Cento anni dalla nascita di Alfredo Martini, asso del ciclismo e poi grande ct. Un figlio di operai dall’umanità sconfinata
«La bicicletta è sorriso e meriterebbe il Nobel per la pace». Una massima affidata a “La vita è una ruota”, il libro scritto con Marco Pastonesi nel 2014, su cui Alfredo Martini aveva ragione. Come spesso accade ai saggi laureati all’università della vita. In poche parole, come sempre mai casuali, pesate e potenti, descrive come nessun altro l’indole popolare che mantiene il ciclismo. Certo oggi forse non così popolare com’era il suo: quello dei ragazzi a cui la guerra infranse i sogni ma incredibilmente non la speranza. E che andando forte in bicicletta aiutarono l’Italia in macerie a rialzarsi. Uno sport, il ciclismo, che anche con l’avvento della tecnologia, degli sponsor esotici e milionari, rimane l’unico che ti può portare il campione del mondo sulla strada sotto casa. L’unico in cui non si paga – quasi mai – il biglietto per godersi lo spettacolo.
Lui, Alfredo Martini, che oggi avrebbe compiuto 100 anni, scomparso a 93 nell’estate di sette anni fa, popolare lo era di nascita e di vocazione. Una popolarità che, nonostante una buona carriera a fianco di miti come Bartali e Coppi e poi come uno dei ct più amati e vincenti dell’Italbici, ha sempre significato soprattutto esser parte del popolo. Ce lo dimostrò in quella calda mattinata estiva, giugno 2012, quando a 91 anni portati con la lucidità di un giovanotto, accettò il nostro invito e arrivò a Spedalino. Lì con gli amici di uno dei pochi bar sport ancora in circolazione, il Packy Bar gestito dagli Ermini, tv perennemente accesa sullo sport anche alle 11 di mattina per un recupero del campionato di calcio Primavera, organizzammo la prima uscita pubblica di PistoiaSport.com.
A soffiar via il rischio di un rituale stanco e banale della consegna di un premio speciale, proprio l’opposto del biglietto da visita che cercavamo come redazione giovane appena sbarcata sul web ma fortemente radicata sul territorio, ci pensò l’umanità disarmante di Alfredo. Ce lo portarono i suoi due amorevoli angeli custodi, il compianto Fabrizio Fabbri e sua moglie Loretta che non ringrazieremo mai abbastanza. Alfredo Martini con tutta la sua concreta schiettezza, senza sprecare le parole, ma usando come sempre quelle giuste, illuminò quell’incontro semplice e convivale e lo rese indimenticabile. Trasformando in un posto magico, un giardino di un locale a tre passi da Carabattole. Là dove tanti coetanei dell’allora gregario dei campioni Martini, raggiungevano in bicicletta gli stanzoni dei telai per farsi massacrare i timpani pur di gettarsi a piene mani nel boom economico. E magari, al ritorno a casa, si fermavano a chiedere di fare “all’amore” alle ragazze con la taglia e cuci accanto al letto.
Anche Alfredo Martini era figlio di operai. Ce lo ricordò, parlandoci della sua prima bici con cui a 8 anni da Sesto Fiorentino visitò Pistoia. Una città a cui lo avrebbero legato tante gioie e indicibili dolori, come lo squarcio sul cuore della tragica morte di Franco Ballerini. «Pistoia è stata la prima città che ho visitato da piccolo – disse – la bici al babbo gli era costata 420 lire. Pensate che lui ne guadagnava 190 ogni 15 giorni alla Ginori». La Provincia di Pistoia (come la Toscana tutta) è disseminata di riconoscimenti ad Alfredo Martini: cittadinanze onorarie, piste ciclabili, velodromi.
Tributi al grande maestro delle due ruote, che guidò i sui azzurri a ben sei titoli mondiali e fu punto di riferimento anche per un altro animale da ammiraglia come Franco Ballerini (che conquistò da ct altre tre maglie iridate e l’oro olimpico ad Atene 2004 col Grillo Bettini). Ma sono soprattutto omaggi all’uomo Alfredo Martini. Quello che, col groppo in gola, tuona dall’altare della chiesa di Casalguidi, troppo piccola per contenere la marea umana che piange il Ballero, contro i “mercanti di veleno” che hanno avvelenato il ciclismo. «Ma tutti dobbiamo impegnarci – ci disse – per superare il mito del campione ad ogni costo perché lo sport è anche di chi non vince, di chi partecipa ad un evento nato per stare insieme agli altri».
Stare insieme agli altri. Non c’è bisogno del mondo chiuso da una pandemia mondiale per riflettere che lo sport ha abdicato a questo ruolo da un pezzo. Ostaggio delle guerre sui cartellini, della competitività e della selezione precoce, scoraggiando ragazzi che dovrebbe aiutare a confrontarsi con la vita. Ripensare alla lezione di Alfredo Martini è, non solo oggi, necessario. «Non importa se il giro l’ha vinto Koblet, se uno è bravo e se l’è meritato, che sia italiano o straniero non cambia», disse Martini sulla prima vittoria non italiana al Giro d’Italia. L’asso svizzero trionfò nel 1950 davanti a Ginettaccio e a quel figlio di operai di Sesto Fiorentino che diventò subito il simbolo per la Toscana rossa ed operosa che superò la guerra. Fischiando in bicicletta per andare al lavoro o alle sale da ballo, con la radio accesa sui successi dei suoi eroi dal volto umano.



