Da Gregor Fucka a Tony Mitchell, passando per Diego Fajardo e Randy Culpepper: breve storia del mercato riparatorio del Pistoia Basket
Cos’hanno in comune Gregor Fucka e Tony Mitchell? Diego Fajardo, Jake Odum e Randy Culpepper? A prima vista poco o nulla se non l’essere arrivati in corsa a vestire la maglia del Pistoia Basket. Con, diciamo così, alterne fortune e relative contrastanti emozioni lasciate nei cuori ora infranti, ora calpestati (sportivamente parlando, s’intende) dei tifosi biancorossi.
Nella lista dei nomi degli atleti arrivati al Pistoia Basket, in virtù dei vari rimpasti, le storie sono molte. E a Randy Culpepper, il “peperoncino” messo a quasi due terzi della stagione per rendree il cocktail OriOra esplosivo, auguriamo davvero di andarsi a collocare nel “dream team” dei rincalzi di lusso che hanno portato a campionato in corsa campioni come l’Airone di Kranj o Don Diego Fajardo e non nel gruppo delle toppe mai davvero cucite sul vestito biancorosso.
Un cocktail, quello con l’esterno di Memphis, sempre più agognato visto il forzato prolungamento della sosta del campionato, che nonostante l’annuncio del ritorno in campo sabato a Trieste, rimane appeso alle decisioni che al tempo del Coronavirus sono già vecchie dopo poche ore.
Provando a parlare di campo, Randy Culpepper è l’ultimo di una lunga serie di arrivi in corsa visto che tra Legadue e A1, il Pistoia Basket ha spesso fatto ricorso al mercato di riparazione.
Dal 2007 ad oggi, in dodici campionati, solo due hanno visto arrivare in fondo la squadra partita in estate. La stagione 2010-11, una delle molte con la proclamata austerity obbligata pena crack futuri, e la stagione 2013-14.
Per motivi diversi, due delle stagioni più emozionanti della storia recente dei canestri biancorossi: la prima quella in cui Toppo e soci supportano e sopportano il genio e la sregolatezza del tandem Varnado-Forte, la seconda quella della prima memorabile stagione in A1 dell’era Pistoia Basket. Con i diavoli volanti di Paolo Moretti, otto giocatori otto, che esorcizzano l’incubo iniziale, mettendo davvero paura nei playoff a Milano.
Per il resto il rimpasto è sempre stato il piatto preferito dell’inverno biancorosso, ad iniziare dalla prima stagione di Legadue in cui Maurizio Lasi chiama a Pistoia il “fedelissimo” Guido Rosselli per la volata playoff, “sacrificando” uno degli eroi del salto dalla B1 come il soldatino Leonardo Zaccariello.
L’anno dopo è proprio Lasi a fare le spese della rivoluzione: Moretti arriva con la squadra ultima in classifica che, rinforzata dagli innesti del solido Sylvere Bryant e dalla mano calda del gaucho Casini, sfiora i playoff.
Casini rimane l’anno successivo, dirigenti ingolositi e portafoglio a fisarmonica con gli arrivi (prima di Natale) della “tempesta” svedese Martin Ringstrom (al posto del lungo degente Bill Philips) e della leggenda Gregor Fucka. Il simbolo dell’oro azzurro agli Europei ’99, accetta la proposta dell’amico-coach Paolino e la stagione dopo, chiude una carriera da mille e una notte col biancorosso addosso. Roba che a pensarci ancora adesso fa venire i brividi.
Dopo il suo ritiro, nell’estate 2011 arriva Giacomo Galanda come ciliegina sulla torta di una squadra interessante che strada facendo farà sognare. Con pochi ritocchi, se non il sorridente mormone Jonathan Tavernari, grande agonista col vizio della tripla a mattonella, che scalda il PalaCarrara (dove arriva al posto del sornione lungo francese Yango) più che le ballerine al Carnevale di Rio.
La promozione sfiorata con la squadra di “Ave Tave”, arriva l’anno dopo. In corsa arrivano Roberto Rullo al posto di Mirza Alibegovic, che sboccerà poi altrove, ma la spinta all’ultimo sforzo arriva con i muscoli e i gomiti di Diego Fajardo.
Per diventare “la più bella di tutte”, nel primo anno firmato Esposito, non c’è bisogno del bisturi del mercato visto che durante la stagione arriva solo il diligente Andrea Amato più che altro ad allungare le rotazioni.
Il saluto di Moretti, nella stagione 2013-14, arriva dopo una stagione altalenante segnata dalla destituzione del “presidente” Linton Johnson con un rinvigorito Valerio Amoroso, tornato Masaniello del parquet, e l’uomo “tap in” Tony Easley. Un rimpasto costoso per i playoff, mancati solo per classifica avulsa.
Dal 2016 il PalaCarrara inizia ad essere un terminal: arrivi e partenze sono di casa. Alcune scelte a fari spenti sono azzeccate, come lo sconosciuto Teddy Okereafor (2016-17) o la promozione di Della Rosa l’anno dopo. Altre più sofferte come la staffetta Roberts-Jenkins per sostituire l’epurato Hawkins, altre sfortunate come il depresso Jamon Gordon.
Come dimenticare i sorrisi con i finestrini tirati giù e la musica a tutto volume di Ivanov e Diawara, nella loro parentesi (nel Diablo III) da “una vita in vacanza”.
O i musi lunghi dalla rivoluzione mancata dopo i cambi dell’ultima stagione. Mai scoppiato il feeling con Tony Mitchell, mai capita la scelta di Jake Odum spaesato su un campo da basket più che un metallaro al Festival di Sanremo, sprecata la scelta del vivace biondino Mesicek arrivato al momento sbagliato nel posto sbagliato. Che dire della mesta passerella di Moretti, meno fortunata – diciamo così – della prima pur iniziata con un subentro.
C’è poi il curioso caso di Andrea Crosariol, per due volte chiamato in corsa (anche se la prima alla vigilia del via del campionato) e nel giro di due stagioni passato dall’essere osannato a contestato.


