Separazioni, sacrifici, mesi senza squadra e il lavoro da corriere prima della rinascita nel professionismo: la storia del nuovo statunitense de La T Tecnica Gema
La T Tecnica Gema Montecatini ha completato il proprio roster per la sua prima stagione in Serie A2. Con l’innesto ufficiale di Marquis Barnett infatti – che ha seguito a ruota quello di Jordan Harris – coach Marco Andreazza ha ora a disposizione la sua coppia di stranieri per l’annata 2026/27. La scelta della società è stata quella di dare fiducia a tanti eroi della promozione, accogliendo quattro nuove pedine e decidendo di riservare gli slot degli esterni per i due non formati dai quali giocoforza passerà tanto del campionato dei rossoblù.
Harris e Barnett si spartiranno infatti gli spot di 2 e 3, con il secondo più indicato per il ruolo di ala piccola. Da loro ci si attendono punti (molti), atletismo e capacità di incidere tecnicamente e mentalmente in un campionato molto competitivo. Se il classe 1997 lo abbiamo già visto in tre diverse occasioni in Italia con le casacche di Varese, Rieti e Fortitudo, per Barnett si tratta invece della prima esperienza nel nostro Paese, la seconda oltreoceano dopo aver terminato il college. E quindi, perché non conoscerlo più a fondo ripercorrendo la sua vita e la sua carriera cestistica?
LA SCOMPARSA DEL PADRE E IL PRIMO CONTATTO CON LA PALLACANESTRO
Marquis Barnett nasce il 3 maggio 2003 a Saginaw, capoluogo della contea omonima nello Stato del Michigan e città che ha dato i natali ad uno dei più grandi ed influenti artisti della storia della musica, Stevie Wonder. La sua infanzia viene segnata molto presto da un evento destinato a cambiare il corso della sua vita. Quando ha appena sette anni perde il padre biologico. Marquis si trasferisce così con la madre Stephanie, i fratelli minori Quinn e Sean e il patrigno Jason Daniel nella cittadina di Brunswick, dove crescerà e inizierà a costruire il proprio percorso nel mondo della pallacanestro.
È proprio in Ohio che Barnett entra per la prima volta in contatto con il basket, uno sport che inizialmente non era affatto la sua principale passione. Prima della pallacanestro c’era infatti il baseball, il gioco che lo aveva legato al padre scomparso, grandissimo appassionato. Il passaggio verso il parquet arriva soprattutto grazie al lavoro della nuova figura paterna, che trova un impiego nella vicina Cleveland nella società di NBA dei Cavaliers (di cui Marquis diventerà tifoso), lavorando anche come bodyguard per l’allora star dei Cavs Kyrie Irving e altri suoi compagni.
Marquis si avvicina così alla pallacanestro quasi per curiosità, spinto anche dalle persone intorno a lui che iniziano a intravedere delle qualità, tra le quali il suo coach di baseball. “Mi invitò a provare a giocare a pallacanestro con lui. Andò bene e anche lui mi disse di provare ancora. Poi mio padre lavorava nella NBA e da bambino è qualcosa che vuoi dire a tutti, di cui puoi vantarti. Ho avuto l’opportunità di vedere da vicino alcuni giocatori, dove e come si allenavano, il livello di vita che avevano. A quel punto decisi anche io di provare ad entrare in quel mondo“, ha raccontato al The Baseline Podcast.
UNA NUOVA VITA, LONTANO DALLA FAMIGLIA
Inizia dunque a giocare nella squadra della scuola media, ma i risultati sono tutt’altro che esaltanti. “Eravamo una squadra terribile, credo siamo stati in grado di vincere appena quattro partite durante le medie“. Ma a Marquis il basketball piace e decide così di proseguire anche alle superiori. Nel suo anno da freshman alla Brunswick High School l’idea è principalmente quella della palla a spicchi come un passatempo per divertirsi assieme agli amici di scuola. Tra di loro c’è anche un ragazzo di nome Trey, un compagno di viaggio fondamentale nella vita di Marquis.
Durante la sua adolescenza vive infatti un’altra importante separazione. Quando Marquis è ancora al liceo, il patrigno Jason Daniel raggiunge Kyrie Irving ai Brooklyn Nets, dove nel frattempo si era trasferito (era il 2019). L’intera famiglia si trasferisce dunque a New York per seguire il padre e il suo lavoro. Tutti, tranne lo stesso Marquis, che rimane in Ohio per continuare il proprio percorso cestistico.
A prendersi cura di lui è proprio la famiglia dell’amico Trey – “Un fratello”, ammette – che con il tempo diventerà per Marquis una vera e propria seconda famiglia. Una scelta difficile per un ragazzo ancora giovane, lontano dalla madre e dai propri fratelli, ma che rappresenterà una delle esperienze più importanti della sua crescita. “All’inizio è stato davvero difficile – ha raccontato al suddetto podcast -. Mi mancava mia madre, ero ancora giovane (16 anni, nda) e tutti vogliono avere la propria mamma vicino. Le scrivevo dicendo che non ce la facevo e che doveva tornare indietro. Alla fine però è stato meglio così, perché oggi sono dove sono proprio grazie a quella scelta“.
Quel periodo lo costringe difatti a crescere rapidamente. Senza la presenza quotidiana dei genitori, Barnett impara a prendersi maggiori responsabilità e a costruire la propria strada, dentro e fuori dal campo. “Non avevo più i miei genitori lì ogni giorno per controllarmi o dirmi cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato, ma i genitori di Trey hanno occupato quel ruolo. Mi hanno insegnato la disciplina, cosa fosse giusto e sbagliato. Mi hanno aiutato a diventare un uomo migliore. Sono cresciuto molto velocemente. Ho dovuto imparare a prendermi tante responsabilità“.
IL COVID E LA CRESCITA FISICA
Il vero salto nella carriera cestistica di Barnett arriva durante il periodo della pandemia. Quando il Covid-19 blocca gran parte delle attività sportive, Marquis si ritrova in una situazione particolare: vive con Trey e la sua famiglia in una casa che, per un giovane giocatore di basket, rappresenta praticamente un centro di allenamento privato. Quella casa aveva infatti tutto ciò che un ragazzo con ambizioni cestistiche poteva desiderare: una palestra per allenarsi con i pesi, un campo da basket, persino una sauna e tutto il necessario per lavorare quotidianamente sul proprio corpo.
“Eravamo davvero fortunati. Avevamo praticamente tutto quello che potevi immaginare per diventare un giocatore migliore: sala pesi, campo, sauna, tutto“, racconta. Il periodo di isolamento diventa così un’opportunità. Mentre molti giocatori faticano a trovare il modo di allenarsi, Barnett può dedicarsi completamente alla pallacanestro. È proprio in quei mesi che avviene la trasformazione fisica più importante della sua carriera.
Prima del Covid era un ragazzo piuttosto esile per essere un cestista. Durante il secondo anno di liceo infatti era circa 173 centimetri di altezza per circa 63-68 chili. Poi arriva la crescita. Un salto sbalorditivo. “Durante il Covid sono esploso – ammette -. Quando sono tornato tutti mi guardavano e dicevano: ‘Chi è questo ragazzo?’. Avevo superato il metro e novanta di altezza“.
Questa trasformazione fisica cambia completamente la sua percezione del gioco. In precedenza si era fatto notare soprattutto come playmaker, un giocatore che cercava di creare per gli altri e mettere in ritmo i compagni anche per conformazione fisica. Con le sue nuove misure però, si aprono nuovi orizzonti. Inizia a vedere il basket in modo diverso: può attaccare il ferro, difendere più posizioni, giocare con maggiore aggressività.
“Prima ero un ragazzino piccolo e magro. Poi sono tornato ed ero più alto e grande di tutti. Ho iniziato a pensare: ok, forse posso davvero dire la mia in questo sport“. È da questo momento che Barnett smette di vivere il basket soltanto come un passatempo. Inizia ad allenarsi con una nuova mentalità e a credere realmente di poter competere ad alto livello.
L’AAU E L’ANNO DA SENIOR
Da Junior le sue cifre migliorano (circa 12 punti di media) giocando ancora prettamente da point guard incaricata di servire i compagni tiratori. Maggiore consapevolezza arriva però grazie al circuito AAU (Amateur Athletic Union), un torneo nazionale per ragazzi e ragazze dalla Under 14 alla Under 19 con funzione di vetrina fondamentale per essere reclutati dalle università (NCAA) e dai college coach. Barnett ha così la possibilità di confrontarsi con alcuni dei migliori prospetti americani, alcuni di essi diventati grandi protagonisti della NBA, tra cui lo statunitense con cittadinanza italiana Paolo Banchero, prima scelta assoluta al Draft 2022 e oggi stella degli Orlando Magic.
“Ho dimostrato a me stesso che potevo giocarmela contro avversari maggiormente quotati e sotto le luci dei riflettori, mentre fino a quel momento ero restato dietro le quinte, giocando a basket con tranquillità“. Detto, fatto. Nell’anno da Senior, il talento di Barnett deflagra. Chiude il suo ultimo anno di liceo infatti con cifre da capogiro, firmando una media di oltre 24 punti per gara, conditi da 9.3 rimbalzi, 3.5 assist, 2.4 stoppate e quasi 2 rubate in media a partita. Una stagione in cui frantuma alcuni record scolastici, tra cui il maggior numero di tiri a bersaglio (216) e il più alto totale di punti realizzati in una singola stagione (581). Numeri che gli valgono la nomina nel Division I All-Ohio Second Team, nel First Team All-Conference e nel First Team All-District.
Per sua sfortuna, il Covid complica molto i trasferimenti e Barnett riceve una sola offerta dalla Division I della NCAA. Un’offerta difatti irrinunciabile per poter inseguire il suo sogno. “Vedere tanti interessamenti ma una sola offerta concreta non è stato semplice – ammette -. Ma ho capito col tempo che se qualcosa non è accaduto è perché le cose doveva procedere in un altro modo“. Nel 2021 dunque, inizia il suo percorso universitario al Presbyterian College di Clinton, in South Carolina.
IL TRIENNIO AL PRESBYTERIAN COLLEGE
L’impatto di Barnett con la Division I è pressoché immediato ma è soprattutto esponenziale. Pur arrivando in South Carolina come un prospetto poco reclamizzato, il nativo di Saginaw si ritaglia progressivamente spazio nelle rotazioni dei Blue Hose, fino a diventare uno dei punti di riferimento della squadra nel triennio 2021-2024. “Marquis è una guardia di grande talento con grande atletismo e abilità – disse al tempo coach Quinton Ferrell -. Sa segnare ma anche giocare come playmaker. Marquis possiede un fisico possente per essere una guardia. Non vediamo l’ora di averlo con noi“.
Nel suo primo anno con Presbyterian disputa 29 partite, mettendo insieme 5,2 punti e 3,6 rimbalzi di media, numeri che gli valgono l’inserimento nel Big South All-Freshman Team, riconoscimento riservato ai migliori esordienti della conference. Nel corso della stagione firma cinque gare in doppia cifra, tutte contro avversarie della Big South Conference, e chiude sei partite con almeno cinque rimbalzi.
La sua miglior prestazione arriva nel torneo della conference contro Campbell, il 2 marzo 2022, quando realizza 17 punti con un ottimo 7/12 al tiro. Pochi giorni prima aveva giocato addirittura 46 minuti contro UNC Asheville, il massimo minutaggio della sua carriera universitaria, facendo registrare 14 punti. Tra le altre prestazioni da ricordare ci sono i 15 punti nella vittoria sul campo di Radford, i 13 punti dalla panchina, con tre triple realizzate e sette rimbalzi, contro Gardner-Webb – prima partita della carriera in doppia cifra – e i 14 punti, miglior marcatore della squadra, al primo quintetto della sua esperienza collegiale contro Winthrop.
Il secondo anno rappresenta il primo vero salto di qualità. Barnett aumenta responsabilità e minutaggio, chiudendo la stagione con 10,3 punti, 4,9 rimbalzi e 1,8 assist di media, diventando il secondo miglior rimbalzista della squadra. Conclude l’annata con 14 partite in doppia cifra, risultando miglior realizzatore dei Blue Hose in cinque occasioni, miglior rimbalzista in otto e miglior assistman in altre otto gare. L’11 febbraio 2023 firma quella che allora è la miglior prestazione offensiva della sua carriera: 21 punti, tirando 8 su 9 dal campo, con anche quattro assist contro UNC Asheville. Nella vittoria contro Campbell con 11 punti e 12 rimbalzi, dieci dei quali difensivi, arriva anche la sua prima doppia doppia al college. La seconda arriva poche settimane dopo contro USC Upstate, migliorandosi con 15 punti e 10 rimbalzi. Tra le altre prove di rilievo ci sono i 17 punti e 9 rimbalzi contro The Citadel, i 15 punti e 7 rimbalzi nella vittoria su VMI, i 14 punti con 6/7 al tiro e 2/2 da tre contro College of Charleston e gli 11 punti con 8 rimbalzi, miglior dato dell’incontro, nella vittoria contro Elon.
“Nel primo anno, quello da Freshman, ricomincia tutto da capo. Non vuoi commettere errori, vuoi soltanto fare bene ciò che ti dice il coach, ascoltarlo e mettere in pratica. Ma vincemmo appena cinque partite. Da Sophomore già avevo più consapevolezza, ma ancora i risultati di squadra stentavano ad arrivare. Così nell’anno da Senior ho capito che dovevo fare qualcosa di diverso. Ho guardato molti video, mi sono concentrato ancora di più, totalmente, sulla pallacanestro, allenandomi intensamente sui fondamentali e sono riuscito così ad alzare il livello del mio gioco“. E così è stato.
È però nel terzo anno che Barnett compie il definitivo salto di livello, affermandosi come uno dei migliori giocatori della Big South Conference. Marquis chiude la stagione con 15,2 punti, 6,2 rimbalzi, 2,9 assist e 1,4 stoppate di media, venendo inserito nel Second Team All-Big South, il secondo miglior quintetto della conference. Nel mese di novembre conquista anche il premio di Big South Player of the Week, grazie a una settimana da 14,5 punti, 4,3 rimbalzi, 3,5 assist e 2,3 stoppate di media, trascinando Presbyterian a un bilancio di tre vittorie e una sconfitta, con successi contro The Citadel, North Florida e Northwestern State. Le sue prestazioni di alto livello diventano sempre più frequenti. Il 16 dicembre 2023 realizza il nuovo massimo in carriera con 27 punti, tirando 10 su 15 dal campo, aggiungendo cinque rimbalzi e tre triple contro Kennesaw State.
Pochi giorni prima aveva già dominato contro The Citadel con 20 punti, sette rimbalzi e cinque stoppate, un dato che rappresenta il quarto miglior risultato di sempre nella Division I di Presbyterian per numero di stoppate in una singola partita. Il 6 gennaio 2024 mette a referto 22 punti, con 10/16 al tiro, sei assist e tre recuperi contro UNC Asheville. Contro High Point, il 17 gennaio, firma una delle sue migliori prove balistiche, realizzando 25 punti, tirando 7/10 dal campo e soprattutto segnando il proprio massimo personale con cinque triple a bersaglio, oltre a catturare sei rimbalzi. Nella gara inaugurale casalinga della stagione contro CIU segna 16 punti, senza sbagliare un solo libero (6/6), mentre contro Maine distribuisce il proprio massimo in carriera con sei assist. A UNC Asheville firma invece una prestazione da 20 punti, otto rimbalzi e tre assist, risultando leader dell’incontro in tutte e tre le statistiche. La stagione regolare si conclude con un’altra prova di grande spessore contro Longwood: 22 punti, cinque assist e un eccellente 10/12 ai tiri liberi, nuovo record personale dalla lunetta. Al termine dell’annata Barnett chiude con 24 partite in doppia cifra e sette gare da almeno 20 punti, confermandosi come uno dei migliori interpreti dell’intera conference.
Figura fondamentale di questi anni in South Carolina è senza dubbio il suo coach, Quinton Ferrell, maestro di vita oltre che di pallacanestro. “Quando sono arrivato al college ero molto timido – racconta Marquis -. Mi preoccupavo molto, avevo paura di commettere errori. È stato coach Ferrell ad infondere in me la tranquillità nel giocare a basket. ‘È solo pallacanestro mi diceva. Vai e gioca come sai fare’. È riuscito a far scattare qualcosa in me, a farmi guadagnare più sicurezza in campo. Nel primo anno mi è capitato ad inizio stagione di non svestire nemmeno la casacca da allenamento. Poi col tempo ho capito che dovevo fare tutto ciò che gli altri non volevano: rimbalzi, difese dure, il lavoro sporco insomma. Piano piano ho assunto così sempre più importanza e spazio in campo”.
LA SCELTA DI KENT STATE
Il salto di qualità nel suo terzo anno al Presbyterian College ribalta completamente lo scenario. Se al termine dell’High School Barnett ricevette una sola offerta, per il suo anno da senior le proposte giungono in massa. “Mi fece stare bene. Mi sentii ricompensato per tutto il lavoro duro svolto. Tante persone mi cercavano, appena ho fatto accesso al portale dei trasferimenti ho ricevuto una raffica di telefonate, una dopo l’altra. Mi ha fatto molto piacere. Come ho scelto? Nonostante l’ingresso in scena del NIL (Name, Image, and Likeness ovvero la possibilità per i cestisti universitari di guadagnare già durante il college) la mia idea non è cambiata. Cercavo una squadra in cui potessi divertirmi giocando a basket e l’ho trovata in Kent State. Fondamentale è stata anche la possibilità di avvicinarmi a casa, dando la possibilità a familiari ed affetti di vedermi giocare al college dopo tre anni lontano da casa“.
L’università si trova infatti nella cittadina di Kent, in Ohio, stato in cui Marquis era cresciuto prima di volare in South Carolina. “La possibilità di poter staccare e tornare a casa dopo le lezioni e gli allenamenti in appena 50 minuti è stata decisiva. Prima ero ad oltre 9 ore di distanza dalla mia famiglia, era impossibile farlo. Potevo stare vicino ai miei fratelli, in quel momento (era il 2024) uno era Freshman al college, l’altro in High School, ero contento di poterli supportare e consigliare anche nel loro percorso cestistico“.
“Marquis è una guardia davvero fisica che è migliorata ogni anno in attacco – affermo il suo coach dell’epoca, Senderoff – ed inoltre ha una mentalità difensiva che che gli permette di coprire più posizioni. Marquis ci aiuterà in ogni aspetto del gioco“. Nel suo anno da Senior le soddisfazioni arrivano però solo in parte. Il livello in Division I è alto e Barnett raccoglie 28 presenze totali con sole quattro partenze nello starting five per una media di circa 20 minuti a partita. I numeri parlano di 9.2 punti a gara, toccando i 1215 totali nella sua carriera universitaria con un high di 28 punti segnati l’11 febbraio 2025 contro Central Michigan con 10/13 dal campo e un ottimo 6/8 da tre punti. Con numeri di questo tipo, spiccare il volo verso il professionismo è compito assai arduo.
DALLA DIVISION I AL LAVORO COME CORRIERE
“Nessuno voleva scegliere un rookie con i numeri che avevo raccolto da Senior – la dura ammissione di Barnett -. Sono sicuro che avrei potuto trovare spazio in qualche squadra ma purtroppo non successe”. Dai campi della Division I della NCAA, il classe 2003 si ritrova senza squadra, senza pallacanestro e di conseguenza senza lavoro. Nel giro di pochi giorni, Barnett passa dall’essere un giovane in rampa di lancio a lavorare come corriere di Amazon.
“All’inizio non riuscivo a crederci. Questo cambiamento mi ferì profondamente nell’orgoglio. Poi mi dissi: ‘Devo farlo per mia moglie e per mia figlia che era in arrivo’. Ogni mattina mi alzavo e pur non volendo andare mi facevo forza e continuavo. È stato un periodo in cui ho imparato molto. Il basket è la mia vita, la mia passione, ciò che mi diverte di più in assoluto. Ma non è tutto. ‘Fuori dal basket chi sono?’. Questa domanda mi è risuonata in testa in quel lasso di tempo. Ho capito che più di tutto vorrei essere un bravo marito, un bravo padre, un bravo figlio e un bravo amico. Una brava persona. Mi sono concentrato su cosa avevo, sulla famiglia, e non su cosa mi mancava o sarebbe stata molto più dura. Ho sempre convissuto con questo tipo di approccio alla vita. Ad appena 7 anni ho perso mio padre e fin da quel giorno ho dovuto cercare nuove strade per uscire da situazioni difficili. Ho passato tanto tempo in camera da solo a pensare a cosa avrei dovuto fare, tra il rischio di rovinare tutto e di migliorare come persona. Alla fine credo di aver intrapreso la strada giusta e sono contento di chi sono oggi“.
“THE P LEAGUE” E L’INCONTRO CON D’VONTAY FRIGA
Nonostante il mancato approdo nel basket professionistico, Barnett non abbandona totalmente lo sport della sua vita, proseguendo a giocare in un campionato chiamato “The P League“. Si tratta di una organizzazione sportiva competitiva e ricreativa con sede a Cleveland, in Ohio, fondata da Nik Postoloski. Gestisce campionati estivi di basket maschili e femminili locali molto popolari, giochi di beneficenza per le celebrità ed eventi di sensibilizzazione della comunità. È proprio questo palcoscenico a restituire a Barnett la chance di giocarsi le sue carte nella pallacanestro. “Tutto si è incastrato alla perfezione – racconta Marquis -. Giocavo in questo torneo del mio amico Nick che caso vuole fosse molto amico di D’Vontay Friga. Giocavo solo per divertimento ma impressionai Nick che chiamò subito Friga per raccontargli di me. Lui mi chiamò per alcune prove e andò bene, così continuò a chiamarmi e da cosa nacque cosa“.
Ma chi è D’Vontay Friga? D’Vontay Friga è un popolare creatore di contenuti di basket, influencer sui social media ed ex giocatore di college molto conosciuto in rete per i suoi video di 1v1, partite nei campetti e per l’aver documentato il suo viaggio da atleta di Divisione III al torneo di basket TBT, uno dei più famosi negli USA. Su YouTube Friga vanta oltre 1 milione e 300 mila iscritti al suo canale, mentre su Instagram si attesta ad oltre mezzo milione di followers. Per Barnett impressionare sui canali social del creator diventa una vetrina non da poco.
Mettersi nuovamente in mostra in un contesto comunque competitivo – Friga ospita moltissimi cestisti nei suoi video, anche provenienti dal professionismo e dall’NBA – fa rinascere in Barnett quella volontà di riprovare nuovamente la via del professionismo, abbandonata dopo le mancate chiamate finito il college. “Dopo aver calcato nuovamente i parquet in questo modo mi sono convinto: ‘Sono un giocatore di pallacanestro e devo tornare a giocare seriamente”. E così è stato.
L’APPRODO IN G LEAGUE E L’OCCASIONE IN ISRAELE
Barnett affida al suo agente carta bianca per trovargli nuovamente una squadra in cui esprimere il proprio talento e così, dopo un periodo buio e di enorme incertezza sul proprio futuro cestistico, Barnett torna a giocare sul serio a pallacanestro. La chiamata arriva dalla G League, la lega di sviluppo statunitense direttamente collegata alla NBA, ed in particolare dagli Oklahoma City Blue, la formazione affiliata ai Thunders. “Il mio coach a Kent State aveva un ottimo rapporto con il General Manager dei Blue – racconta – è stata questa relazione che difatti mi ha regalato una nuova chance di mettermi in mostra“.
Nella Capitale dell’omonimo Stato, Barnett trova un livello di organizzazione mai visto prima. “Tutti si prendono cura di te con la massima attenzione senza volere niente in cambio. Vogliono semplicemente che tu stia bene. Per me è stato come realizzare un sogno, ero finalmente entrato nel mondo del professionismo. Sapevo che non potevo sprecare questa chance ma anche che già di base era un ottimo punto di partenza. Anche soltanto il fatto di far parte di una società come OKC ti rende molto più appetibile per un passaggio oltreoceano“.
Ed è proprio quello che succede a Barnett. Con i Blue sono infatti appena cinque le presenze (con 8.2 punti di media in 14.6 minuti di utilizzo a gara) prima della nuova chiamata, stavolta fuori dagli Stati Uniti. Ad essere interessata alle prestazioni del classe 2003 è l’Hapoel Beer Sheva, squadra militante nel massimo campionato israeliano. Dopo averci pensato su – anche per le note questioni geopolitiche – Barnett si convince, supportato dalla famiglia e dalla General Manager dei Cleveland Charge, sua vecchia conoscenza, e originaria di Tel Aviv.
Appena sette mesi prima, Marquis lavorava come corriere di Amazon e la sua carriera da cestista rischiava di terminare anzitempo. Ma lui non ha mai smesso di credere nelle proprie potenzialità, non abbandonando mai totalmente il suo sogno. Nell’aprile del 2026 ecco dunque lo sbarco in Israele, dove pur soltanto nel finale di stagione riesce a mettersi in mostra con numeri davvero sorprendenti. Otto le gare disputate in regular season, con oltre 15 punti, 4.5 rimbalzi e 2.4 assist di media. Numeri realizzativi che migliorano ancora di più nella – seppur breve – corsa playoff. L’Hapoel Beer Sheva viene subito eliminato in due gare dal Maccabi Tel Aviv poi campione nazionale. Di fronte alla fortissima squadra militante anche in Eurolega, Barnett si mette in mostra segnando 16 punti in Gara 1 e ben 26 nella seconda sfida. Una prestazione eccellente, la seconda migliore stagionale dietro a quella fatta registrata nel successo contro il Maccabi Ramat Gan. Una prova monstre da 31 punti, 8 rimbalzi e 7 assist per un totale di 33 di valutazione.
“Stare lontano dal basket per un po’ ha fatto sì che tornassi a giocare con la mente più libera – spiega -. Sono tornato con ancora più convinzione dei miei mezzi. Giocare oltreoceano, mi ha fatto capire di avercela fatta. Mi sono trovato molto bene con le persone, il cibo è ottimo. Stare lontano dalla famiglia non è semplice ovviamente – ammette -. Ho lasciato mia moglie e mia figlia ancora piccola negli Stati Uniti. So che per lei è dura dover gestire una figlia piccola, per fortuna ha l’aiuto della sua famiglia. Ciò mi ha dato ancora maggiore motivazione nel venire qua, impegnarmi duramente, per poi tornare da lei e viaggiare il mondo assieme“.
Un viaggio che ora prosegue in Italia ed in particolar modo a Montecatini, dove Burnett vestirà il rossoblù de La T Tecnica Gema Montecatini per la stagione 2026/27 in Serie A2.
CARATTERISTICHE FISICHE E TECNICHE
Marquis Barnett è una guardia di 193cm per 88kg. Per le sue caratteristiche fisiche e soprattutto atletiche è in grado di giostrare anche nello spot di ala piccola, dove, salvo sorprese, dovrebbe agire nello scacchiere di coach Marco Andreazza a La T Gema Montecatini, eventualmente alternandosi con il connazionale Jordan Harris nello spot di 2.
La sua principale forza risiede infatti senza dubbio nell’atletismo. Barnett è prima di tutto un atleta eccezionale, in termini di velocità, fisicità ed elevazione. In attacco ama spingere fino al ferro con continuità, affettando le difese con l’esplosività del suo primo passo e affrontando senza paure i corpi e le braccia tese delle difese avversarie. Ha grandissima capacità nell’attacco al canestro, con grandi percentuali realizzative nel pitturato, sia sotto al ferro che in avvicinamento, e con la possibilità di concludere anche con spettacolari schiacciate. In generale il suo tiro è molto efficace, sia dalla media che da oltre l’arco. Barnett è in grado di costruirsi il tiro dal palleggio e di giocare con qualità anche il pick and roll, spesso finalizzando l’azione come portatore di palla. In carriera vanta ottime medie anche dai tre punti, dove preferisce colpire sugli scarichi in catch and shoot ma non disdegna certo la costruzione del tiro in proprio. La sua rapidità gli permette inoltre di essere un pericolo anche in transizione offensiva, correndo il campo grande velocità fino al ferro per concludere l’azione. Sicuramente è un giocatore utile prettamente fronte a canestro e che raramente gioca spalle al ferro per farsi spazio di fisico (se non per favorire uno scarico ad un compagno), preferendo partire da più lontano per sfruttare le sue doti atletiche anche tagliando le difese senza palla.
Ma Barnett non è solo attacco, anzi. Restando per il momento nella metà campo offensiva, possiamo aggiungere che il classe 2003 sia anche un discreto passatore, anche per il suo passato da Point Guard in gioventù. Pur non avendo statistiche di primissimo livello in termini di assist, Barnett è in grado di liberare i compagni al tiro, specie dopo una delle sue scorribande in penetrazione. Come dicevamo però, Barnett non è solo un eccellente realizzatore ma anche un ottimo difensore. Specialmente grazie alla sua versatilità e fisicità, che gli permette di poter cambiare su avversari di varia stazza, indicativamente dall’1 al 3. In campo porta tantissima energia ed intensità sui due lati del campo, lavorando molto bene con il suo atletismo anche nella propria metà campo. Per essere una guardia, Barnett ha sempre avuto ottimi numeri in termini di rimbalzi catturati, rendendolo un potenziale fattore anche in questo fondamentale. Inoltre sa essere anche un buon “rim protector“, sfruttando la sua verticalità per infliggere stoppate al malcapitato avversario di turno.
Questo suo stile di gioco è tale fin dai suoi primissimi palleggi. Già alla Brunswick High School infatti, Barnett ama attaccare il ferro, giocare con intensità e aggressività sfruttando centimetri e chili. Tanto che la squadra, con uno stile di gioco molto definito negli anni, fatto di “Run and gun” e molte triple in transizione, modifica il proprio impianto di gioco per lui, così come sarà fatto in futuro per i suoi due fratelli minori. “Marquis è un atleta dotato che rende migliori tutti quelli che lo circondano – disse al tempo il suo coach Joe Mackey -. Non ho mai allenato un giocatore più versatile su ambo i lati del campo“.
FORZA DI VOLONTÀ E CONSAPEVOLEZZA AL SERVIZIO DELLA SQUADRA
Conoscendo la storia personale di Marquis Barnett abbiamo conosciuto anche tanti lati del suo carattere. La perdita del padre quando aveva 7 anni, il trasferimento della famiglia a Brooklyn, le nubi sul futuro dopo esser rimasto senza squadra finito il college. Avvenimenti duri (e a volte drammatici) che ne avrebbero potuto minare certezze e percorso di vita, oltre che di carriera. E se oggi Barnett può dire di aver realizzato il suo sogno ed essere un cestista professionista, tanto lo deve alla sua forza e volontà d’animo, alla sua capacità di non arrendersi e di spostare sempre il focus su quanto di positivo aveva. Se la vita gli ha dato tanti schiaffi, è altrettanto vero che Barnett è stato in grado di porgere l’altra guancia. E ricominciare. Anche quando tutto sembrava finito.
“Nella pallacanestro mi comporto come nella vita. Se una cosa non viene fatta, allora la farò io. Da freshman ho imparato a fare il lavoro sporco, catturare rimbalzi, difendere forte. A quell’età tutti vogliono attaccare, segnare punti. Io mi sono guadagnato spazio facendo ciò che nessuno voleva fare. La cosa più importante in assoluto è non perdere l’obiettivo finale. Qualsiasi cosa ti venga detta, anche se sono amici o familiari, tu continua ad inseguire il tuo sogno. E così ce l’ho fatta“. Un atteggiamento che già nell’anno da sophomore in college lo ha portato ad essere un leader dello spogliatoio. Per sua stessa ammissione, Barnett non è interessato ai record, ai numeri, alle statistiche. È un cestista che bada al sodo, disposto a tutto in campo pur di vincere, che sia una difesa o un rimbalzo in più, che sia giocando da guardia o da ala piccola. Stare lontano dai campi per diverso tempo gli ha permesso di sviluppare una mentalità unica. La mentalità di chi vuole migliorarsi giorno dopo giorno consapevole che il basket è una parte fondamentale della sua vita, ma non è la sua vita. La famiglia, la moglie, la figlia e gli amici. Gli affetti vengono ancora prima di tutto.
“Il basket per me è un lavoro – ammette -. e come tale voglio essere un professionista esemplare. Il basket non è chi sono, non è la mia identità. Io sono un ragazzo semplice, a cui piace creare un clima tranquillo e confortevole nello spogliatoio. Un ambiente in cui stare bene, dove porto energia e positività. Segnare è importante ma non sono quel tipo di giocatore che pensa alle statistiche. Io credo sia importante prima di tutto creare un ambiente sano nello spogliatoio“. Musica per le orecchie dello staff tecnico e dei suoi prossimi compagni di squadra.
COSA ASPETTARSI A MONTECATINI?
Quello approdato al PalaTerme è senza dubbio un giocatore interessante e affascinante, tanto da un punto d vista tecnico quanto per la sua storia davvero unica. Da un punto di visto fisico e atletico, l’impressione è che possa adattarsi molto rapidamente alla Serie A2, dove giocatori di questo tipo possono fare davvero la differenza. L’intensità e l’energia sembrano poi essere di livello tale da soddisfare un coach come Marco Andreazza, che su queste caratteristiche ci punta molto.
Al netto delle difficoltà di ambientamento normali quando si arriva in un luogo completamente nuovo, sicuramente sarà da valutare l’approccio di Barnett al basket europeo, dopo solo un piccolo assaggio di pallacanestro oltreoceano in Israele. Le regole e il modo di giocare cambiano molto rispetto all’NCAA e alla G League ma considerando il carattere dimostrato nel corso della sua vita, crediamo che Marquis abbia tutto per potersi integrare rapidamente, anche nel gruppo squadra dove troverà già un nucleo unito e vincente.
La scelta de La T Gema è stata chiara: due slot stranieri entrambi sugli esterni. Uno più esperto, Harris, l’altro difatti quasi un rookie come Barnett. Da loro due passerà tanto della stagione di Montecatini, che si affiderà alla sua coppia USA in termini realizzativi, di leadership tecnica e anche per togliere le castagne dal fuoco nei momenti decisivi. Una stagione che non si preannuncia semplice per l’alto livello del torneo ma in cui La T Gema ha intenzione di fare la sua parte, sorprendendo ancora. Nel perfetto stile di Marquis Barnett.
(Crediti foto: pagina Facebook Hapoel Beer Sheva)
