Compie 90 anni Romolo Tuci, capitano della Pistoiese tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Ha vestito per 344 volte la maglia arancione
Nessuno l’ha mai visto tirare indietro il piede, quando c’era da lottare per la maglia arancione era sempre il primo. Grintoso e inossidabile, Romolo Tuci taglia oggi martedì 13 aprile il traguardo dei 90 anni. Il leggendario “Cagnolo” (soprannome rimastogli appiccicato addosso dai tempi in cui la nonna lo chiamava “cagnolino”) occupa di diritto un posto d’onore nella storia della Pistoiese: quattordici stagioni in maglia arancione, capitano e simbolo di una squadra umile ma battagliera che per un decennio dovette sgomitare, lottando il doppio per far fronte ai tanti problemi di una società sempre in bolletta, per risalire dalla Promozione regionale alla Serie C.
Con 344 presenze, Tuci è secondo nella speciale classifica dei più fedeli. Una carriera iniziata al campo “Boario” (oggi “Frascari”) nell’Ac Juventus, la squadra fondata nel dopoguerra da suo fratello Brunero (l’indimenticato “Bruschino”, altra leggenda cittadina). Quindi il passaggio alla Rinascita di Porta San Marco e nel 1949 la conquista della maglia arancione, squadra riserve. L’esordio vero e proprio è del 1951, da allora e fino al campionato 1964/65 il popolo del Monteoliveto ha potuto ammirare le sue doti di stopper granitico e leader rispettato da compagni e avversari.
Erano campionati infarciti di derby, quasi tutte le domeniche si rinnovavano certe rivalità di campanile che in Toscana contano più della classifica. «Ricordo i derby con il Siena e l’Arezzo, ma erano sentiti anche quelli con le squadre minori come Poggibonsi, Sestese, Sansepolcro. A Monteoliveto c’era sempre tanta gente, in quegli anni per vedere il calcio c’era solo lo stadio. In quegli anni le occasioni di svago erano poche e la Pistoiese era anche un modo per stare insieme tra amici».

Una carriera spesa interamente in via Bindi. «Dal giorno in cui smisi non ci sono più tornato, per me è come se quello stadio ci fosse ancora. Ne conservo un ricordo bellissimo, all’allenamento e alle partite andavo in bicicletta. Si entrava dalla porticina che c’era in fondo a via Antonini. Da bambino ci andavo con la scuola a fare educazione fisica, dalla parte dei “popolari” c’erano ancora le vecchie tribune in legno».
Un pistoiese con la maglia arancione è sempre balsamo per il cuore di un tifoso. «Sono contento di aver indossato quella maglia per tanti anni, ma in certi casi essere di Pistoia (spesso l’unico) non mi ha avvantaggiato. Intanto il lunedì dopo le partite era meglio se non mi facevo vedere in giro perché i tifosi in città cercavano tutti me. Ognuno aveva da dire la sua e io dovevo rendere conto a tutti. E poi non mi pagavano, con la scusa che tanto spese non ne avevo. Gli altri invece, quelli che venivano da fuori, avevano il loro stipendio. In compenso però potevo vantarmi con gli amici di prendere l’aeroplano per andare in trasferta in Sardegna».
Nel 1965, a 34 anni, la fine della carriera. Serie C 1964/65, durante un derby con il Prato, l’allora attaccante laniero Ilario Castagner tenta una rovesciata che per Cagnolo finisce male. «Frattura del setto nasale e venti punti di sutura», ha raccontato a distanza di anni. «Dopo quell’episodio giocai qualche altra partita e poi smisi».

Da quel momento non ha più voluto rapporti con il calcio, al “Comunale” non è mai entrato e a una carriera da tecnico o dirigente non ci ha mai pensato. Guadagnandosi la fama di burbero, quanto mai immeritata. Lo sport ha preferito viverlo a modo suo, inforcando la bicicletta o giocando a calcio con i bambini dell’Avanguardia.
Quest’anno la Pistoiese ne fa 100, siete quasi coetanei. «Alla squadra arancione auguro tutto il bene possibile».



