Il celebre giornalista di Mediaset Premium Sandro Sabatini ricorda con affetto gli anni da giovane cronista rossoblù nella sua Montecatini
Una bizzarra e tragicomica trasferta a Varese negli anni ’80 al seguito della Panapesca Montecatini, chiusa in passivo sia in campo che al Casinò di Campione d’Italia assieme al vice allenatore Sandro Morini. È il simpatico aneddoto raccontato dal celebre giornalista, conduttore e opinionista Mediaset Sandro Sabatini nella puntata speciale della rubrica social “Caffè Corretto Basket“, condivisa ieri da Montecatini sui propri canali social. Montecatinese doc, Sabatini ha mosso i suoi primi passi di cronista sportivo proprio nella sua città e la sua traiettoria professionale si è intrecciata per qualche anno con la pallacanestro rossoblù. Desiderosi di saperne di più, abbiamo interpellato direttamente Sabatini.
Tutti ti conoscono come giornalista calcistico, ma pochi sanno che agli albori della tua carriera in quel di Montecatini ti sei occupato anche di pallacanestro...
«Ebbene sì. Grazie a Bruno Ialuna iniziai con lui a scrivere sul giornalino “Tutto Basket” che distribuivano al palazzetto, facevamo la presentazione delle partite del settore giovanile della Panapesca. Poi con l’avvento delle radio locali facevo la radiocronaca delle partite della prima squadra della Panapesca per Radio Europa. Non esisteva ancora il tiro da tre punti e i numeri di maglia andavano dal 4 al 15. Poi nel 1984 entrai nella redazione di “Tuttocalcio” di Alfio Tofanelli e da lì lasciai la pallacanestro come giornalista, ma continuai a seguirla sempre da appassionato e da tifoso di Montecatini. Anche quando nel 1987 andai a Milano a lavorare per “Tuttosport” e tornavo nei weekend, se Montecatini giocava in casa andavo spesso e volentieri a vederla».
Erano gli anni d’oro della pallacanestro a Montecatini, che nel 1989 raggiunse per la prima volta nella sua storia la serie A1. Quell’epoca ruggente durò poco più di un decennio, si è trattato di una congiunzione astrale irripetibile?
«Temo di sì. C’era una proprietà con grandi risorse e voglia di spendere, ad oggi ricreare condizioni analoghe è veramente difficile se non impossibile. È stata una combinazione perfetta tra talento e identità territoriale, come testimonia la presenza di persone come Massimo Masini e Gino Natali. E poi la favola dei gemelli del canestro Boni e Niccolai, una pagina indimenticabile di sport cittadino che merita di essere raccontata ancora oggi».
A proposito di gemelli del canestro, quando nel 1994 Mario Boni fu protagonista di quella controversa squalifica per doping collaborasti con lui alla redazione del libro “Tornerò più forte di prima”.
«Sì, fu quello che oggi si chiamerebbe un instant-book, scritto assieme a Fabrizio Brancoli (oggi direttore de Il Tirreno, ndr) e a Mario. Ricordo ancora che tenevo le copie nel bagagliaio e le portavo personalmente alle librerie. È stata una delle cose che mi ha reso più orgoglioso in assoluto, per il lavoro che fu e per la stima che ho sempre nutrito verso Mario e Fabrizio».
Che consiglio daresti ai giovani che sognano di lavorare nel mondo del giornalismo sportivo?
«Mi viene in mente un consiglio amaro, cioè trovare una macchina del tempo e tornare agli anni ’80, quando c’erano molte più opportunità di lavoro ben retribuito che adesso non ci sono più. Scherzi a parte, il consiglio che mi sento di dare è cercare di capire se esiste un modo per trasformare i Social Network in fonte di guadagno. Negli ultimi 10 anni sono affiorate nuove possibilità in campo digitale, riuscire ad essere retribuiti lavorando con i SN potrebbe essere un ottimo modo per valorizzare in senso professionale la passione sportiva di tanti giovani talenti».
Un’ultima battuta. Che ricordo conservi di quei primi anni di carriera a Montecatini?
«Caratterialmente tendo sempre a guardare avanti, è stata se vogliamo anche un po’ la mia fortuna. Ma se dovessi scegliere un periodo in cui tornare, sceglierei gli ultimi anni in cui ero a Montecatini prima di andare a Milano. Sono stati anni di formazione importantissimi, a cui sono profondamente legato».



