Lorenzo Mei ricorda Ernesto Sgarano, tifoso storico del Pistoia Basket e membro dei “Redskins”, venuto a mancare all’età di 67 anni
di Lorenzo Mei
La prima volta che ho incontrato di persona Ernesto Sgarano, che è morto stamattina a 67 anni dopo una lunga malattia, fu all’inizio degli anni Novanta, mentre eravamo entrambi ospiti di una trasmissione di TVL sulla pallacanestro. Io giovane collaboratore del Tirreno, lui capo storico del tifo pistoiese. A un certo punto in mezzo a una discussione in cui quasi tutti facevano a gara per vincere il premio fair play, Ernesto sbottò: «Ma insomma, io non la capisco tutta questa bontà, questi buoni sentimenti. Si sta per giocare un derby, siamo nemici, è giusto dircelo, senza fare tante finte».
Gli risposi un po’ piccato che non era vero, che per me il derby non era una guerra, che non c’erano nemici. Ma siccome si parlava di sport, e non di guerra, lui diceva la verità e io le bugie, magari anche a me stesso. Però quando a pochi giorni da un altro derby morì Giorgio Belluomini, il mitico “Cofax”, personaggio centrale della tifoseria biancorossa degli anni Ottanta, Ernesto disse pubblicamente che quel derby l’avevano già vinto i tifosi di Montecatini, che avevano espresso il loro cordoglio. Era un burbero, un intrattabile, un polemico, ma sapeva bene quali erano le cose davvero importanti. Farsi dare ragione da lui era difficile come vincere alla lotteria, ma a qualcuno capitava, ogni tanto. L’importante era non farci l’abitudine in attesa del rimbrotto successivo.
Ho detto un’altra bugia, anche in questo pezzo. Ernesto lo avevo incontrato di persona anche prima di quella trasmissione, ma sempre dentro i palazzetti dello sport e su sponde diverse. Lui dietro uno striscione con disegnato un pellerossa e la scritta “Redskins”, il gruppo che aveva fondato insieme ad alcuni amici, io prima dalla parte opposta, tra i tifosi dello Sporting Club, poi in tribuna stampa. “Lo Sgarano” per noi che seguivamo il basket rossoblù era il simbolo della tifoseria di Pistoia, che detestavamo, e quindi detestavamo anche lui.
Molti anni dopo anche lui cominciò a collaborare con il Tirreno, ma durò poco, perché non ce la faceva a togliersi la sciarpa dal collo, e il fair play era l’ultima delle sue preoccupazioni. Però facemmo in tempo a condividere una conferenza stampa dopo uno de pochi derby in cui Montecatini fece nera Pistoia, con Calvani allenatore e Spinelli playmaker, al PalaCarrara. Appena arrivò Bongi, che era coach di Pistoia, Ernesto lo accolse con la consueta delicatezza: «Fabio, scusa, ho capito perdere ma dio bono stasera sembrava di vedere la Pistoiese contro il Real Madrid, e LORO erano il Real Madrid».
Non so bene perché poi siamo diventati amici, molto amici, in seguito. Avevamo cominciato a chiacchierare su Facebook, e lui aveva aperto un’enoteca nei pressi di piazza San Francesco, che vendeva solo vini francesi. Era riuscito a organizzarsi un lavoro, dopo gli anni in ufficio alla Breda e poi in un’azienda dell’indotto, per cui gli “toccava” prendere la macchina e andare in giro per vigneti nella Francia che amava, quella che parte dalla Costa Azzurra e si arrampica sulle colline, fino alla Provenza. Nizza, Mentone, Saint Paul de Vence, Gordes, tutti post di cui abbiamo parlato mille volte, e poi anche più in là, a seconda del vino per cui si era preso una fissazione.
Andai a trovarlo il giorno dell’apertura; comprai una bottiglia, e gli fece molto piacere che un giornalista termale facesse quel gesto. Da allora in poi ci siamo frequentati, siamo andati tante volte a mangiare al circolo di Chiesina Montalese, dove lui ordinava un filetto carbonizzato che spero gli venga perdonato, e dove maltrattava con affetto vero i commensali che di volta in volta ci accompagnavano. Ha avuto una grande sfortuna con la malattia, non solo perché lo ha colpito e lo ha costretto a due interventi chirurgici, ma perché da quel momento in poi non gli è andato bene nulla, e non è riuscito mai a stare veramente bene, anche se il destino ha dato una piccola tregua il giorno del suo compleanno, forse l’ultimo passato con un pizzico di serenità.
Tanti pistoiesi si ricorderanno di lui proprio per gli anni da tifoso dell’Olimpia, anche se il basket da tempo lo seguiva poco e si dedicava soprattutto alla Fiorentina, scrivendo le imperdibili pagelle del dopopartita, che di solito erano una sequela di 1 e 2, con qualche 0 e raramente un 10, immancabilmente dato a qualche giocatore che l’allenatore di turno (naturalmente tutti da esonero, tranne Terim) non faceva mai giocare perché non capiva nulla di calcio. Ernesto era anche un grande appassionato di musica e un lettore voracissimo e colto. Suonava molto bene la chitarra, e ogni tanto ne comprava una nuova su internet, per mettere alla prova il suo finissimo fingerpicking.
Aveva due figli, Francesco e Lorenzo, e la compagna Stefania, che gli è stata accanto fino all’ultimo. Adorava i cani, e prima che arrivasse Obelix, un bulldog francese da cui era inseparabile, quando era morto il suo bellissimo boxer Scott per lui era stato come perdere un familiare. Sminuire quel tipo di lutto con lui significava chiudere per sempre. Negli ultimi anni ci siamo sentiti spessissimo, fino a pochi giorni fa. Senza sapere quello che sarebbe successo, ci siamo detti un ultimo ciao quando era già in ospedale. Ho ancora il poster di un film su cui abbiamo scherzato spesso, “Il ragazzo di campagna”, che avevo staccato da una rivista e che volevo regalargli, perché Ernesto aveva l’intelligenza di chi mastica senza problemi Kieslowski ma è capace di divertirsi davanti a Pozzetto che guida il trattore accanto alla Maria Rosa. Mi sa che quel poster lo incornicio e lo appendo al muro, così mi ricorderò del mio amico sorridendo.



