L’uomo simbolo della Stefanel, Bogdan Tanjevic, parla della Trieste che è attesa in casa del Pistoia Basket per la settima di Serie A
Dici Trieste e pensi aduna storia importante e a un nome in particolare. Bogdan Tanjevic detto Boscia, mente e simbolo di quella fucina di talenti che era la Stefanel Trieste per un decennio tra metà anni Ottanta e metà anni Novanta. Prima di trasferirsi insieme al facoltoso sponsor e ai suoi campioni (tra cui uno dei suoi pupilli, il “nostro” Gregor Fucka) a far la fortuna di Milano.
In settimana sulle pagine de “Il Piccolo”, è uscita un’intervista a Tanjevic che aiuta a capire come la squadra di Dalmasson non sia per niente da sottovalutare. Perchè se a promuoverla è uno stakanovista, perfezionista, abituato a vincere come il coach dell’indimenticabile ultimo oro europeo dell’Italbasket, 20 anni fa esatti, c’è da credergli.
“Con un budget ridotto – dice Tanjevic- si poteva pensare che subentraserro problemi e invece, come spesso capita nelle emergenze, il roster è stato costruito bene. Io sono ottimista. Trieste ha perso male solo con Varese che per me è la rivelazione grazie a Mayo e al sistema di gioco di Caja collaudato. Per me è come se Trieste avesse vinto anche a Venezia, dove ha giocato meglio della Reyer. Ha battuto Sassari e Brescia. L’aspetto che più mi piace è la difesa. Mi sembra migliore rispetto all’anno scorso. I lunghi, ad esempio. L’anno scorso c’era Mosley, un leone, ma Knox era lento di gambe e non pareggiava l’intensità del compagno. Mitchell e Cooke mi sembrano poter dare un apporto difensivo superiore, li ho visti aiutare gli esterni”.
E poi regala al giornalista Roberto Degrassi, una delle sue perle che insieme ai successi sul campo lo hanno fatto diventare un personaggio unico del nostro basket. “La difesa è la chiave di tutto- dice- Non mi piace essere prigioniero dei mei attaccanti. Se una domenica non girano, che succede? La difesa risolve sempre”.
E una punzecchiatura ad uno dei molti rookie portati in Italia da Trieste, il play Elmore. “E’ un rookie?- dice l’ex ct azzurro- Io non faccio distinzioni. A 15 anni ero nel giro della prima squadra, a 17 comandavo i compagni. A Caserta ho fatto capitano Gentile a 18 anni. Play è chi ha il talento di comandare il gioco. E il basket europeo è pieno anche di giocatori in altri ruoli con la testa da play”.
71 anni, doppia cittadinanza montenegrina ed italiana, una vita con le ferite e gli strappi della storia addosso a tutti quelli che hanno visto andare in frantumi la cittadinanza jugoslava come il paese in cui sono cresciuti. Una storia ed una carriera che dimostrano come al di là dei confini ci si possa incontrare ed arricchire. E il suo basket di frontiera lo dimostra. Uno, cento, mille Boscia Tanjevic.



