Coach Alessandro Ramagli tira dritto, la società non è pervenuta: il campo direbbe che il Pistoia Basket è retrocesso (con la fiammella di speranza accesa solo grazie al 20-0 con Milano), ma nessuno recita il mea culpa. Basta fughe, serve chiarezza: l’editoriale di Alessandro Benigni
Partiamo da un dato di fatto: se non fosse per il caso Nunnally e il conseguente 20-0 a tavolino su Milano, il Pistoia Basket potrebbe tranquillamente iniziare a programmare la prossima stagione di A2. Si perché con 4 punti da recuperare sulla pattuglia delle penultime, più tutti gli scontri diretti a sfavore, evitare la retrocessione sarebbe di fatto impossibile. Dunque teniamo bene a mente che il campo, a 7 giornate dalla fine del campionato di Serie A, avrebbe già sancito il fallimento della truppa biancorossa.
Non che la situazione reale sia tanto migliore dopo la debacle interna nella sfida salvezza contro Reggio Emilia, anzi. Però se la OriOra ha ancora mezzo piede in Serie A, allora il dovere morale di provare a restarci in tutte le maniere viene da se. Il primo passo per farlo è prendere atto del fallimento di cui sopra: dopo 19 sconfitte in 23 gare, non ammetterlo sarebbe da stolti. Non è andato il Pistoia Basket 1.0 (quello del 5+5 con Severini “bruciato” come primo cambio dei lunghi, per intendersi), né il Pistoia Basket 2.0 (rafforzato da quel che c’era a quel punto della stagione, ovvero l’oggetto misterioso Gladness), così come non sta andando il Pistoia Basket 3.0 delle ultime 4 uscite (la versione senza dubbio migliore, almeno sulla carta, se ci fossimo trovati a luglio piuttosto che a marzo).
Il minimo comune denominatore delle tre versioni della OriOra è Alessandro Ramagli, l’unico a essere rimasto al suo posto sulle panchine delle pretendenti alla salvezza (alla faccia della “piazza dove è davvero difficile lavorare”, cit). Che abbia delle colpe (dalla tenuta sullo spogliatoio all’atteggiamento dei suoi, passando per la gestione di minutaggi e time out), è lampante per tutti, coach livornese compreso: perché si ostini a non prendersele, replicando conferenze stampa fotocopia che poco aggiungono a quanto tutti hanno visto sul parquet, resta un mistero. Del resto si parla di 4 vittorie in 23 uscite, una miseria. Ne servirebbero altrettante nelle ultime 7: forse non conosceremo la fine del libro, ma insomma, con un po’ di immaginazione ci possiamo arrivare…
In tanti si chiedono perché Ramagli non si dimetta. La risposta è semplice: sta facendo il suo lavoro e, anche giustamente, da uomo di mare non vuole mollare la barca che affonda. Spetterebbe alla società agire, in un senso o nell’altro. Ovvero cacciandolo o confermandogli pubblicamente la fiducia fino alla fine, vada come vada. Peccato che in questa nefasta annata i riflessi della rinnovata dirigenza biancorossa si siano sempre rivelati piuttosto deboli: dalla fin troppo ottimistica idea iniziale di squadra agli scarsi correttivi in corsa, dall’addio preventivabile di Dominique Johnson alle convulse settimane dell’ultimo rimpasto di mercato, il Pistoia Basket ha sempre inseguito. Quasi subendo le decisioni altrui, piuttosto che prendendo l’iniziativa. Aspettando, non si sa bene cosa. O meglio, temporeggiando.
Così è stato nelle svariate finestre stagionali dove avrebbe potuto esserci il cambio di allenatore (dopo i primi 6 ko, dopo la debacle con Cantù, durante la pausa…), così è anche adesso: nessuno che prenda in mano la situazione, nessuno che ci metta la faccia. L’unica decisione presa è stata quella di mandare il povero Gianluca Della Rosa davanti ai microfoni dopo la sconfitta più pesante dal ritorno in Serie A ad oggi. Il che la dice lunga, anzi lunghissima. Ora però non si può più scappare: c’è da dire con chiarezza come stanno le cose (finendola di alimentare le chiacchiere su contratti, opzioni, dimissioni richieste e quant’altro) e cosa si ha intenzione di fare in questo finale di stagione, proprio a partire da Ramagli. Del resto quella del cambio in panchina, anche se tardiva, sarebbe di fatto l’ultima mossa a disposizione per dare una scossa a un gruppo che, banalmente, smette di giocare quando il gioco si fa duro. E a un ambiente, quello biancorosso, con il morale sotto i tacchi e tanta rabbia in corpo.



