La prima puntata del diario in collaborazione con Paolo Nucci. Il fotografo ci porta con sé alle Olimpiadi di Tokyo
Adesso che le Olimpiadi sono state ufficialmente inaugurate con la cerimonia d’apertura, possiamo partire anche noi. Partire con cosa? Con il diario sulle esperienze e gli aneddoti di un corrispondente d’onore come Paolo Nucci, fotografo delle nostre zone (di Lamporecchio per la precisione) alla sua quinta partecipazione ai Giochi olimpici. Introduzione al diario
Paolo è arrivato a Tokyo ad inizio settimana. Questi primi giorni gli sono serviti ad ambientarsi e a regolarizzare il proprio accesso alla manifestazione, superando i controlli sanitari e amministrativi. A scaldare i motori insomma, o per meglio dire i rullini. Stanotte (tra venerdì 23 e sabato 24 ora italiana) ha preso parte alle gare di judo, che addirittura termineranno già in giornata con le finali e l’assegnazione delle medaglie.
«MI SONO FATTO RICONOSCERE»
Prima di entrare nel vivo delle competizioni dalla prossima puntata, Paolo ha da offrirci alcuni spaccati di vita olimpica extra arene. «Mi son fatto riconoscere anche stavolta – esordisce l’obiettivo de “Il Tirreno” – di solito lo faccio verso la fine, stavolta da subito. Giovedì, dopo un’ora di pullman, siamo arrivati all’allenamento della nazionale italiana di basket. Ci avevano detto che ci avrebbero lasciato solo gli ultimi cinque minuti per fare le foto. Da quando siamo entrati, son passati due minuti o poco più e la partitella è finita. Coach Sacchetti a quel punto li ha fatti tirare, dicendo che poi sarebbero andati via. Però non avevamo foto, ne avevo fatte pochissime». Una sconfitta che Paolo non poteva accettare..
«Allora ho chiamato Meo dalle tribune urlandogli “Coach! Coach!”. Lui mi è venuto incontro e gli ho chiesto se a fine sessione di tiro poteva radunare il gruppo di giocatori per le foto. Ma nel frattempo – prosegue la narrazione Nucci – i cinque minuti erano scaduti e lo staff giapponese iniziava a dirci di andare via. Io ho provato a spiegare che avevo parlato con Sacchetti e che nel giro di poco avremmo finito, ma loro insistevano per farci uscire. La tensione cresceva sempre di più, eravamo due fotografi con una decina di questi giapponesi attorno tra volontari e responsabili». Farsi riconoscere al primo colpo non è da tutti, però uscire vittoriosi da una situazione del genere è ancora più difficile. «Poi per fortuna la nazionale ha finito di tirare e abbiamo potuto scattare queste benedette foto». Canestro e fallo per Paolo Nucci, and one.

RIGIDITÀ ORGANIZZATIVA, CERIMONIA E GENTILEZZA
Nell’immaginario comune il popolo giapponese è tra i più precisi ed efficienti del globo. Sarà anche così, forse però da parte degli addetti ai lavori di un Olimpiade serve anche un po’ di elasticità. «Nessuno parla bene inglese, comunicano coi cartelli dove son scritte frasi standard. Son delle comiche. Per loro non c’è neanche bisogno di parlare, ma solo di fare quello che si deve fare come dei robot» ci spiega il “nostro” inviato.
«Anche la questione taxi è assurda. Noi abbiamo una convenzione con delle compagnie di taxi e per prenotarli dobbiamo chiamare un numero che c’hanno dato. Però c’è scritto di chiamare almeno due ore prima, il problema è che noi non sappiamo mai di preciso quando finiamo di lavorare. Dopo l’allenamento della nazionale di basket dovevo andare a Casa Italia (sede della delegazione italiana a Tokyo2020). Mi serviva un taxi al volo e non me lo volevano far prendere. Alla fine l’ho preso, menomale». E due. Paolo ma sei immarcabile!
In pratica, per il momento l’organizzazione strutturale appare correggibile. «È un imprevisto continuo. Stanno applicando le regole rigidamente senza nessuna elasticità, anche quando magari sarebbe necessaria. Quindi spesso ti trovi spiazzato da queste beghe logistiche, che fanno salire lo stress». È la volta di esprimersi sulla cerimonia d’apertura di venerdì, a cui ha assistito in servizio all’interno dello stadio. «Sinceramente l’ho trovata un po’ noiosa – confessa il fotografo – anche perché stavolta in assenza di pubblico è stata fatta unicamente in funzione delle televisioni. Per cui c’erano tantissimi tempi morti. Credo che in tv sia stata più scorrevole».

Per il resto, nonostante la poca flessibilità organizzativa riscontrata, Paolo (che in Giappone c’è già stato varie volte per lavoro) spezza una lancia a favore dei nipponici. «Devo dire che sono persone estremamente gentili. Il primo giorno stavo cercando la fermata dell’autobus fuori dall’albergo. Stavo guardando la cartina quando una signora che passava in bici si è fermata ad aiutarmi e mi ha accompagnato al punto esatto della fermata. Per loro è normale, se ti vedono in difficoltà si fanno in quattro. In questo sono eccezionali» riconosce.
Il primo episodio di Istantanee Olimpiche finisce qui, sull’immagine idilliaca della signora gentile e generosa. Come accennato, dalla prossima puntata il diario s’incentrerà anche su quanto visto da Paolo sui campi delle varie discipline (per lui judo, nuoto, atletica, lotta, cercando di ritagliarsi il tempo per presenziare ad altri eventi, ad esempio quelli targati Italbasket). Perché come ha felicemente sintetizzato lui: «Adesso comincia la rumba vera e propria».



