Tra Gioia e amarezza: sette anni fa il Pistoia Basket conquistava l’A1

22 giugno 2013: sette anni fa il Pistoia Basket batteva Brescia in gara-5 guadagnando il pass per la massima serie. Oggi l’autoretrocessione

Le leve muscolose di Fiorello Toppo che alzano la Coppa al cielo, innalzandola sopra a quel mare che in pochi minuti è diventato il campo. Un mare di sorrisi, di abbracci, di salti, di spinte, di magliette bianche che fino a poco prima avevano composto la muraglia di tifo in cui è stata rinchiusa la Leonessa venuta da Brescia e che sommerge anche i corsari che hanno navigato un’intera stagione, spingendo il Pistoia Basket a ritrovare l’approdo più sognato: la conquista della A1.

L’occhio fotografico del nostro Giacomo Carobbi ha consegnato alla storia quella che è l’immagine simbolo di quella notte magica, di quel 22 giugno 2013 quando intorno alle 23 di un bollente sabato di giugno, re Fiorello Magno descamisado e con la retina al collo dominava il popolo in festa con lo scettro della promozione.

Ma ognuno dei 4000 (per la questura) che riempivano il PalaCarrara e tutti gli altri, chi di fronte alla diretta tv di RaiSport o chi attaccato alla radio a sentir urlare chi scrive e il collega Melegari del cielo tinto di biancorosso sopra il PalaCarrara, ha la sua immagine di quella serata.

Giorgio Tesi Group - Centrale del Latte Brescia / Gara 5
La fotogallery di gara-5 (foto Carobbi)

C’è chi ha quella delle decine di striscioni di un popolo biancorosso mai così creativo e goliardico per accogliere a dovere uno degli avversari più temuti (“Giddens elegante ma paga col contante” riferito al caso che scoppiò in quei giorni sui conti non pagati dell’americano all’imprenditore pistoiese che veste i campioni Nba) o l’eterno “Gufo termale cambia canale”.

C’è chi ha quella appollaiato sul canestro a tagliare la retina per poi consegnarla a Fiorellone travolto dalla folla, chi quella di aver spogliato Gek Galanda, chi quella di aver spinto Cortese, Saccaggi, Rullo, Meini e compagnia a saltare il cancello che separa il campo dalla curva, per permettere alla squadra di salirne i gradoni ed accomodarsi intorno allo zio di Panama – Michael Hicks – in versione capo ultrà.

A cantare e saltare con la Baraonda, anche un Maltintone indimenticabile, con le pezze alla camicia, i primi gavettoni già ricevuti che poi si sarebbero trasformati nella doccia di rito negli spogliatoi. Trascinato dai suoi ragazzi, diventando presto compagno di banda per spingerli a mettere a mollo anche tutti gli altri dirigenti (“loro con me si peritavano, mi vedevano più vecchiotto – ha raccontato Ivo Lucchesi – Ma Roberto li convinse e finii anch’io sotto la doccia”).

La gioia folle di Tonino Graves che poco dopo avrebbe dato spettacolo fuori da un noto ristorante del centro in cui si sarebbe fatto tutto fuorchè cenare, quella ordinata di Diego Fajardo. Roccioso argentino trapiantato alle Canarie che Paolo Moretti e Giulio Iozzelli vollero per permettere alla favoritissima di non calare mai d’intensità. E spingengo quinta fino alla fine di una lunghissima stagione, mettendo in fila in playoff intensi e combattuti Scafati, Casale Monferrato e un’agguerrita Brescia, il Pistoia Basket rombò fino alla A1.

Una notte magica finita con caroselli e bagordi che tennero sveglia la città fino alle prime luci del mattino, da cui sono passati sette anni oggi. Sette, numero spesso accostato alla perfezione, alla meraviglia, ma non sotto i canestri pistoiesi. Nessun settebello, nessuna settima meraviglia, anzi. La torta amara su cui quest’anno si posa la settima candelina del compleanno della promozione del 2013, è la conferma di una crisi a cui la Pistoia baskettara non ha trovato soluzione. La crisi del settimo anno che, ora come nel 1999, sancisce il divorzio ancora una volta conflittuale tra i canestri pistoiesi e l’A1.

Sette stagioni durò l’Olimpia in A1 prima della retrocessione che si trasformò in vendita del titolo nel 1999, cancellando la città dalla geografia del grande basket. Sette stagioni è durata l’avventura nella massima serie del Pistoia Basket, che sulle ceneri dell’Olimpia era nata, riuscendo dopo tredici anni di fatiche a tornare a guardare in faccia gli dei del basket. Un dato che sembra evidenziare come in decenni di basket, di grande basket, di giocatori scoperti, di allenatori lanciati, di passione incredibile, non si sia riusciti a rafforzare la base economica per stare a grandi livelli. Rimanendo un bel prodotto, unico nel suo genere, ma con una scadenza marchiata.

Un dato che in questi giorni intensi in cui, nonostante la grande voglia di ripartire sul lato sportivo sancito con il gradito ritorno di uno dei protagonisti di quell’impresa ovvero Lollo Saccaggi, dovrebbe far riflettere nelle segrete stanze di via Fermi. Perché solo analizzandone le cause, davvero Pistoia potrà digerire una cosa sportivamente inaccettabile come l’autoretrocessione. Ripartendo davvero verso un futuro più solido di quello che, tra maxi debito e fuggi fuggi di sponsor, si vede ora.

Elisa Pacini
Elisa Pacini
Innamorata delle parole, che sono centrali nella sua “dolcemente complicata” vita professionale. In primis per raccontare il basket e lo sport, dalle colonne de Il Tirreno (con cui collabora dal 2003) alle pagine web di Pistoia Sport (che ha contribuito a fondare). E poi come insegnante di italiano agli stranieri.

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