Ultima puntata del diario su Tokyo2020 in collaborazione con il fotografo Paolo Nucci. Il bilancio finale: bene il lavoro, triste il contesto
La macroscopica e concitata kermesse è ormai giunta al capolinea. Tokyo2020 per Paolo Nucci è stata una corsa continua, una danza momentaneamente perpetua. Con i suoi tempi tiranni, le sue regole, le sue complicazioni, le sue peculiarità, nel bene e nel male. Un’esperienza vorticosa, da lontano simile alle quattro edizioni precedenti a cui Paolo ha partecipato, da vicino diversa e unica.
Non soltanto per la pandemia, che comunque ne ha condizionato ampiamente le modalità di svolgimento e annullato quelle di fruizione da parte del pubblico. Ma anche semplicemente perché il tempo passa, inesorabile, e Paolo non è mai esattamente lo stesso fotografo di quattro, tre, ma nemmeno due anni prima. Nel mezzo c’è un flusso di emozioni e magari anche di tecniche nuove. Di incontri, di esperienze, che chissà, nella prossima foto forse si noteranno.
ULTIMI IDEOGRAMMI D’OLIMPIADE
«Praticamente ho finito. Mi mancano solo la finale di basket femminile tra Giappone e Stati Uniti (vinta dagli Usa per 90-75, nda) e poi la cerimonia di chiusura. Sembra che abbia preso il ritmo, in realtà dopo un po’ vai avanti per inerzia – scherza Paolo Nucci, che confessa – infatti appena hai un attimo di stacco crolli. Sono stanco ma appagato – prosegue il fotografo – anche oggi (sabato, nda) ho seguito le due medaglie d’oro del Giappone nella lotta. Ormai ho perso il conto, credo di aver fotografato almeno 5 ori giapponesi nella lotta e 15 in tutto. Ho portato bene».
Per fortuna ha portato benone anche all’Italia. «L’oro di Stano nella marcia per esempio è arrivato contro due giapponesi. I miei colleghi del giornale di qui mi hanno fatto i complimenti per messaggio, anche quando il giorno dopo ha vinto l’oro anche la Palmisano (sempre nella marcia, specialità 20 km femminile, nda). Ora li rivedrò lunedì o martedì per i saluti». Paolo ha trascorso i suoi ultimi giorni di gare a Chiba (a meno di 60 km da Tokyo), dove ha seguito la lotta. «Questa settimana è stata piùttosto normale, stranamente. Oggi ho cambiato un po’ perché sono andato alla finale di basket maschile (vinta dagli Usa sulla Francia per 87-82, nda)».

Nel tragitto per arrivare al palazzetto, Paolo ha potuto dare una sbirciata fuori dal finestrino. «Ho fatto un’ora di mezzo di treno senza uscire da Tokyo, pazzesco. Girando sui mezzi ho visto un po’ di gente, anche se essendo sabato oggi non c’era l’affollamento dei giorni lavorativi. Le persone erano tutte con la mascherina, molto lige e prudenti. In diversi mi hanno detto che qua mancano i vaccini e che anche molti addetti ai lavori delle Olimpiadi come gli autisti non sono vaccinati. Per cui c’era e c’è tutt’ora preoccupazione. Le terapie intensive sembra che siano abbastanza piene, perciò la situazione è ancora delicata. Di conseguenza è quasi tutto chiuso, con il coprifuoco alle 20» racconta.
L’ASSENZA DEL PUBBLICO
Fotografare un’Olimpiade senza pubblico perde un po’ di magia, è inevitabile. Paolo prova a definire meglio il peso di questa mancanza. «Se ci fosse stato il pubblico sarebbe stato diverso. Noi fotografi avremmo fatto servizi più belli e completi. Di solito in queste manifestazioni si raccontano anche i tifosi e l’atmosfera che si vive. Con gli impianti vuoti ci siamo dovuti limitare a fotografare unicamente i gesti sportivi» commenta deluso.
«Potendo sarebbe stato interessante vedere e fotografare anche quello che succedeva fuori dalla arene, cioè come la gente stesse vivendo le Olimpiadi. Invece non è stato possibile e naturalmente dispiace. Sarebbe stato più stimolante spaziare di più oltre il singolo evento sportivo, la singola gara» amplia il respiro del discorso. «E poi negli stessi stadi i tifosi sarebbero stati parte integrante dei giochi, quindi spesso e volentieri anche oggetto di fotografie. Alla fine nelle varie Olimpiadi la foto del gesto sportivo rimane più o meno la stessa, è il contesto che cambia. Stavolta il contesto è rimasto inespresso, e senza retorica è stato triste».
Anche perché di storie da approfondire in immagini ce ne sarebbero state tante. «Dopo fratello e sorella giapponesi (Hifumi e ad Uta Abe, nda) entrambi medaglie d’oro nel judo nello stesso giorno, ieri e ieri l’altro due sorelle sempre giapponesi hanno vinto l’oro nella lotta in categorie diverse a distanza di un giorno l’una dall’altra – Risako e Yukako Kawai, freestyle femminile 57 kg e 62 kg – . Ci fosse stato il pubblico ci sarebbero stati i genitori e i parenti, e avremmo fatto le foto – soppesa Nucci – . Invece al massimo c’era il collegamento video del vincitore con i familiari nell’apposita postazione. Le storie sono state raccontate solo in parola perché non c’era altro modo, per noi che lo facciamo con le immagini è stato limitante» dice chiaro e tondo.

COSA RESTA E COSA SARÀ
Viene ora il momento di tirare una riga e fare un bilancio di Tokyo2020. Iniziando dalle soddisfazioni vissute come italiano. «Ho avuto il piacere di seguire da vicino gran parte dei fantastici risultati ottenuti dall’Italia nell’atletica (tranne gli ori nella staffetta 4×100 e nella marcia), posso dire che è stato emozionante. L’atletica ha compensato un po’ il passo falso della scherma, che purtroppo non è riuscita ad essere competitiva come al solito. Peccato, ma in generale noi italiani possiamo essere più che contenti».
E come fotografo invece? «Professionalmente l’Olimpiade è andata benissimo. Ho avuto la responsabilità di seguire sport importanti per il giornale e per il Giappone, ed è andato tutto bene. Con l’esperienza degli anni si lavora meglio, in modo più sicuro e risoluto. Che poi alla fine in questi eventi non conta nemmeno essere fenomeni e fare foto da Cartier-Bresson (Henri Cartier-Bresson, pioniere del fotogiornalismo, noto come “l’occhio del secolo”, 1908-2004, nda) – considera Nucci – . L’importante è essere precisi e affidabili, coniugare qualità con rispetto dei temi e delle richieste che ti fanno».
Se dal punto di vista professionale la ventina di giorni olimpici di Paolo è stata positiva, umanamente e a livello di colore non è stato lo stesso. Il motivo s’intuisce facilmente. «Quando 7-8 anni fa seppi che avrebbero fatto queste Olimpiadi a Tokyo e che sarei venuto qui a lavorare feci salti di gioia. Non vedevo l’ora, perché c’ero già stato e mi ero fatto tanti amici. Invece alla fine non ho potuto fare niente. Chiuso negli impianti e negli alberghi. Però – aggiunge – non nascondo che sono contento per non aver avuto nessun intoppo Covid per ora, fino al test di ieri che è risultato negativo».
La prossima edizione dei Giochi sarà Parigi2024. Ancor prima che finisca Tokyo2020, Paolo ha già un piede nella rassegna successiva. «Se continuo a lavorare per questo giornale giapponese è sicuro che c’andrò, ma è probabile in ogni caso. Ormai, anche un po’ per anzianità, il pass ce l’ho» fa il modesto. «Quella dopo è Los Angeles 2028, mi piacerebbe fare anche quella, poi potrei anche smettere. Nel frattempo altre due invernali, così per scavallare la decina in tutto». Alla faccia!
Per un problema di overbooking Paolo tornerà in Italia venerdì anziché mercoledì. «Adesso mi aspettano giorni di relax in scioltezza. Andrò un po’ in giro, restando sempre molto attento, ma saranno 5 giorni più o meno di vacanza». Vacanze abbastanze meritate, ad occhio e croce.
CREARE PONTI
Siede sopra il monumento dei cinque cerchi al villaggio olimpico, Paolo, e sorride. La vita lo ha condotto più volte alle Olimpiadi. Per il momento per cinque edizioni (considerando solo quelle estive), proprio come i cerchi. Ma non è mai il numero che conta. Col corpo connette tra loro quelle orbite, in una posa naturale. Nel significato della bandiera olimpica concepita nel 1913 da De Coubertin, i cinque anelli rappresentano i cinque continenti abitanti del mondo, uniti appunto dall’Olimpismo.
Queste Olimpiadi sono state foriere di messaggi forti, a proposito di unione. Un assist evidente ce l’hanno servito Tamberi e Barshim, tanto per fare un esempio. Creare ponti. Come atleti, come appassionati, come pubblico. Poi, c’è chi crea ponti tra tutte queste categorie tra loro, con dei “semplici” clic. Poi, ci sono i fotografi. Poi, c’è Paolo Nucci.
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