Lunedì sera al Forum D’Assago, una sfida da ex per i milanesi Michele Carrea e Marco Sambulgaro, cresciuti nell’Olimpia con i miti D’Antoni e Boridoga
Ieri era il PalaLido la casa dei sogni di due ragazzi milanesi cresciuti con l’Olimpia nel cuore, uno Marco Sambugaro (classe ’71) col mito di Mike D’Antoni, l’altro (Michele Carrea, leva cestistica 1982) con quello di Dejan Bodiroga.
Lunedì sera sarà il Forum D’Assago, l’arena più mondana e maestosa diventata con gli anni il tempio del basket meneghino, a riaccoglierli nella loro Milano. Da avversari, per la prima volta da dirigente per il diesse biancorosso che con l’Olimpia ha giocato quattro stagioni e vinto uno scudetto, per il debutto assoluto da coach per Michele Carrea. «Sono uno dei pochi milanesi che non ha allenato a Milano – scherza il tecnico dell’OriOra – gli altri, da Trinchieri a Crespi, ci hanno fatto almeno dei passaggi nel settore giovanile invece io dopo averci giocato da ragazzo, sono andato via subito. In 7 anni di settore giovanile all’Olimpia, il mio sogno era quello di uscire da quel tunnel, magari da giocatore. Lunedì facendo diversi giri strani ci riuscirò, anche se da ospite».
«Ci ho giocato contro tante volte – dice Sambugaro che dal vivaio delle scarpette rosse è approdato in prima squadra nel ’92 – ed è sempre stato emozionante. Come lo sarà lunedì. Ora è cambiato tutto ma la storia è quella. Milano è una piazza che guardi sempre in modo particolare».
«Ho vissuto da tifoso lo scudetto del ’96 con Sambugaro in campo insieme a Fucka e Gentile – dice Carrea – stravedevo per Bodiroga ma tutta la squadra la ricordo con calore. Forse l’ultimo basket vincente di centimetri e tecnica. Oggi non credo che sia un diritto per noi professionisti essere tifosi, da ragazzino sì, oggi la nostra squadra diventa tutto».
Nessuno dei due ci vive più da anni, ma per entrambi le radici sono lì. La passione per il basket, la fede per l’Olimpia li ha accomunati. Arrivando da strade diverse a fondersi nel biancorosso del PalaLido, ad allenarsi, a sbirciare le sedute dei campioni per poi «coronare il sogno – dice Sambugaro – di giocare in prima squadra».
«Da giocatore cresciuto nel mito di Mike D’Antoni – dice il diesse – e di quella squadra fortissima con Meneghin, McAdoo, Barlow, trovarmelo davanti come allenatore il primo anno da professionista è stata un’emozione molto forte. La mia Milano è il PalaLido, ero praticamente sempre lì, ma prima ancora il campetto di Milano2 dove sono cresciuto. E poi il centro, dove mio padre aveva un negozio. Sono molto attaccato a Milano, pur essendo un cittadino del mondo, nato in Germania da mamma tedesca e padre veneto».
Una città cosmopolita, è questa la sfumatura della metropoli meneghina a cui rimane legatissimo anche Michele Carrea, ormai milanese “fuori sede” da 13 anni. Una città pronta ad offrire una chance a chi continua a sognare il “miracolo a Milano”, «che apprezza il saper fare – dice il coach – e dove la scalata sociale è ancora possibile, non dico facile ma possibile».
«C’è chi dice negativamente che a Milano non ci sono più milanesi – continua Carrea – io mamma senese e babbo piemontese, non ho mai sentito etichettarmi come forestiero. Sono andato via 13 anni fa, ma lì ci sono i miei amici e la famiglia. Lì è nato mio figlio, in una piacevole mediazione con la mamma calabrese. Dall’esterno rimane la stima e il fascino per una città cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi 20 anni. Una città europea, internazionale ed accogliente. Vado molto più oggi a fare una passeggiata in Piazza Duomo che quando ci vivevo, ogni volta che giro la città vedo qualcosa di nuovo».
Al di là del richiamo delle scarpette rosse, la Milano di Carrea è la centralissima via della Commenda: lì c’è la clinica Mangiagalli dove è nato lui e (pochi mesi fa) il figlio Filippo. Lì c’è il Liceo Classico State “Giovanni Berchet” uno dei più antichi d’Italia, non molto lontano l’Università Statale dove si è laureato in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee alla Facoltà di Scienze Politiche. Tra la voglia di girare il mondo per progetti di cooperazione o dietro ad una palla da basket, ha vinto la seconda anche se partecipando al progetto “Slums Dunk” di Bruno Cerella ha coniugato l’amore per la palla a spicchi e la voglia di aiutare gli altri.
Onorare la “Scala del Basket” è un obbligo morale che entrambi sentono lunedì sera, nonostante le difficoltà della sfida alla super Armani di Ettore Messina. «Bisogna scindere le due cose – dice Carrea parlando della gara di lunedì – lo dico anche ai giocatori quando giocano da ex. Ho la fortuna di allenare una squadra con un serbatoio più colmo, perchè le vittorie danno gas. Noi non abbiamo Coppe, abbiamo solo questa gara da preparare e giocare per perdere di poco non ha senso. Per vincere dovremo fare qualcosa di speciale ma se lo faremo, abbinato magari ad una giornata poco lucida loro, possiamo trovare qualcosa di utile per noi».
«Cercheremo di far vedere che siamo competitivi anche a Milano – continua Sambugaro – spero di vedere un altro passo avanti dopo tre gare in crescita, per onorare il palcoscenico in cui ci esibiremo».



