Oggi, 28 dicembre 2020, spegne 60 candelina Paola Paoli, la cestista pistoiese che ha conquistato l’Italia negli anni ’70 -’80
E’ la donna dei record della pallacanestro pistoiese. Trascinatrice delle ragazzine terribili dell’Etruria alle prime storiche finali nazionali allieve nel ’77, prima cestista pistoiese a giocare in serie A, a vincere uno scudetto e coppa dei campioni. Passione, vocazione, attrazione fatale: quella di Paola Paoli per i canestri è una grande storia d’amore di una donna, moglie e mamma con la palla a spicchi in mano. Un’irriducibile della retina che solitamente fa da sfondo anche ai brindisi di compleanno, tranne quest’anno. Ed è questa la vera notizia, non certo le candeline che oggi metterà sulla torta. «Non mi ci fate pensare» ci dice subito quando le chiediamo come festeggerà i 60 anni. «La verità è che io non me li sento, almeno come spirito- dice- mi manca non essere su un campo da basket a festeggiare il compleanno e aspetto di ricominciare».
La serie C con la Libertas Bologna, la Nazionale Master, gli Europei di Malaga: gli obiettivi per la ripartenza post Covid sono tanti. «Perchè finita ogni partita, anche la più importante- dice Paola- c’è un altro traguardo da raggiungere».
28 dicembre 1960, a Firenze, nasce Paola Paoli, quella che diventerà una delle protagoniste dei pionieristici anni Settanta della pallacanestro nostrana. Quelli essenziali per il grande salto in serie A che arriverà sia per l’Olimpia che per l’Etruria rosa, dieci anni dopo il ruggente 1977. A Roseto degli Abruzzi le scatenate allieve di Grazia Picci, scrivono la storia, qualificandosi e ben giocando le finali nazionali. A trascinarle una ragazzona con i capelli lunghi, che finisce nel mirino delle più grandi società italiane. «Scelsi il Geas Sesto San Giovanni – ci spiega Paola Paoli – perché Mario Camici da anni me ne parlava come il simbolo del basket femminile di altissimo livello, giocare lì diventò il mio obiettivo. Mario Camici, Grazia Picci un’allenatrice e una seconda mamma, i miei genitori: sono stati loro i punti di riferimento nei primi anni in cui la mia passione è diventato il mio lavoro. Poi Carlo Colombo, allenatore che mi ha valorizzata al Geas e tante compagne di squadra negli anni”.
Tra loro, dopo aver chiuso la carriera professionistica ma non quella di giocatrice, anche ragazze e ragazzi tra le decine e decine allenati negli anni. Paola Paoli e il marito (Michele Bottari) sono stati i primi volti che generazioni di pistoiesi hanno visto insieme ad una palla a spicchi. «Giocare continua a darmi un’emozione unica» ci dice evidenziando quella più forte, tra le tante sfumature di basket nella sua vita. Coach, presidente, rappresentante federale, tifosa («del Pistoia Basket naturalmente») ma soprattutto giocatrice. «Ai ragazzi che ho allenato spero di aver passato la passione di giocare- dice Paola Paoli in versione coach– non sono mai stata né smielosa, né categorica…ho cercato di dare input, informazioni, lasciando le persone libere di essere sé stesse. Ti diverti solo se giochi come sei te».
Campionati amatoriali, tornei, Nazionale Master, maratone al campino sfidando i maschi. La pallacanestro è «una cosa che mi fa sorridere- ribadisce Paola Paoli- mio marito dice che non mi fa smettere, perché in campo sono felice». Per questo non importa dove e con chi, l’importante è giocare. E se c’è da farsi l’Appennino per scendere in campo, cambia poco. Paola freme per tornare ad allenarsi con la seconda squadra della Libertas Bologna rosa, in cui è confluita insieme alle colleghe con cui ha trionfato nel campionato CSI di Basket City, per far crescere le adolescenti della cantera delle Vu Nere. «Il nostro modo di intendere il basket è molto diverso dalle ragazze di oggi- continua- noi giochiamo anche con le scarpe rotte in 5 bucate, loro magari son più brave a giocare ma senza parquet non giocano. Quando avevo la loro età, forse io ero più felice di andare in palestra. Sapevo di essere una privilegiata, guadagnavo qualche soldino e facevo quello che mi piaceva».
Di certo nell’Italia a tinte contrastanti degli anni Settanta, presa in ostaggio dal terrorismo e scossa dalle lotte operaie, la storia della ragazzina di provincia alla conquista della grande Milano per fare la giocatrice di basket, sembra una perfetta sintesi delle rivendicazioni femministe. «Quando sono andata via da Pistoia a 17 anni non era una cosa usuale- racconta Paola Paoli- e non è stato facile. A casa si chiamava stando attenti agli scatti del telefono a gettone. La società ci pagava gli studi ma dovevamo pulire e cucinare, perché eravamo donne. Mica come i maschi. Ma il mio obiettivo era il basket e al di là della scuola, io vivevo in palestra. E’ stato un balzo grande, di cui non mi sono mai pentita».
Ora come allora, anzi forse anche più di allora, il basket e lo sport in rosa cerca ancora l’uguaglianza con i maschi. «C’è un dibattito sul professionismo- chiude- è passato il riconoscimento della maternità ma in Italia siamo indietro. E non a livello di sport femminile, ma di sport in generale. Allo sport non è dato il giusto peso e la giusta importanza. Più che lo sport femminile, penso che siano cambiate le donne: prima a 25 anni eri vecchia per giocare, oggi a 40 anni può giocare in serie A. Ma forse c’era più visibilità prima: Mabel Bocchi era alla “Domenica Sportiva”, davano una partita di campionato alla Rai. Ora se vuoi vedere qualcosa, devi andare sui social delle squadre. E’ meno visibile e meno pagato di quello maschile, anche se almeno nel basket le donne vincono di più. Ma qui il discorso non si limita allo sport».



