Aglianese, senti Bartolini: «Agliana, la treccia e quel viaggio in Malesia..»

A tu per con il capitano dell’Aglianese Costanza Bartolini tra la promozione in C nel 2016, i momenti di difficoltà e una stagione da finire

Costanza Bartolini è ormai da anni un punto fisso della pallavolo ad Agliana. La contatto nel suo unico momento libero, tra lo studio e gli allenamenti in palestra mentre a palla troneggiano gli OutKast con Hey Ya!, un pezzo del 2003, ma che foga così tanto da esser sempre buono in ogni occasione. Manca poco per un’altra gara fondamentale, quella contro Savino del Bene Montelupo, in una pazza stagione ricca d’impegni e turni infrasettimanali. Insomma, una stagione stranissima…

«Stagione incredibile più che stranissima!» esordisce Bartolini «Le ho avute tutte perché dopo aver avuto contratto il Covid ho subito anche un’operazione e ho iniziato il campionato partendo dalla panchina. L’importante però era ripartire dato che come tutte era un anno che non disputavamo una gara ufficiale e il rischio di non ripartire c’era, com’è successo a ragazze della serie D. Ci siamo allenate quasi sempre da ottobre tranne un piccolo stop a dicembre e poter fare è stata una valvola di sfogo unica. Talvolta siamo state anche in 7-8, ma l’importante era non perdere il ritmo».

«Si sapeva che era un campionato un po’ strano» continua Bartolini «e noi siamo state fortunate perché abbiamo rinviato solo la gara con Buggiano, recuperata il prima possibile. La prima fase comunque ci ha lasciato con l’amaro in bocca perché quasi tutti i parziali delle gare sono state equilibrate, ma alla fine non riportavamo mai un punto. Siamo riuscite a giocarci grandi sfide contro squadre forti che anche nella seconda fase stanno facendo bene (vedi Ariete Prato o Viva Volley). Paradossalmente le uniche partite vinte contro Blu Volley sono quelle dove abbiamo giocato peggio!»

Ad inizio campionato hai definito te e le tue compagne come delle privilegiate perché potevate allenarvi: con l’aumentare dei casi hai mai ricevuto delle critiche sul fatto che allenandovi e giocando potevate essere delle “untrici”? «Tutta la società in generale ha avuto dei casi di Covid e rispettando i protocolli nessuno ha contagiato altri elementi della squadra. Capisco che il volley può dar noia a qualcuno, ma se ce lo permettono sono contenta di farlo. Io che son stata positiva posso ammettere che non l’ho preso in palestra e non l’ho portato lì».

LA STAGIONE IN CORSO

Com’è difficile giocare questa seconda fase senza un vero obiettivo di classifica? «Noi fortunatamente un obiettivo ce lo siamo posto ed è quello di dare il massimo in queste gare rimanenti. Siamo una squadra giovane e contenta di giocare questa seconda fase con l’obiettivo principale di fare esperienza. Se il campionato fosse finito con la prima fase saremmo amareggiate per aver giocato troppo poco e non aver espresso al massimo il nostro potenziale. Mancano sei gare alla fine e onoreremo ogni singolo set!»

«L’ultima gara contro Olimpia è andata molto bene» prosegue Bartolini «considerando l’assenza di Fedini per lavoro e Quadrino per infortunio. Per l’occasione abbiamo riadattato il modulo di gioco e siamo state costanti, sfornando una grande prestazione. Stavolta siamo riuscite da sole ad arrivare a punteggi alti senza farci trascinare dalle avversarie. Anche Fucecchio ha le nostre caratteristiche, ma i giorni precedenti alla gara ci hanno visto arrivare da una fase un po’ traumatica. Serpeggiava l’incertezza di fare la seconda fase, sapevamo pochissimo di loro, c’erano varie voci di assenze e non abbiamo giocato al meglio. Menomale ci siamo subito rifatte».

UNO SGUARDO AL PASSATO

Com’è Guidi allenatore? «Con Federico è il quinto anno che ci sono, tra arrivi e partenze. Mi son sempre trovata molto bene perché è uno che cura tanto l’atleta in generale, sia sulla parte fisica che sulla persona, nell’aspetto psicologico. Molto istintivo, molto passionale, come si può vedere nelle partite non ha freni, ma noi essendo una squadra molto giovane fa bene a strigliarci e tenerci sempre sull’attenti. Spesso in gara abbiamo bisogno di una scossa, un segnale forte per svegliarci o per mantenerci concentrate, e lui sa come fare».

La gara più bella che hai giocato? «Sicuramente la finale play-off del 2016 contro Buggiano. Noi arrivavamo da una vittoria in casa e in quel match ci bastò vincere i primi due set per chiudere la pratica promozione. Fu un’emozione unica per un gruppo affiatatissimo. Nella regular season eravamo arrivate quarte e nonostante quello vincemmo i play off, combinazione più unica che rara! Per noi era già tantissimo esser arrivate in finale dato che l’anno prima non rientrammo ai play off per un punto e quindi c’era una voglia di riscatto pazzesca che si è tramutata in promozione».

Il momento più difficile della tua carriera? «Risale a circa 3 anni fa prima del ritorno di Federico Guidi come coach. Avevo perso la voglia di andare in palestra dopo che la stagione prima eravamo retrocesse, l’allenatore precedente era andato via a metà campionato e finimmo la stagione logicamente sottotono. In ogni età ci può essere una motivazione diversa e la mia era completamente psicologica dato che si era creata una situazione pesante dalla quale non credevo di poter uscire. A poco a poco invece ho capito che non potevo stare lontano dal campo».

FUORI DAL PARQUET

Com’è Costanza quando si toglie la divisa neroverde? «Leggere è la mia passione principale tra qualche racconto romantico e qualche virata sui gialli. La passione che mi manca di più è comunque viaggiare e noi pallavoliste appena esce il calendario a ottobre fissiamo sempre qualche viaggio durante la sosta. Negli ultimi anni sono stata a Bruxelles e prima del lockdown avevo l’idea di andare in Malesia, ma poi ho ripiegato in Sardegna. In Asia penso di andarci quando saremo tornati alla completa normalità. Durante la quarantena poi ho scoperto la passione delle tempere, ma mi è durata poco!».

A proposito del lockdown, com’è andato? «Dopo la prima gara che rimandarono a inizio marzo nessuna di noi pensò al peggio, credevamo fosse un momento passeggero. Impossibilitate ad allenarci scegliemmo per una pizzata che è stata l’ultima riunione della squadra. In quarantena le prime due settimane sono state piacevoli, ho riscoperto il piacere di stare con i genitori poi andando avanti tra l’università a distanza (studia scienze della formazione, nda) il palazzetto che mi mancava e la noia, appena sono uscita mi son subito gettata sul beach volley per rinascere!».

Hai un portafortuna o un rituale? «Sono molto scaramantica, anche se come numero ho il 13 che per tanti è un numero sfortunato. In partita ho sempre il solito top sportivo, i soliti calzini. Poi se prendiamo il caffè in quel bar prima della gara, continuiamo a tornare lì. Fino all’anno scorso giocavo con le trecce e se non le avevo andava male: dovevo riuscire sempre a farmele! Quest’anno le ho tolte, ma metà ci sono sempre. Certo se per puro caso vinco una gara con la coda, da quella volta coda obbligatoria fino a fine stagione!».

Come si vede Costanza Bartolini tra vent’anni? «Ormai non sarò più una giocatrice in quella data, ma spero di poter continuare ad allenare e trasmettere la mia passione anche alle più piccole come sto facendo già ora con il minivolley. Dal punto di vista sportivo – se proprio devo chiedere un ultimo desiderio – mi piacerebbe conquistare un’altra promozione. Ho venticinque anni, credo di poter giocare, almeno un’altra decina abbondante di anni quindi son sicura di di poter togliermi altre soddisfazioni!»

Matteo Mori
Matteo Mori
Assurdo amante della storia (da prenderci due lauree) e del calcio (da confondere van Basten con van Gogh), considera ancora il televideo più veloce di alcune app. Per lui la domenica senza calcio è un lunedì venuto male.

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