Il runner Alessandro Michelucci ci racconta la sua esperienza nell’estrema Marathon Des Sables 2021, segnata da un tragico imprevisto
Alessandro Michelucci ce l’ha fatta: ha completato l’infernale Marathon Des Sables nella prima metà gruppo degli eroi, è proprio il caso di dirlo, giunti al traguardo. Un’impresa ancor più memorabile pensando che a concluderla sono stati solo 300 partecipanti sui 750 iscritti e che purtroppo c’è stato spazio anche per una pagina tragica.
MICHELUCCI E L’ARRIVO NEL DESERTO
Michelucci, ad una settimana dalla conclusione della corsa, ha quasi ripreso del tutto la forma. Il caldo infernale del deserto del Marocco l’ha messo a durissima prova, ma la gioia di aver completato l’avventura ha ripagato ogni patimento. «Non c’è alcun metro di paragone. Ho partecipato a diverse gare estreme e in luoghi particolari come l’alta montagna, ma come questa nessuna mai. Per le sue condizioni, l’organizzazione e la location è assolutamente fuori dal comune».

A rendere poi ancor più infernale l’edizione di quest’anno è stata la sua collocazione nel calendario. La Marathon Des Sables si corre infatti ad inizio primavera, tra fine marzo ed inizio aprile (nel 2022 non a caso tornerà in quel periodo), mentre quest’anno, causa pandemia, l’organizzazione ha deciso lo slittamento ad ottobre. Alessandro, che per lavoro ha avuto più vantaggi che problemi dallo spostamento, si sentiva quasi rinfrancato del cambio di programma.
Dopo poche ore sulla sabbia però l’idea è radicalmente cambiata. «Il deserto ancora ribolliva dall’estate appena passata. Pronti via e il primo giorno abbiamo toccato i 55 gradi per almeno 6 o 7 ore, sin dalle 5 di mattina. Una cosa che definire infernale è dire poco. Purtroppo nei giorni seguenti non ci sono stati grandi cambiamenti: in quelle condizioni correre è una follia. Tra il caldo, la sabbia e il peso dello zaino non è pensabile aumentare granché il passo».

LA TRAGEDIA
Le condizioni estreme purtroppo hanno scritto una pagina triste nella storia dell’evento. Il secondo giorno, sabato 2 ottobre, un cinquantenne francese (le cui generalità sono state tenute riservate per rispetto verso i familiari) durante una suggestiva tappa fra le dune ha avuto un malore. L’organizzazione ed i medici sono intervenuti tempestivamente, ma alla fine, nonostante diversi minuti di tentativi di rianimazione, non è servito a nulla.
Nella storia della Marathon Des Sables, nata 35 anni fa, è la terza vittima. «L’organizzazione è impeccabile in ogni aspetto – racconta Michelucci -. Fin da quando sono atterrato in Marocco mi sono sempre sentito seguito da uno staff preparatissimo e sempre disponibile. Anche l’equipe medica è ingente, poiché ha al suo interno circa sessanta dottori dell’ospedale di Parigi pronti per ogni evenienza. Tuttavia non è stato sufficiente: purtroppo il destino ha voluto così».
Il dolore poi per Michelucci è stato doppio: «Qualche anno fa vissi la stessa tragedia alla Maratona di Firenze, però, nonostante il dispiacere, non subii un enorme contraccolpo psicologico. Qui invece ci siamo tutti rattristati appena saputa la notizia. In quelle condizioni si crea una fratellanza difficile da ritrovare negli altri eventi. Sapere perciò che è venuto a mancare un tuo compagno d’avventura è terribile».
ANDARE AVANTI
La sera della tragedia l’organizzazione, dopo alcuni colloqui, ha radunato i partecipanti ed ha deciso che la corsa sarebbe proseguita. Col massimo cordoglio ed un sentito minuto di silenzio il giorno seguente, la Marathon Des Sables è andata avanti. Alessandro tuttora comprende benissimo la decisione: «Moltissimi s’iscrivono dopo tanti sacrifici. Io stesso ero lì dopo che avevo preparato e studiato quest’evento per tanti anni. Sarebbe stata una delusione finire dopo nemmeno due giorni di gara. Ovviamente non è stato l’ideale proseguire con quella tristezza addosso, ma per me è stato giusto continuare».

La maratona è dunque proseguita con tutte le fatiche del caso, con Alessandro che ha messo a dura prova il suo fisico e la sua testa come non mai. Il penultimo giorno, in cui i concorrenti si sono approcciati ad un gebel (una montagna rocciosa) alto quasi 250 metri nel mezzo d’una tappa di 80 Km, Michelucci ha capito di avercela fatta. «Quella sera in tenda mi sono sentito strano. Ero al settimo cielo per aver superato lo scoglio più arduo della mia vita da ultrarunner, ma al tempo stesso triste. Avevo capito che l’esperienza stava volgendo al termine e che i giorni precedenti, tra la fatica, il caldo e il dolore per la tragedia, non me li ero goduti per nulla. Per questo l’ultima tappa me la sono gustata a pieno. Era lunga la metà rispetto al giorno prima, ma per me è stata la più memorabile».
MICHELUCCI DAL MAROCCO… ALL’ISLANDA?
Michelucci ha chiuso in 152^posizione sui circa 300 partecipanti che hanno concluso la Marathon. La sensazione di essere sopravvissuto ad un inferno è lampante: «Uno dei ricordi più vividi sono le conte sempre più brevi delle tende prima di andare a dormire. Era in quei momenti che capivo quanto fosse alto il numero di ritirati e che da un momento all’altro potevo seguirli. Ho avuto una fortuna: non avere avuto nemmeno un piccolo guaio fisico. Nel deserto anche un piccolo mal di pancia o un’emicrania può costare caro. Se ho concluso la maratona devo dire grazie alla preparazione del mio fisico».
Per il futuro prossimo un ritorno nel deserto del Marocco è escluso: «Non dico che non ci tornerò, ma che al momento ho altri progetti. Queste esperienze le faccio anche pensando a quali luoghi non ho mai visitato, quindi credo che farò nuovi itinerari». La prossima idea porta ad uno scenario quasi del tutto opposto all’infernale deserto: l’Islanda. «Mi sono informato su un evento che si svolge in quella terra unica e affascinante. Penso che sarà la mia prossima meta ma devo comunque fare un planning generale. Per il momento mi godo il meritato riposo, ne ho davvero bisogno».




