Paolo Nucci ci racconta alcuni spaccati della sua ottava Olimpiade in carriera. Nel “backstage” di Pechino 2022
Non capita tutti i giorni di avere un “corrispondente” alle Olimpiadi. Averne uno speciale come Paolo Nucci è ancora più raro. Per il fotografo valdinievolino invece partecipare ai Giochi è tutto fuorché una rarità, considerando che Pechino 2022 è la sua ottava edizione a cinque cerchi. Molto vicina nel tempo alla settima, cioè Tokyo 2020 della scorsa estate, di cui c’eravamo fatti raccontare i passaggi salienti. Paolo è nel freddo di Zhangjiakou, tra le montagne nordorientali della Cina, dove segue da vicino gli sport outdoor.
«Lo scenario qui in montagna è molto bello e sto seguendo degli sport divertenti – apre entusiasta Paolo -. Lo snowboard, sia slalom che l’half pipe, il freestyle. Quelli più per giovani, che a cose normali sarebbero accompagnati anche da eventi ricreativi di musica e animazione. Invece stavolta purtroppo non è possibile, però l’atmosfera è ganza. Anche il salto con gli sci, quando li vedi volare è spettacolare» afferma l’obiettivo in questo momento al servizio del quotidiano sportivo giapponese Nikkan Sports.
«Di quelli che sto seguendo io – prosegue Nucci – il Giappone ha vinto l’oro nel salto maschile (Ryoyu Kobayashi, nda) e nello snowboard halfpipe (Ayumu Hirano, nda)». Mentre l’ultima performance tricolore a cui ha assistito è il bronzo di Omar Visintin nello snowboard cross. «Mi sarebbe piaciuto vedere l’oro italiano nel curling – si riferisce al trionfo nella categoria mista di Stefania Costantini e Amos Mosaner -. Lo avevo seguito quattro anni fa a Pyeongchang facendomi una cultura, visto che il Giappone vinse l’oro nella categoria femminile». Al momento Italia e Giappone non stanno andando affatto male, ocupando rispettivamente nona e decima posizione nel medagliere.

GLI SCATTI, TRA STANDARD E ISPIRAZIONE
«Per fare foto efficaci e originali – spiega l’esperto fotografo – bisogna studiare bene i percorsi. Si arriva sul posto un paio d’ore prima della gara, in modo tale da valutare un attimo quali sono il posizionamento e le angolazioni migliori. Poi per fare la foto giusta ci vuole anche un po’ di fortuna» ammette sincero. Anche se in realtà, dovendo stare attento a seguire gli atleti giapponesi commissionatigli, la sua fantasia non ha grande margine di manovra. «In alcuni scatti che ho fatto agli atleti in volo per esempio non si vede nemmeno di chi si tratta, perché sono praticamente in controluce. Quindi per il giornale non sono utili – rivela Nucci – le ho fatte più per sfizio mio personale. Le più importanti per il giornale sono le foto-notizie, anche poco spettacolari ma che siano quelle che servono». Scatti pronti all’uso che Paolo deve inviare corredati dalle didascalie, con scritto il nome dell’atleta e la manche di riferimento. Un po’ come fa da più di trent’anni per il Tirreno, ma in inglese.

UN CONTESTO SURREALE
Passati i primi giorni in cui si è dovuto ambientare, soprattutto a livello logistico, per Paolo è cominciata la routine. Certo, abituarsi è un conto, parlare di normalità è un altro. «Siamo tenuti in isolamento totale dal resto della società, anche se in giro non si vede nessuno nemmeno nei negozi. Le strade sono completamente deserte e girano solo mezzi e persone legate alle Olimpiadi. Sembra una città fatta apposta per quest’evento – esterna le proprie impressioni – su dei cartelli ho letto che questi impianti verranno riciclati per turismo. Siamo nella bolla chiamata “close loop” (circuito chiuso, nda). La Grande Muraglia è a 20 km circa ma non ci possiamo andare, si vede solo il crinale tutto illuminato».
Tuttavia la bolla, concepita per prevenire la diffusione di eventuali focolai, mal si intreccia con alcune esigenze. Per esempio quella di porre rimedio alle conseguenze del costante gelo (temperatura quasi sempre sotto zero con picchi di -15°/-20°). «Avrei bisogno di una crema idratante per le mani, perché mi si sono screpolate e lievemente ferite dal freddo. Però non so dove comprarla – afferma sapendo di non poter uscire dal loop -. Gli studi medici a cui possiamo avere accesso non ce l’hanno e non c’è nemmeno nello spaccio interno al residence dove stiamo. Idem col computer, la batteria non regge il freddo e dura poco ma non ci posso fare niente».

L’alimentazione è un altro tema particolare, per restare sull’aspetto legato alla “sopravvivenza”. «Si mangia solo a colazione, al self service c’è sia cibo cinese che europeo. Per pranzo non abbiamo tempo di fermarci – elemento già noto dai racconti della scorsa estate ai Giochi di Tokyo – eventualmente nei centri stampa ci sono le confezioni già pronte di noodles, frutta o biscotti. Io mi sono portato la scorta di barrette. La sera sono stanco e preferisco non andare alla mensa, salvo che capiti di trovarsi coi colleghi italiani». D’altronde rinunciare a qualche chiacchiera di compagnia non è cosa saggia.
«Lo staff è gentilissimo, pieno di ragazzi giovani e disponibili, però nessuno parla inglese. Hanno dei mini registratori che fanno da traduttore cinese-inglese e viceversa». Non serve troppa immaginazione per intuire come questo bizzarro tentativo di superamento della barriera linguistica possa generare non poche scene comiche. «Un’altra buffa è che siamo talmente coperti con mascherine, piumini, cappelli e quant’altro che è impossibile riconoscersi. L’altro giorno ho preso l’autobus con un collega giapponese che conosco da una vita, ma ce ne siamo accorti solo dopo un bel po’. Ci siamo messi a ridere. L’unica è guardare la foto sul badge – ironizza Paolo – altrimenti è impossibile». Magari anche noi faremmo fatica a ricnoscere Paolo sotto tutti i vari strati. Poco male, avremmo comunque le sue foto per rifarci gli occhi.


