Nel momento più delicato della storia recente del Pistoia Basket si fa sentire la mancanza di Roberto Maltinti: oggi, 6 giugno 2020, sarebbero stati 72 anni
Il compleanno è solo un pretesto. Triste e beffardo. Ma che Roberto Maltinti ci manchi e manchi a tutta la Pistoia sportiva è una realtà con cui fare i conti ogni giorno da quel maledetto 9 settembre scorso. Oggi, 6 giugno 2020, Robertone avrebbe compiuto 72 anni. Lui nato in quel “quarantotto” che evoca tante cose che gli stanno a pennello.
I moti rivoluzionari dell’Ottocento che hanno consegnato alla storia questo numero come un sinonimo di tumulti, di rivendicazioni popolari, di fragore e voglia di ribaltare il mondo. Di fermento rumoroso che, nel senso più bello del termine, si addice alla sua storia sportiva e umana. Ma il ’48, inteso proprio come il suo anno di nascita, il 1948, è anche l’anno della promulgazione della Costituzione. Che sintetizza il lavoro, l’uguaglianza tra le persone, i diritti e i doveri come cardini di uno stato che voleva rinascere dopo la guerra.
Rialzarsi, ripartire, rimettersi in gioco è sempre quello che ha fatto nella sua vita di imprenditore e di uomo di sport, Roberto Maltinti. Babbo, fratello maggiore, amico di tutti quei ragazzi bravi col pallone, di qualunque colore esso sia, per cui è sempre stato più di un presidente.
Un presidente atipico, per mille motivi. Anche perché di questi tempi, con i campionati agli sgoccioli, avrebbe abolito volentieri l’estate. Un po’ perché di andare in vacanza diceva sempre di non sentire il bisogno, lui abituato a trottare tutto il giorno con la sua macchina: ditta-casa, casa-ditta-palazzetto.
Almeno da quando nel 2005, Becciani lo convinse a tornare in sella al basket cittadino che aveva bisogno del suo entusiasmo per tornare a correre. Unici intermezzi a quella ruotine tanto amata dal presidente, le cene-confessionali con quello o quell’altro giocatore. Al solito tavolo del ristorante “Da Marino”, insieme ad Ivo Lucchesi. Che con la sua vocazione alla diplomazia, ne è stato il compagno di viaggio ideale per lui impulsivo e sanguigno.
L’allergia all’estate di Maltinti, era però soprattutto figlia dell’allergia ai saluti con quei figli sportivi. L’allergia alle trattative, alle cessioni, alle partenze, alle separazioni che fanno parte dello sport, soprattutto a Pistoia. Specie negli anni dorati della presidenza Maltinti, ricchi di successi fatti da ragazzi arrivati sconosciuti ai più e diventati oggetti del desiderio. Impossibili da trattenere, come ci è sempre stato detto, anche se in dieci mesi hanno lasciato il segno che alcuni non lasciano in una carriera. Anni in cui i saluti sono sempre stati difficili da digerire, anche per il presidente–ultrà per eccellenza.
Ma in questi giorni Roberto Maltinti ci manca particolarmente. In questi giorni dove la primavera prigioniera del Coronavirus, si sta lasciando tentare dall’estate. Un’estate anomala per l’Italia intera e probabilmente – anche se con le dovute proporzioni – per il basket pistoiese. Che per l’ennesima volta si interroga sul futuro, che stavolta sembra più cupo che in passato.
Ci manca proprio quel fragore, quell’indole naturale a non passare mai inosservati che ha contraddistinto Robertone nella buona e nella cattiva sorte sportiva. In cui, a volte anche andando un po’ sopra le righe, ha sempre parlato a chiare lettere di come andavano le cose.
L’ha cercato di far capire all’esterno, sbattendo se necessario i pugni sul tavolo, arrabbiato con chi pur potendo, non ha aiutato o non ha ascoltato il grido di dolore di attori importanti del panorama cestistico italiano come lo sono le piccole società. Come Pistoia che oggi soffre davvero, ma anche come molte altre che reggono meglio l’urto di una crisi globale. L’ha fatto, facendo da parafulmine a chi aveva intorno e sapendo di non ricevere l’applauso. Né di attirare spesso le simpatie dei potenti.
Ecco la combattività a viso aperto di Roberto Maltinti ci manca tanto in questi giorni di perdurante silenzio in cui si è trincerata la società. Rotto solo da qualche parola scucita ai due massimi dirigenti, Capecchi e Peluffo, che pur hanno detto parole condivisibili, ponderate e sofferte. Facendo in qualche modo capire che la società si trova alla decisione più delicata dell’era Pistoia Basket: fare l’A1 con mille rischi o fare un passo indietro e scendere volontariamente in A2. Ragionata e faticosa, si capisce, è anche la lettera diffusa in queste stesse ore dallo stesso presidente dove c’è tutto il lavoro certosino della società che però ha scelto di “provare” ad alzare la voce e chiedere davvero aiuto alla città, a meno di dieci giorni dal bivio.
Un bivio che cela tanti rischi qualunque strada si percorra. Ma il rischio più grosso è scivolare nell’indifferenza: questo proprio Pistoia non può permetterselo se vuole ripartire con slancio. Ovunque lo farà.



