«Volevo sempre essere la prima». Il ritratto di una delle sportive più importanti della storia dello sci italiano. Tanti auguri a Celina Seghi
100 anni da icona di forza, combattività ed eleganza. 100 anni da diva della porta accanto, come sanno bene gli abetonesi che fino a qualche anno fa la vedevano con gli sci ai piedi, solcare le piste innevate con la grazia potente del “topolino delle nevi”, e i pistoiesi che spesso la incontrano in centro.
La passeggiata quotidiana nel cuore antico di quella città in cui si è trasferita ormai da anni, è uno dei riti a cui Celina Seghi non rinuncia, impeccabile come sempre con gli occhiali scuri, l’immancabile rossetto e il sorriso dispensato a tutti. Perchè Celina, la ragazzina dell’Abetone che volava sulla neve come e più dei maschi, che ha conquistato il mondo, rimanendo la “signora” dello sci italiano, non è una che vive da eremita.
Anzi «le vittorie più belle sono quei momenti in cui ho potuto aiutare gli altri», ripete spesso, indicando nella stanza dei cimeli, le targhe regalate alla regina delle nevi nelle sue frequenti partecipazioni ad eventi di solidarietà. All’Abetone torna sempre per salutare i giovani partecipanti del “Pinocchio sugli sci”, la kermesse internazionale dove tanti campioncini in erba sognano di diventare campioni sulle piste che consegnano all’eternità il nome della valanga azzurra tutta abetonese che con i suoi successi aiutò l’Italia a mettersi la guerra alle spalle.
Anche se tra quei due omoni, i grandi Zeno Colò e Vittorio Chierroni che l’abbracciano in tante foto con le medaglie al collo in giro per il mondo, Celina Seghi sembra una modella dei fotoromanzi con gli sci ai piedi. Con quei capelli lunghi al vento e il sorriso grazioso e fiero che l’ha resa un simbolo per tante donne che, sfogliando le riviste di costume del dopoguerra, volevano essere come Celina. «Con i giornalisti ho sempre parlato volentieri – ci dice – e poi quando eravamo insieme a Zeno e Vittorio, loro mandavano sempre avanti me a parlare con loro. Sciare con gli uomini? Da sempre e spesso andavo più forte di loro. Qualche volta li prendevo anche in giro». E, si dice, che i suoi fraterni amici Zeno e Vittorio non la prendessero proprio bene.
Ma le punzecchiature e la competizione hanno cementato un’amicizia che ha portato il trio delle meraviglie dell’Abetone a diventare leggenda. Nonostante la guerra gli abbia strappato gli anni più belli, trasformandoli in poco tempo da campioni (Celina Seghi aveva già vinto 13 dei suoi 25 titoli italiani) a sfollati. «Non ho mai avuto paura a buttarmi giù con gli sci – racconta Celina – se avevi paura, potevi anche non metterteli. E non era mica come ora che gli atleti hanno tutto: noi avevamo gli sci di legno, spesso in testa non ci si metteva nemmeno un cappello. Nell’attesa della gara, ho patito tanto freddo. La paura sa quanto l’ho avuta? Durante la guerra. Lì sì, tanta. E’ stata una sciagura, abbiamo dovuto fermarci e ripartire dopo».
Sfollata a Candeglia, lontana dalla linea Gotica che solcava le sue montagne, cancellando di colpo gare, corse nei boschi e allenamenti, Celina Seghi ricorda i nascondigli e l’arrivo degli alleati. E finalmente con la fine del conflitto, anche lo sport ripartì. Provando a superare le ferite umane e sportive di atleti che, come nel caso della sciatrice abetonese, si videro cancellare le medaglie ai Mondiali di Cortina nel 1941. Oggi un comitato sembra impegnato nel capire se quelle vittorie andassero davvero cancellate, visto che all’assenza di Stati Uniti, Francia e Inghilterra, le altre nazioni tra cui molte delle nazionli più forti sulla neve, c’erano tutte.
Le medaglie internazionali però non tarderanno ad arrivare: nel 1949 dopo la quarta vittoria consecutiva sulle nevi austriache del prestigioso trofeo di Arlberg-Kandahar, vince il “K di diamanti”. Unica italiana ad averlo mai vinto. L’anno dopo, ad Aspen in Colorado, vince il bronzo nello slalom speciale nell’edizione in cui l’amico Zeno trionfa nel gigante e nella discesa libera. I loro volti sorridenti sul podio sono quelli dell’Italia che lentamente si sta rialzando. Alle Olimpiadi, tra Sant Moritz 1948 e Oslo 1952, Celina si classifica 3 volte quarta. Una beffa per una che sulla voglia di vincere ha costruito la sua carriera: ancora oggi le 37 medaglie nazionali sono un record. La prima la conquistò a 14 anni, l’ultima nel 1954 a vent’anni dalla prima. Oltre al carattere deciso, uno dei segreti del suo successo è stata la rigidità del suo allenatore. «Mi allenava mio fratello Gino- dice- era severissimo. Con lui non c’erano distrazioni o divertimenti. Se si guadagnava bene? Per carità, è tanto se ci davano la divisa».
Con o senza sci, la perseveranza di Celina Seghi è uno dei suoi segni distintivi. Quando iniziò a gareggiare, ci raccontò in un altro incontro, «volevo essere sempre la prima». Ma accanto ai trofei di una carriera incredibile, nelle stanze museo della sua casa ci sono libri e soprattutto diversi strumenti musicali. Un pianoforte e una fisarmonica che Celina ha imparato a suonare da sola. La costanza è anche quella di non uscire mai con un capello fuori posto. «Finchè posso mi trucco – dice – il trucco dà luce e le donne devono essere eleganti. Ma senza esagerare».
Tanti auguri Celina.
E se ai tempi del Coronavirus le feste pubbliche sono state rinviate, ad essere contagiosa è da sempre l’ammirazione e l’affetto per l’orgoglio di tutte le donne di sport. E non solo.



