Un giovane del Manchester United che muore a 21 anni, il mito di Muhammad Ali ed il differente modo di vivere lo sport sui due lati della Guerra Fredda. Questi i consigli di Pistoia Sport per le letture estive
Inizia il periodo “clou” delle vacanze estive ed è tempo di consigli per i libri da leggere sotto l’ombrellone o al fresco in montagna. I consigli, come sempre, arrivano per voi dalla Libreria “Fahrenheit 451” di via Antonelli in Porta San Marco che, dal 1° agosto, è anche unico luogo dove trovare in distribuzione gratuita i volumi “Un anno di calcio” e “Un anno di basket” realizzati da Pistoia Sport. Chi ancora non ne fosse in possesso sa adesso dove trovarli.
di Luca Bonistalli
Tre letture sportive per l’estate, tre libri di sport che raccontano campionissimi, campioni mancati troppo presto e per questo oggi poco, partite leggendarie nel senso proprio del termine.
Cominciamo con Duncan Edwards, il più grande di tutti (James Leighton, 66thand2nd, 299 pp, 20 euro).
Chi è Duncan Edwards, direte voi? Domanda legittima, se non siete inglesi. Sull’isola è un ricordo forte, indelebile.
Nato da una famiglia povera delle Midlands, a poco più di 16 anni si trovò scaraventato dentro l’Old Trafford di Manchester, dove diventò subito un idolo agli ordini di mister Matt Busby, una leggenda mica da ridere neppure lui. Era il 1955 e questo ragazzino giocava già da leader. Grandi doti tecniche e fisiche al servizio di un calcio all’avanguardia per l’epoca: velocità, tempismo, capacità di guardare il gioco due passaggi in anticipo. Il libro di James Leighton, best seller in UK, ci racconta la storia di questo ragazzo mite, volitivo, infaticabile anche e soprattutto in allenamento. Sarebbe diventato una stella se quel 6 febbraio del 1958 l’aereo che riportava il Manchester da Belgrado si schiantò sulla pista dell’aeroporto di Monaco di Baviera. Duncan Edwards aveva 21 anni.
Con Le Vittorie Imperfette (Emiliano Poddi, Feltrinelli, 291 pp, 17 euro) ci immergiamo dentro una finale olimpica di basket diventata leggendaria, quella tra USA – URSS del 1972, quando l’Urss vinse di un punto, prima vittoria in assoluto contro una nazionale statunitense. Una partita unica, proiettata nella leggenda anche per quei famosi tre secondi che furono fatti recuperare dopo un finale convulso in cui, in un primo momento, gli USA pensavano di aver vinto la medaglia d’oro.
Emiliano Poddi contrappone i due mondi, le due facce della medaglia della Guerra Fredda, che in quel periodo si scontravano su qualsiasi terreno. La politica che sfocia nello sport, dagli scacchi alla pallacanestro passando per l’atletica. A rappresentare i due volti di Stati Uniti e Unione Sovietica ci sono i due personaggi simbolo di quella partita. Kevin Joyce, l’uomo dell’ammutinamento e l’artefice della disperata rimonta statunitense, e Aleksandr Belov, l’eroe del canestro decisivo. È lui che approfitta delle decisioni di Renato William Jones, il numero 1 della FIBA che si alza dalla poltrona per far rigiocare quei tre secondi fino a sancire la vittoria sovietica, con Doug Collins e compagni che rinunciano alla premiazione, trascinando nella mitologia anche il destino delle medaglie d’argento. È quasi in nome dello scontro tra superpotenze che il lutto dell’attentato viene riassorbito, la finale del torneo di basket si trasforma in qualcosa di ben diverso, di puramente simbolico. I due numeri 14 ci arrivano da angolazioni ben diverse. Libro appassionante come la storia che racconta
Il Mio Alì (Gianni Minà, Rizzoli, 240 pp, 18 euro) raccoglie gli articoli scritti da Gianni Minà su Muhammad Ali dal 5 marzo 1971 a oggi. Dalle pagine del Corriere dello Sport a quelle della Repubblica e numerosi altri giornali italiani; da Las Vegas a Kinshasa fino a Los Angeles. Le avventure professionali e umane di Gianni Minà e Muhammad Ali si incrociano a partire dagli anni ’70.
Il “mito americano con la faccia nera” e il più prestigioso pugile del secolo appena trascorso. Una sorta di diario accompagnato dagli articoli, dettati “a braccio” nella notte, da Los Angeles o da Las Vegas, da Kinshasa o da Manila, ai giornali e riviste a cui nel corso degli anni Minà ha collaborato. Queste cronache delle sfide pugilistiche di The Greatest con Frazier, Norton e Foreman caratterizzavano gli Stati Uniti di quegli anni, quelli del riscatto degli afroamericani, di Malcolm X, di Martin Luther King, delle conquiste de “l’altra America”, che lottava per l’affermazione dei “diritti civili”. Cassius Clay, che per abbracciare la fede musulmana aveva cambiato il suo nome in Muhammad Ali, non solo fu al centro di questi eventi sportivi e sociali, ma ne fu uno dei protagonisti. Personaggio unico, raccontato da un giornalista che lo aveva conosciuto bene.


