Bruno Ialuna ha raccontato quel bambino con cui si era incrociato in una sera di molte estati fa: «Accompagnai lui e babbo Joe a mangiarle. Per il mondo era Bryant ma è sempre rimasto Kobe»
Per il mondo era Bryant, ma lui è sempre rimasto Kobe. E’ per questo che era così amato. Anzi che era un’icona mondiale, idolo di generazioni di ragazzi. Tutti, quelli che hanno affidato i loro sogni ad un pallone da basket da piccoli e che da domenica, si sentono un po’ meno giovani, un po’ meno spensierati. Un po’ più soli. Ma anche gli altri, quelli che “anche a scuola in questi giorni mi hanno chiesto di lui. Mi hanno chiesto, prof ha visto cosa è successo?”. E’toccato a lui, Bruno Ialuna, il “coach Carter” della provincia di Pistoia, a spiegare chi era Bryant, partendo soprattutto dallo spiegare chi era Kobe. Ai ragazzi della scuola media “Chini” di Montecatini a cui ha dedicato molti dei suoi libri, spiegando basket e vita come fa da anni “ex catedra” dalla panchina. Che siano giovanili, che sia promozione (come adesso che allena lo Sporting Club Montecatini “era il sogno della mia vita” dice), che sia serie C in cui ha incantato e vinto anche di qua del Serravalle.
Coach Bruno ha raccontato quel bambino con cui si era incrociato in una sera di molte estati fa, in quell’ormai famoso Trofeo Piattelli al PalaVinci dove mercoledì sera ha organizzato un sentito ricordo coinvolgendo i ragazzi che lì sullo storico parquet termale si allenavano. “Ero l’allenatore della squadra in cui giocava anche lui- dice Ialuna- tra i grandi come ha raccontato bene Federico Biagini”. Il post social di quel “modestissimo giocatore delle minors toscane” come si definisce lui ha fatto il giro del web. Dolce, incredibile la sua minuziosa descrizione degli attimi prima della sua stoppata a quel bambino di 11 anni che gli aveva infilato due bombe in faccia. “Ora o mi sostituisci o vieni te a marcare quel bimbo” scrive Ghigo Biagini, ricordando le parole dette al coach. Bruno Ialuna appunto. “A tutti scherzando ho sempre detto di averlo lanciato io Kobe- dice Ialuna- il giorno dopo quel torneo, li ritrovai, lui e babbo Joe in centro a Montecatini. Volevano sentire le cialde di cui gli avevo tanto parlato, allora andammo insieme dal Bargilli”. E lassù proprio in cima al Viale Verdi, a pochi passi dal fascino senza tempo delle terme Tettuccio, lungo il viale delle stelle trapuntato di borchie con i vip che negli anni sono stati ospiti di Montecatini, c’è da anni quella in nome di Kobe Bryant. Che ora fa venire i brividi.
Perchè, chiediamo all’allenatore e al professor Ialuna, Kobe Bryant è stato un simbolo per tanti ragazzi? “Perchè pur essendo un mito, una leggenda- dice Ialuna- lui è sempre rimasto Kobe. E se era un campione diverso dagli altri, secondo me era anche per la sua educazione ricevuta in Italia. Per quegli anni così diversi dalla vita fatta dai suoi futuri colleghi: mi ha colpito leggere che alle sue figlie, ha sempre cercato di spiegare com’era bello vivere a Cireglio o a Reggio Emilia. Dove usciva di casa da solo, stava tutto il giorno al campetto e rincasava da solo alle 10 di sera dopo esser stato a cena dagli amici. Roba che in America non esiste”.
Kobe Bryant è una di quelle stelle dello sport, intorno a cui si muove un intero firmamento. Insieme a lui si muovevano sempre 50 persone, ogni suo spostamento era una notizia, la vita privata che non è più tale, un impero economico che ti segue volente o nolente. Eppure Black Mamba ha sempre trasmetto un’umanità che difficilmente si coglie nelle altre star sportive. “Prendiamo lui e il Dream Team- dice Ialuna- come tutti sanno gli atleti olimpici alloggiano nei campus ma alcuni, come il Dream Team, non ci vanno. Stanno in ville, alberghi, residenze dorate e lontane. E tra questi c’è il Dream Team naturalmente: il primo, quello di Barcellona ’92 che ho avuto l’onore di vedere nell’amichevole di Montecarlo, abitava lì e tutti giorni andava in aereo in Spagna. Kobe no: a Londra lui stava nel campus, mangiava alla mensa. E andava a cercare gli italiani. Un pugile, mi pare fosse Clemente Russo, ha raccontato di averlo incontrato e di averci parlato mentre mangiavano. Voleva parlare in italiano, dell’Italia…come ha raccontato anche Marco Belinelli della prima volta che si incrociarono in Nba. Gli disse pure che voleva vederlo combattere e, incredibilmente, se lo ritrovò sotto il ring la mattina dopo a tifare per lui”. Dai ragazzi del Settebello a tantissimi sportivi italiani olimpionici di ogni disciplina, sono tantissime in effetti in queste ore le foto scattate durante i giorni a cinque cerchi. Con le magliette casual e i pass con cui gli atleti girano nel campus. “Per questo è stato amatissimo- dice coach Ialuna- per me Jordan è il numero uno, se ne parla ancora tantissimo ed è 15 anni che ha smesso. Ma subito dopo viene Kobe, che sta al basket come Maradona al calcio. Nessuno ha mai ispirato tanti ragazzi come lui”.



Grazie, Bruno. Si può dire che hai viaggiato con la storia del basket mondiale????