Auguri Esposito, cinquant’anni da Diablo: il basket a tinte forti

L’omaggio a Vincenzo Esposito, che il primo marzo spegne 50 candeline. Gli aneddoti più curiosi di una carriera, da giocatore prima e da allenatore poi, vissuta sempre al massimo

Vincenzo Esposito spegne oggi 50 candeline. Cinquant’anni da Diablo, l’unico Diablo del basket italiano. Non a caso, uno dei pochi che dal campo alla panchina, è chiamato ancora con quel soprannome che non stride con la carta d’identità ma continua ad esaltare la sua essenza. Di talento, grinta, genio, sregolatezza, passione senza la pretesa di piacere a tutti. Anzi, spesso spaccando con quelle scelte sorprendenti di una carriera incredibile che assomiglia a un ottovolante. Adrenalina pura nel toccare vette altissime e periodi di magra, in cui nonostante l’aurea (e la sapienza) di una rockstar del basket, Enzino si è rimesso in gioco a volte anche in piazze improponibili per tornare in alto. Un ottovolante che ha fatto sognare stuoli di tifosi, arrabbiare avversari e soprattutto diplomatici della retina e specialisti del politically correct, divertire, stupire ed innovare la pallacanestro italiana.

Un casertano cittadino del mondo “adottato dagli imolesi e dai pistoiesi” ci dice dalla Sardegna dove proviamo a capire che effetto fanno i 50 anni di “Enzino”. “Non mi pesano- dice il Diablo- li ho passati a fare quello che mi piace. Sono un professionista da quando ho 15 anni, da 35 la mia vita è la pallacanestro. Esperienze belle e meno belle ma ho ricevuto tanto”. Nelle tante piazze in cui ha sempre trovato qualcuno pronto ad allacciarsi le cinture ed entrare nel magico mondo del Diablo. “Ho girato molto ma a Pistoia, Caserta ed Imola ho avuto passaggi indimenticabili” continua “ci sono stato sia da giocatore che da allenatore e questo ti lascia il segno”.

Un italiano poco italiano, si è spesso definito e non solo perchè vive tra l’Italia, la Spagna da cartolina delle Canarie e Las Vegas. E la scelta di dimettersi in un paese in cui non si dimette nessuno (figuriamoci chi è in corsa sportivamente per tutti gli obiettivi del campo), lo conferma.

Anche se dell’Italia del basket, lo scugnizzo del PalaMaggiò, ha spesso fatto la storia.

Nato a Caserta il 1 marzo 1969, il Sessantotto che deflagra nell’aria, con le lotte studentesche che arrivano anche al di qua dell’Oceano, un’Italia in bianco e nero scossa dal terrorismo e sostanzialmente divisa in due. Per molti anni ancora, anche nello sport, sicuramente sotto la retina con il grande nord a dominare almeno fino a quel 1991 in cui gli scugnizzi allenati dal professore di ginnastica Franco Marcelletti, fecero il miracolo in maglia Phonola. Enzino (che ha esordito in prima squadra a 15 anni) e Nando Gentile diventano le icone del riscatto di una città che dimentica di essere difficile e si prende la scena per una grande impresa, lo scalpo in casa dell’Olimpia Milano. Nonostante il ginocchio del Diablo in gara5 faccia crack, un dolore immenso ma lui non si muove da bordocampo e alla fine sfigurato dal dolore, è lì a festeggiare la storia.

Poi Bologna, una Fortitudo che inizia ad insidiare lo strapotere Virtus di Basket City grazie al suo bottino che apparecchia la tavola agli anni d’oro della Effe. E poi l’America. Anche se l’Nba di Enzino, in verità è stata Toronto. La città più italiana del Canada, anzi la più napoletana con 6 pagine di Esposito sull’elenco del telefono (“non le venti di Napoli ma insomma…” ha raccontato lui). Firma il 25 maggio 1995, è il primo a firmare e segnare in un campionato in cui chi arrivava dall’Europa non era certo ben visto come ora. Aprile 1996, la magica notte del Madison Square Garden. Con la 4 di Toronto, Esposito ne mette 18 contro i Knicks, dedicando (parole sue di una vecchia intervista) ogni canestro ad signore che inizialmente lo punzecchiava e che alla fine lo aspettò per dargli il cinque. “Con gli Stati Uniti ho un legame forte- dice Esposito- fatto di tante amicizie. Mia figlia studia là. Per il momento non sono coinvolto a livello di basket ma l’idea è quella di avviarsi in quella direzione. Di percorrere la stessa strada fatta anche da coach, non so se sarà tra uno o 10 anni ma spero di fare un’esperienza all’estero. La Spagna e gli Stati Uniti come mete ideali, per motivi familiari e non solo”.

A Imola si mette dietro le spalle l’altalena di un rientro in Italia faticoso (che lo porta a Pistoia dopo aver lasciato Pesaro in corsa) e torna ad essere il Diablo. Per tre stagioni è il miglior marcatore della serie A, per due è mvp. A Imola molti anni e tante squadre dopo, sarà anche allenatore- giocatore, cercando di dare tutto per salvare una delle piazze a cui è più legato. Una carriera, quella di coach, iniziata conla gavetta. Senza gli scivoli di cui, a volte, usufruiscono gli ex giocatori. Prima la Legadue, poi l’A1 arrivata senza programmazione nella sua Caserta dove, nel 2014/2015, subentra a Markovski con la squadra ultima in classifica con 0 punti. Il miracolo stavolta è solo sfiorato ma dopo 14 sconfitte era difficile solo pensare ad una salvezza persa all’ultima giornata. Il miracolo in verità è solo rimandato perchè, nell’estato 2015, è Pistoia all’ennesima ripartenza a chiamarlo per quella che si prospetta come una stagione lacrime e sangue. Che anche grazie al carisma del Diablo diventa “la più bella di tutte”. Esposito si porta da Caserta Moore ed Antonutti, pesca il gigante bianco Kirk nell’universo a stelle e strisce e con un manipolo di giocatori (8 senior) dà a Pistoia l’ebbrezza del primato in classifica per i primi tre mesi di campionato. Arrivano le finali di Coppa Italia, i playoff da sesti (record assoluto per il Pistoia Basket), risultato bissato l’anno dopo in cui (al secondo anno intero da capocoach) vince il titolo di miglior allenatore della serie A.

Le sue conferenza stampa accese e senza peli sulla lingua fanno il giro del web (“epico il “C’amma fa alla fine dello sfogo post Reggio Emilia nel girone d’andata della prima stagione, quello del “se siamo fastidio ditecelo”), i giocatori lanciati e rilanciati sono tanti. Se ne va dopo tre anni intensi, dopo la stagione meno brillante dove tra gioie e dolori, dà la chances della vita ad un ragazzino che la serie A l’aveva vista solo da tifoso. Gianluca Della Rosa, il nostro capitano, storia diversa da quella del Diablo ma la stessa grinta che non si compra al mercato. “A me le occasioni le hanno date- disse Esposito al momento del suo tesseramento- ed è giusto darla a chi se la merita”.

Elisa Pacini
Elisa Pacini
Innamorata delle parole, che sono centrali nella sua “dolcemente complicata” vita professionale. In primis per raccontare il basket e lo sport, dalle colonne de Il Tirreno (con cui collabora dal 2003) alle pagine web di Pistoia Sport (che ha contribuito a fondare). E poi come insegnante di italiano agli stranieri.

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