero, ai cosiddetti tempi bui.
Ci sono dei responsabili di questo orribile gesto e sembrerebbe, per fortuna, che gli investigatori siano riusciti in breve tempo ad individuarli e assicurarli alla giustizia. Quest’ultima, attraverso i propri organi esecutivi, verrà dispensata dopo ulteriori accertamenti delle responsabilità individuali e attraverso un’attenta analisi delle prove a carico degli indagati. Ci sono delle vittime, chiaramente. In primis Marianella, lavoratore ormai prossimo alla pensione, e la sua famiglia che non sarà mai risarcita fino in fondo di questa terribile ed insensata perdita. Poi ci sono l’altro autista e i tifosi biancorossi che erano su quel pullman, a cui la sorte avrebbe potuto anche riservare un destino più atroce e che comunque rimarranno segnati a vita da quanto hanno vissuto. E infine ci sono gli sconfitti. E sconfitti siamo tutti, tra chi prende decisioni, lavora o semplicemente vive con costanza nel mondo dello sport.
In prima battuta perché, come già sottolineato dal nostro giornale e da altri, non erano mancati altri episodi allarmanti. Parliamo di fatti specifici, verificatisi in un lasso di tempo estremamente limitato e che, in modo ancora più diretto, hanno riguardo il basket, la Serie A2 e Pistoia. I fatti del 9 ottobre a Roseto, ad esempio, avevano già messo in evidenza la pericolosità e la potenziale letalità di certi comportamenti, tra petardi scoppiati all’interno del PalaMaggetti e veri e propri assalti alle forze dell’ordine. Ma di letteratura se ne trova anche lungo tutta la scorsa annata e anche più indietro, con due manifestazioni che hanno mostrato inequivocabilmente la fragilità dei sistemi di contenimento: la Coppa Italia LNP a Roma e la successiva Supercoppa a Livorno. Un mix esplosivo dato dalla presenza in contemporanea di tifoserie rivali e rispettive gemellate, che stavano per arrivare a contatto con estrema facilità.
Di tutta risposta, la presente stagione si è inaugurata con le nuove disposizioni per eventi sportivi, con anche il basket italiano che è stato dunque dotato di biglietti nominali, acquistabili entro un determinato lasso di tempo, e che ha visto le prefetture acquisire maggior potere discrezionale nel divieto di trasferta a fronte di potenziali fattori di rischio a contorno delle partite. Paradossalmente, abbiamo assistito direttamente all’esclusione dei tifosi della Libertas Livorno dal derby della Lumosquare, dove le tensioni sono poi comunque emerse per altri motivi e verso altri soggetti, mentre nessun ragionamento a priori è stato fatto su Rieti-Pistoia e sui rapporti di rivalità e gemellaggi tra le due tifoserie.
Sia ben chiaro, se la soluzione sarà sempre vietare trasferte o giocare a porte chiuse, non si potrà comunque avere neanche l’illusione di aver risolto il problema. Oggi questa sconfitta impone la necessità di entrare ancora di più nel cuore del problema, con severa decisione ma anche con ancora più collaborazione e attivismo di tutte le parti in causa. Questo perché non si è mai visto un problema risolto senza un’attenta analisi delle dinamiche che lo rendono possibile. Giungono in soccorso, per quanto con un tono estremamente forte, le parole del cestista Marco Laganà, ex Gema Montecatini e con un lungo passato in A2 e B Nazionale.
«In Italia, molte società fanno compromessi con questi pseudo tifosi – ha scritto Laganà sul suo profilo Facebook nella giornata di lunedì – Persone frustrate che vanno alle partite non per guardare le squadre giocare, ma per scatenare la propria rabbia e frustrazione. Ricevono biglietti gratuiti, abbonamenti, la possibilità di stabilire chi debba stare in curva o no. In cambio di cosa? Tifo, “sostegno” durante la partita con cori, fischi ecc… Questo dà loro una sorta di potere, credendo che possano fare tutto ciò che vogliono. Da questo poi, purtroppo, nascono le tragedie. Perché se venissero messi al loro posto, gli venisse fatto pagare il biglietto senza timore e gli si dicesse: ”Vuoi venire alla partita? Bene, paga, siediti lì buono e non rompere i coglioni. Poi appena finisce torna a casa!”, allora questi pseudo esseri umani non avrebbero alcuna importanza e le tragedie come ieri non accadrebbero. Paga con la vita un essere umano, innocente e colpevole solo di stare facendo il proprio lavoro. Condoglianze alla famiglia, e chiudete le porte dei palazzetti a queste merde per sempre».
Senza dubbio, al netto di qualche doveroso distinguo, questo sentimento d’impunità da parte di certi gruppi organizzati e i comportamenti condizionati da lassismo, connivenza o timore reverenziale di alcuni club devono entrare nelle analisi di chi si prefissa di trovare delle soluzioni. Così come dovranno cambiare i mezzi messi a disposizione per il controllo e il contenimento di potenziali situazioni di pericolo. Anche questo dovrà fare seguito alle dichiarazioni e reazioni della prima ora, anche se, obiettivamente, anche su quelle ci sarebbe da ridire. A partire da un presidente federale che parla di difendere «il tifoso perbene, quello che porta la famiglia alle partite», escludendo quindi dal discorso una bella fetta di persone che comunque entrano nei palazzetti per la gioia di assistere ad un gara di basket. E anche dimenticando, inoltre, che episodi di violenza verbale e fisica si sono spesso verificati anche con protagonisti uomini e/o donne di famiglia, nel mondo sotterraneo e lontano dalle telecamere dei settori giovanili.
In ogni caso, a vedere le prime misure adottate, non siamo obiettivamente davanti al migliore degli inizi. Intanto, ora che i sospetti autori del gesto sono nelle mani della giustizia, sarà ancora valida la disposizione delle gare a porte chiuse per la RSR Sebastiani Rieti, ammesso che ciò potesse rappresentare una soluzione o una giusta punizione? E soprattutto, davvero non si poteva sospendere il campionato per un weekend a seguito di un evento così segnante? Anche perché, duole dirlo, questo spirito dello “show must go on”, come quello mostrato in occasione di Fiorentina-Juventus dopo l’alluvione che colpì la Toscana nel novembre 2023, può lanciare il messaggio o lasciare l’impressione che ci siano “vittime di Serie B” per cui non vale la pena fermarsi un attimo in raccoglimento e in riflessione.
Anche questo deve cambiare, senza il minimo dubbio. Ne va della credibilità di un movimento (cestistico e sportivo in generale) e di un sistema politico che per anni ha tirato fuori dal cilindro leggi e sanzioni, ma non ha di fatto risolto o arginato il problema. La sensazione è che senza una profonda conoscenza di un fenomeno ormai sistemico e che negli anni, per puro istinto di sopravvivenza, ha subito dei mutamenti importanti a livello sociale e strutturale, non si potrà parlare di passi in avanti. E nessuno potrà più dichiarare a ragione che la violenza e la delinquenza organizzata non fanno parte dello sport.



