Compie oggi settant’anni Gino Natali, leggenda del basket montecatinese sia in campo che dietro la scrivania. Il pensiero di Lorenzo Mei
di Lorenzo Mei
La prima immagine che mi viene in mente se penso a Gino Natali, che oggi compie settant’anni, è dietro a una scrivania. Sorriso beffardo dietro ai baffi, una distesa ordinata di fogli, agende e appunti davanti a sé, cervello sempre in moto al massimo dei giri. Mi sono seduto davanti a lui come giornalista innumerevoli volte. Conferenze stampa, chiacchierate, briefing settimanali. Perché Gino era uno che considerava riempire le pagine dei giornali uno dei suoi doveri di general manager. E quindi faceva di tutto per fornirci notizie quotidiane, anche inventandosi una marea di piccoli e grandi iniziative. E sì che quando c’era lui in sella alla dirigenza rossoblù (sotto la presidenza di Vito Panati, naturalmente) le notizie da pubblicare non mancavano anche senza bisogno di inventarsele: promozione dalla B alla B d’eccellenza, poi A2, infine A1, due volte, con una sfortunatissima retrocessione nel mezzo.
Però se torno indietro di qualche anno, il ricordo che mi salta in testa è molto più “ruspante”, è quello di un Gino Natali ancora vestito da giocatore. Una partita surreale, in una minuscola palestra di Spezia. Noi del pubblico (ero un ragazzino, ancora non scrivevo sul Tirreno) arrivammo da Montecatini prestissimo, e praticamente riempimmo le gradinate. Tanto che appena entrarono, gli spezzini non sapevano dove mettersi: praticamente non c’era più posto. Eravamo in trasferta, ma avevamo occupato il palazzetto. Quando arrivarono i giocatori per il riscaldamento, i palloni dati alla Panapesca non rimbalzavano. Giancarlo Bacci ne prese uno dal carrello e provò a palleggiare, e la sfera si piantò sul linoleum senza dare segni di vita. Per terra si scivolava, c’erano della paurose macchie di umido, su cui venne buttata una polvere bianca che poteva anche essere farina, o calce. Alla fine i rossoblù rimediarono un paio di palloni per scaldarsi, e vinsero una partita tutt’altro che amichevole. Nel finale furono decisive un paio di azioni di Gino, che come al solito partiva in contropiede palleggiando tra le gambe degli avversari, e che si girò la palla attorno alla schiena, come facevano gli Harlem Globetrotters. Fece incazzare i difensori, e dalla confusione che ne venne fuori, dopo qualche minuto di concitazione, lo Sporting Club uscì con la vittoria in tasca.
Anche dietro la scrivania Natali “giocava” così, tutto invenzione e fantasia: l’aggettivo che gli veniva sempre affiancato, anche dai giornali sportivi come la Gazzetta o lo storico “Superbasket” era “vulcanico”. E in effetti era una specie di pentolone sempre in ebollizione, che dette il meglio man mano che Panati si appassionava e che c’era qualche soldo in più a disposizione. Ma certo non erano stagioni con budget sconfinati: la sfida era pescare nella campagna acquisti estiva giocatori bravi ma che non fossero in cima al listino prezzi. Il capolavoro fu naturalmente la campagna acquisti del 1985, quella in cui arrivarono Stefano Maguolo, Carlo Marchi, Marco Pedrotti, ma soprattutto un ragazzo che si era affacciato fugacemente alla serie A2 ma che tutti avevano sempre giudicato “forte ma non abbastanza”. Era Mario Boni. Natali lo vide da vicinissimo, quasi ventiduenne, alla fine della stagione 84-85, quando la Panapesca si giocò la salvezza all’ultima giornata, conquistandola, proprio contro il Vigevano in cui Boni segnava valanghe di canestri, agitandosi e bestemmiando.
Aver costruito quella squadra, che con qualche modifica e varie aggiunte conquistò la A2 prima e l’A1 poi (e che naturalmente aveva dentro anche Andrea Niccolai, il golden boy del vivaio), è uno dei capolavori di Gino da dirigente, ma non il solo. Dopo la retrocessione dalla serie A1 la squadra fu rifondata grazie a quello che fino ad allora fu il colpo di mercato in uscita di cui si sarebbe parlato per anni, la cessione di Andrea Niccolai al Messaggero: 13 miliardi, più uno sponsor pluriennale (Lotus), più una camionata di giocatori, sia senior che giovani: qualcuno buono, qualcuno un po’ meno. Con quei soldi lo Sporting Club si comprò anche un ex albergo riconvertito in foresteria per i ragazzi delle giovanili, la “Boys House”, ricalcando un modello che aveva fatto scuola per esempio a Cantù.
Sempre Natali decise di allargare i confini della passione per il basket, inventandosi quel marchio, l’Operazione Valdinievole, che alla fine portò al palazzetto una quantità di persone che corrispondeva a circa un quinto della popolazione cittadina, probabilmente un piccolo record. Nei derby con Pistoia, che ovviamente sono un altro capitolo importante della storia di quegli anni, si arrivava a un quarto. Cinquemila persone e rotti al Palaterme, anche quello costruito grazie ai successi della pallacanestro. Gli anni più belli, forse, furono quelli con Gianfranco Benvenuti in panchina, voluto proprio da Gino Natali, che a suo volta era arrivato da giovane alla Libertas Livorno come giocatore proprio grazie a Cacco.
In un paio di occasioni l’ho fatto arrabbiare. Soprattutto quella volta in cui mi arrivò con un giorno di anticipo la voce dell’accordo con un nuovo e importante sponsor: la Bialetti. Cercai e trovai conferme, e pubblicammo l’articolone a tutta pagina, naturalmente, la stessa mattina in cui Gino avrebbe voluto dare l’annuncio in pompa magna alla stampa. Ci rimase male, ci teneva a dare lui tutte le notizie, ma la prese sportivamente, aprendo l’incontro con una battuta: buongiorno, siamo qui per dirvi che lo sponsor del prossimo anno sarà la Panapesca. Invece c’erano già omini coi baffi sparsi per il palasport.
Quando dopo un’annata difficile, e una seconda retrocessione in A2, se ne andò, Gino Natali invitò i giornalisti a pranzo. Ci raccontò che sarebbe andato a Roma, con Corbelli, che aveva conosciuto quando era proprietario di Forlì. Ci disse che lo avevano chiamato anche altre società, ma che dopo essere stato per anni alla guida del squadra della sua città, avrebbe potuto firmare solo per una destinazione di grande prestigio. Era il 1995. E lo stesso ce lo disse quando si trasferì all’Olimpia Milano, sempre insieme a Corbelli, dove conobbe Adriano Galliani, con cui nacquero un’amicizia molto stretta e una collaborazione professionale anche in ambito calcistico, in area Milan, durata almeno fino al primo decennio dei Duemila.
A settant’anni, sempre in grande forma, Gino Natali collabora con la sezione sport di Ticketmaster e si gode, oltre ai nipoti, lo spettacolo di suo figlio Nicola che ricalca le orme paterne, quelle di giocatore, e che è appena tornato a Forlì, dove lo chiamano “il sindaco”, tanto per dare un’idea di quanto la sua generosità e la sua voglia di lottare abbiano segnato il rapporto con i tifosi romagnoli. Ogni volta che mi suona il telefono e vedo il suo numero, so già che Gino mi sta chiamando per raccontarmi di Nicola, dell’approdo in A1, della laurea, dei progetti di management sportivo, del diploma in lingua cinese, e di tutto quello che di bello gli capiterà nei prossimi anni.
Oggi ho deciso di non mandargli un messaggio con gli auguri, gli girerò il link di questo articolo, in cui sicuramente mi sarò dimenticato qualcosa di cui mi perdonerà, magari borbottando un po’.



