L’amministratore delegato Trombetta a 360° sul momento dell’Aglianese: «Spogliatoi pronti per fine anno. Retroscena di mercato? Ho contattato Quagliarella»
La società c’è, la squadra pure, per ora mancano solo i punti. Aspetto non da poco, ci mancherebbe, ma anche quello più facilmente migliorabile. Specialmente se alle spalle dei giocatori e dello staff c’è un gruppo di dirigenti dall’enorme status, che sanno come fare a vincere i campionati. Uno di questi è Gianni Trombetta, ora amministratore delegato dell’Aglianese, prima giudice sportivo per Serie A e Serie B (dal 1987 al 1991), assistente del presidente della Figc, membro della Corte Federale d’Appello, direttore generale del Perugia dal 1997 al 1999 e braccio destro di Cairo al Torino dal 2005 al 2011. Chi meglio di lui per spiegarci il momento dei neroverdi, fra campo e questioni che vanno al di fuori del rettangolo verde.
RIARREDAMENTO NEROVERDE
Trombetta, partiamo dal discorso “Bellucci” che è apparso assai rinnovato. Quant’è importante per voi investire non soltanto sulla squadra ma anche su ciò che la contorna?
«Tantissimo, lo stadio è fondamentale per la riconoscibilità di una società. Il fatto che queste migliorie siano state sfoggiate proprio nel derby con la Pistoiese è servito a mandare un segnale anche ai tifosi, facendo capire loro qual è l’obiettivo della nuova proprietà. Il nostra è per l’appunto un progetto a 360°, che comprende la proprietà e arriva fino al campo: tutto ciò che riguarda l’ambiente neroverde dev’essere gestito in un certo modo. Questa dirigenza ha un’esperienza quarantennale nel mondo del calcio e arriva dai palcoscenici di Serie A, è inevitabile che la visione sia diversa rispetto a quella dilettantistica. Attraverso la dedizione che abbiamo messo nel restyling dello stadio vogliamo far capire ai giocatori che l’impronta è di tipo professionistico. Predisporre una “casa” all’altezza è il punto di partenza, da qui – appunto – il rifacimento del manto erboso, i seggiolini personalizzati e l’allestimento delle panchine».
A che punto è, invece, la situazione spogliatoi?
«Non dobbiamo scordarci che lo stadio è di proprietà del comune. Alcune operazioni, tipo quelle non ancora ultimate agli spogliatoi, possono richiedere tempistiche più lunghe, come solitamente sono quelle riguardanti le amministrazioni pubbliche. Ci vuole la massima collaborazione fra società, che è privatistica, gestore, che è un privato, e comune, che è un ente pubblico. Il sindaco in questo senso si è messo a disposizione, cercando di adoperarsi per far sì che il “Bellucci” sia pronto al 100% nel minor tempo possibile. Per ora ci stiamo adattando a questi container che la Lega ha approvato, ma d’altronde l’amministrazione – prima che noi arrivassimo – aveva già approvato i lavori di ristrutturazione degli spogliatoi e quindi ci siamo dovuti adattare. Gli interventi, comunque, dovrebbero essere ultimati entro la fine dell’anno».
ESPERIENZA E ORGANIZZAZIONE PAROLE CHIAVE
Cosa ha spinto uno come lei, che ha alle spalle un curriculum importantissimo, ad accettare una destinazione “minore” come quella aglianese?
«Beh, io dico sempre che gli stimoli arrivano dalle persone. Nel momento in cui il presidente Fossati ha deciso di entrare nel mondo neroverde aveva il mio nominativo, mi ha illustrato un progetto importante e così ho accettato. Senza questi presupposti non mi sarei ovviamente spostato da Torino. Con me, inoltre, ho portato il diesse Salvatori che conosco da più di trent’anni. Assieme a Fabrizio (Salvatori ndr) abbiamo riportato Perugia e Torino in Serie A, allo stesso modo vogliamo rendere grande anche l’Aglianese. Onestamente non ritengo un passo indietro venire in Serie D, avevo anche altre proposte da squadre più importanti di categorie superiori ma le ho rifiutate perché non mi trasmettevano la stessa ambizione e serietà che ho percepito venendo qui».
Veniamo al campo. Cos’è mancato fin qui all’Aglianese?
«Le difficoltà riscontrate probabilmente derivano dal fatto che la squadra sia completamente nuova e unisca giocatori dalla gigantesca esperienza ad altri che hanno sperimentato solo palcoscenici dilettantistici. In questi casi i “big” che provengono dal professionismo devono essere bravi ad allevare i giovani inculcando loro una mentalità vincente. Non stiamo però parlando di un processo istantaneo. Andando nello specifico posso dire che ad Imola abbiamo perso male non riuscendo a mettere in pratica i dettami tattici richiesti da mister Maraia, mentre invece con la Pistoiese ho visto un’ottima prestazione corale, anche se purtroppo non sono arrivati i tre punti. Non direi, però, che siamo in crisi: il cambiamento – per certi versi radicale – mostrato nel derby mi rende ampiamente fiducioso, sono convinto che il match di domenica contro il Prato rappresenterà un nuovo inizio».
ARANCIONE RELATIVO
A proposito del derby con la Pistoiese, chi ha scelto di mettere gli inserti arancioni sulla maglia dell’Aglianese?
«Io, perché a me piace l’arancione. Il fatto che sia il colore della Pistoiese non mi interessa. Trovo un po’ obsoleto parlare ancora di colori delle maglie, anche in Serie A tutti i club hanno varie divise con le fantasie più disparate: c’è anche una questione di marketing dietro. Cambiare colore nelle casacche da trasferta può portare nuovi sponsor, che a loro volta producono introiti. Dico di più, nelle mie idee c’era anche una terza maglia blu».
Come le è sembrato, per adesso, il livello generale del campionato?
«Molto alto, anche perché solo una squadra potrà essere direttamente promossa. Il fatto che società come Carpi, Ravenna, Pistoiese, Prato e Sangiuliano City si siano attrezzate per raggiungere la Serie C rende l’idea di quanto sia complicato questo girone. Noi ci siamo accodati a questo gruppo condividendone le ambizioni, per coronare i nostri obiettivi sarà fondamentale non sottovalutare mai gli avversari e giocare ogni partita come fosse la finale di Champions League. In questo senso, a mio avviso, è fondamentale far capire ai calciatori che alle loro spalle c’è una società seria che li supporta. Qualcuno si è pure stupito vedendo la professionalità dei pagamenti, tutti puntuali il 10 del mese: questo deve però far parte di un do ut des, così come noi diamo tanto ai nostri tesserati ci aspettiamo che loro, sul campo, diano tanto a noi».
SUGGESTIONI ESTIVE
Chiudiamo parlando del calciomercato estivo, di cui l’Aglianese è stata un’indiscussa protagonista. Qual è il colpo che la rende più fiero e quello che invece non siete riusciti a centrare?
«Partiamo dal presupposto che solitamente le squadre si iniziano a comporre ad aprile, cosa che per ovvie ragioni non abbiamo potuto fare. Dal canto nostro reputiamo di aver operato bene costruendo una rosa di valore, con un’identità chiara. Non ha senso esaltare un colpo piuttosto che un altro, tutti quelli che sono arrivati saranno determinanti per la buona riuscita del progetto. Onestante non ci sono stati calciatori che volevamo prendere e poi non sono arrivati: all’inizio era venuto fuori il nome di Marquez (poi finito alla Pistoiese) che in effetti avevamo sondato, ma questo fa parte delle normali logiche di mercato. Per acquistare un giocatore bisogna prima sentirne altri dieci, differenziando tra prime, seconde e terze scelte. Nel momento in cui si è prospettata l’ipotesi Bocalon abbiamo deciso di muoverci con forza in quella direzione».
Non c’è proprio nessuno, fra i nomi anche solo sondati, a non essere arrivato?
«Uno in verità c’è, ma non lo posso propriamente definire un rimpianto. Fabio Quagliarella. Conoscendolo e stimandolo avevo voglia di portarlo ad Agliana, poi per una serie di motivi non se n’è fatto niente. Lui magari sarebbe anche venuto però ormai aveva deciso di appendere gli scarpini al chiodo, io comunque per scrupolo un messaggio gliel’avevo mandato. Non mi sento però di bollarlo come “colpo sfumato”, Quagliarella sarebbe stata la classica ciliegina sulla torta anche per la portata della sua immagine. Per tornare alla domanda di prima, però, confermo che i calciatori che puntavamo li abbiamo tutti acquistati».




