«Il momento più duro? La sconfitta interna con Roma. Quello più bello è stato battere Venezia», racconta il coach di Pistoia, Michele Carrea
Stop alle gare, stop a quella adrenalina che ti spinge a correre verso una meta possibile soprattutto su una strada impervia. Ma la chiusura anticipata dei campionati congela non solo i risultati sportivi, ma anche le relazioni intrecciate lungo la strada. Congela il congedo che spesso c’è a fine stagione, tra persone che hanno vissuto fianco a fianco un anno intero, soffrendo e gioendo insieme e che poi magari nel prosieguo della vita si incroceranno solo da lontano. Interrompe lo scambio di passione con i tifosi. Lo strano finale annunciato della Legabasket toglie, insomma, molto di più di quanto si pensa come ci dice Michele Carrea.
Coach, ne avrà pensati tanti di finali per il suo primo anno di A1 ma questo forse no…
«Ti lascia tante sensazioni un po’ così, non pensavo anche se razionalmente l’ho sempre ritenuta l’unica soluzione possibile in questo momento. Non pensavo che lasciasse ugualmente una sorta di tristezza: non aver fatto l’ultima gara, non aver salutato la squadra affrontando i tempi di fine stagione, tirando una riga con ognuno dei ragazzi come si fa da allenatore a giocatore. L’ho fatto con qualcuno su WhatsApp. Il campionato è chiuso formalmente ma emotivamente aperto. Sono molto dispiaciuto di non aver salutato il pubblico con l’orgoglio del risultato acquisito ma questo momento storico ci impone di guardare più in là e soffermarsi sul buono che abbiamo fatto».
I tanti messaggi social rivolti a lei e ai giocatori lo confermano…
«Avevamo un mandato difficile con due obiettivi: far tornare la gente a divertirsi e penso che in casa le partite siano state in maggioranza godibili, e poi lottare per la salvezza. Nessuno può negare che eravamo ampiamente in corsa».
In questo strano bilancio sospeso, ci dice il momento più difficile e quello più bello?
«Il più difficile la partita in casa con Roma. Diciamo che la mia fortuna era stata aver avuto un inizio simile il primo anno a Biella, avevo un po’ di scorza ma da allenatore esordiente con giocatori esordienti si stava andando a sgretolare sostanzialmente ogni fiducia. Restare in piedi è stato complesso, Sambugaro è stato importante in quel momento e la chiave è stata non farsi prendere dal panico, non sbattere sul bisogno della vittoria ma continuare a lavorare per migliorare. Il momento più bello? Potrei dire la vittoria di Roma, le emozioni della serata contro Reggio Emilia ma andando oltre il risultato, dico il successo contro Venezia. Nettamente la nostra miglior partita».
Tra debutti e scommesse, aveva molte sfide legate ai suoi giocatori. Chi è cresciuto di più?
«Le sfide davanti ad ogni ragazzo erano diverse. Brandt e Dowdell venivano con una carriera già importante, Johnson non ha sbagliato la sua prima grande occasione ma voglio fare due nomi perchè per responsabilità e trascorsi, su di loro ho sentito e risentito di tutto. A Salumu e Petteway avevamo dato le chiavi della squadra, nonostante uno avesse avuto pochi minuti l’anno scorso a Varese e l’altro venisse da due tagli consecutivi. Sono venuti entrambi addosso con l’etichetta di chi avrebbe affossato Pistoia, anche perchè uno è caratterialmente considerato “difficile” e l’altro timido. Cominciare perdendo, cominciare con prestazioni non soddisfacenti non li ha aiutati ma poi hanno fatto un percorso che li ha portati al giusto riconoscimento di esterni che possono tenere le sorti di un attacco in serie A1. Gli italiani hanno dato impegno e responsabilità anche oltre le loro possibilità».
Cosa ha imparato?
«Legato a questo, da persone come Terran Petteway ma anche Randy Culpepper nelle quattro settimane che abbiamo fatto insieme, ho imparato a costruirmi idee sul mio vissuto e non sulle cartoline dei giocatori che ci depositano dall’esterno e a cui a volte erroneamente ci affidiamo. Terran, ad esempio, ha nell’emotività il suo limite ma è sempre disponibile a lavorarci e a capire gli errori».
Se il presente è strano, parlare di futuro lo è ancora di più anche se lei ha un altro anno di contratto a Pistoia…
«Il futuro è la cosa che mi manca di più. E’ il passo che la politica deve consentirci di fare in primis per capire come ci si potrà allenare e giocare e poi per capire quale possibile investimento può fare il club e la Legabasket. Ora ci sono solo i desideri e spero che la situazione si muova per consentire di programmare in primis ai presidenti, poi ai direttori sportivi, poi agli allenatori. Quando accadrà spero di poter in questa città, con questo club, con questa gente tornare in campo e riaffacciarsi su quella sfida che stavamo portando avanti insieme».


