VENERDÌ 25
Come sempre, il festival si apre in piazza Duomo, nella grande tensostruttura allestita nel cuore della città. Inaugura i Dialoghi 2018 la conferenza di apertura dello scrittore Alessandro Baricco: Sette cose da sapere sulla insurrezione digitale (ingresso gratuito).
Vie di fuga è il titolo della conferenza dell’antropologo Adriano Favole. Nasciamo in culture e lingue che ci plasmano e ci forniscono strumenti reali e simbolici per orientarci nel mondo, tuttavia non siamo del tutto prigionieri di esse. Partendo da racconti di viaggio ed esperienze di ricerca antropologica come pellegrinaggi, migrazioni, sogni, letteratura, satira e cinema, l’antropologo indaga i modi in cui gli esseri umani rompono le regole, cercando di cambiare la propria esistenza. Il tema è affrontato da Favole anche nell’omonimo volume in uscita per il festival nella serie dei libri Dialoghi sull’uomo edita da UTET.
La scrittrice Simonetta Agnello Hornby e lo psicologo e giornalista Massimo Cirri dialogano sull’essere Diversamente creativi. Un confronto su un punto di vista “altro” e importantissimo, sul modo in cui ci si guarda tra persone: i forti e i fragili, gli abilissimi e quelli meno. Sappiamo che diventeremo tutti, a un certo punto, un po’ più fragili, ma resteremo portatori di diritti, resteremo cittadini. Creativi e originali, tutti diversamente creativi, magari solo sopravvivendo con dignità.
SABATO 26
I membri del circolo di Bloomsbury – tra cui Virginia Wolf, Lytton Strachey, J.M. Keynes – hanno dimostrato il valore creativo di chi nella comunità e nell’utopia trova la forza per creare nuove forme di conoscenza e di vita. Erano giovani uomini e donne che reinventarono la loro esistenza in assoluta libertà intellettuale e sessuale rispetto ai codici esausti e inerti dell’epoca vittoriana: la loro, spiega la scrittrice Nadia Fusini, è una delle proposte più ardite dell’intero Novecento, a cui ancora oggi ispirarsi per recuperare il senso profondo della libertà individuale.
Il sociologo Alessandro Dal Lago si confronta con la videoartista Serena Giordano su Arte, potere e innovazione: il mondo dell’arte guarda da sempre agli altri poteri, in primo luogo quello politico, perché ne può ricavare risorse materiali e simboliche e, di contro, ogni tipo di potere apprezza le arti in quanto potenziali fonti di legittimazione e consenso. Tuttavia, è solo rompendo i limiti estetici e ideologici del loro tempo che gli artisti possono innovare. Oggi l’innovazione si deve probabilmente a quegli artisti che si pongono al di fuori del decoro estetico e sociale, come i graffitisti e i cosiddetti outsider.
Un percorso sulla creatività fra scienza e letteratura è quello proposto dal chimico e scrittore Marco Malvaldi, il quale sostiene che il modo di pensare di un chimico non è molto diverso da quello di un poeta. Come gli atomi sono le lettere del linguaggio della chimica, che si combinano in parole (le molecole) e in frasi (le reazioni chimiche) e riescono a spiegare un fenomeno naturale universale, così a un poeta bastano due o tre versi per muovere sentimenti profondi nel lettore.
Il centauro femmina: per un primo vocabolario di creatività è il titolo dell’incontro con lo scrittore e classicista Nicola Gardini. Attento alle metamorfosi storiche del concetto, indagando il lessico antico, Gardini ricostruisce momenti di un antico discorso sulla creatività, con esempi provenienti da poesia, filosofia, retorica e critica d’arte, ponendo le odierne definizioni di creatività nella prospettiva del divenire.
Il saggista e scrittore Marco Belpoliti propone una serie di riflessioni sulla Resilienza come atto creativo: fare di più con meno. La parola “resilienza” è apparsa nel dibattito attuale a metà Novecento grazie agli psicologi e implica non solo il resistere o il saltare indietro, ma il realizzare un atto creativo, migliorando la propria condizione di partenza.
Oggi siamo molto più numerosi, sempre più connessioni ci legano gli uni agli altri e rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto produciamo di più, scambiamo di più, viaggiamo di più, consumiamo e usiamo più energia. Di conseguenza, gli effetti collaterali indesiderati sono molteplici: inquinamento, alienazione, un pianeta surriscaldato. Per evitare la fine del mondo così come lo conosciamo, commenta l’antropologo norvegese Thomas Hylland Eriksen, al genere umano si richiede di rallentare, raffreddare e ridimensionare.
Quale empatia nella società dominata dalla paura dell’altro? È la domanda posta dalla filosofa Laura Boella: in un’epoca in cui la socialità umana si è sviluppata in forme inedite – connessione in rete, social network, circolazione planetaria di capitali, di turisti, del sapere e dell’informazione – la capacità empatica, considerata la base evolutiva dell’interazione e cooperazione sociale, si trova di fronte a nuove sfide e ad un impegno creativo per esplorare il mondo dell’”altro”.
Lo scrittore e critico letterario Emanuele Trevi e il critico e curatore d’arte Davide Daninos propongono una riflessione sugli studi degli artisti e scrittori. Lo studio è il luogo che da almeno settecento anni sembra accomunare il lavoro di scrittori, artisti e intellettuali: è uno spazio di cambiamento, di possibilità, privato e spesso sconosciuto. Osservarne la nascita ed evoluzione significa guardare da un punto di vista privilegiato le abitudini e il cambiamento del pensiero moderno.
Oggi stiamo assistendo a un’inversione di valori, la fiducia è stata “sfiduciata”: conta rompere le regole, cancellare il passato, ma anche il futuro. Alla “democrazia del pubblico” è subentrata una “democrazia im-mediata” che, attraverso la rete, salta e contesta ogni mediazione, ma il politologo Ilvo Diamanti avverte che è soprattutto la sfiducia a compromettere le relazioni personali e le mediazioni sociali e a indebolire il tessuto della società.
DOMENICA 27
Lo storico Giovanni De Luna analizza la situazione che ha portato alla “rivoluzione” sessantottina e si interroga sul perché non ci siano più stati momenti di rivolta simili. Mezzo secolo fa, ovunque i protagonisti furono i giovani: diventati nel dopoguerra produttori, consumatori, elettori e con il ’68 militanti. A unificare la protesta giovanile fu la disobbedienza, lo scontro con regole che appartenevano al passato. Giovinezza e disobbedienza: questo il binomio su cui fondare oggi la lettura storica di quel movimento.
Nell’incontro Le età della creatività la filosofa Francesca Rigotti dimostra che ci sono miti e ossessioni del nostro tempo, legati alle età deputate o meno alla creatività, da mettere in discussione, anche alla luce dei repentini cambiamenti sociali.
Lo psicoanalista Massimo Recalcati indaga il rapporto che esiste tra la legge, la libertà, il desiderio e la creatività. Quando il peso delle regole morali spegne la vita, schiaccia il desiderio e inibisce la creatività, la psicoanalisi opera per sottrarre l’uomo da questo peso, per restituirgli la libertà del desiderio e della creatività come manifestazione del desiderio stesso.
Il paleontologo e antropologo Giorgio Manzi conduce il pubblico in un viaggio per scoprire il momento e le motivazioni che, 200 mila anni fa, hanno portato l’Homo sapiens a prevalere e diffondersi su tutto il pianeta diventando pensante e creativo.
Lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati racconta la scuola come luogo di rottura e cambiamento, seguendo la lezione di don Lorenzo Milani: una scuola con classi eterogenee, che sostiene la battaglia dell’integrazione. In un’epoca che vede adulti fragili e adolescenti difficili, la scuola può diventare il luogo di resistenza etica in un mondo frantumato e in piena trasformazione culturale, dove si può recuperare il rapporto virtuoso tra famiglia, educazione e ambiente sociale.
C’è una dimensione ritmica negli esseri umani, nei loro corpi, ma soprattutto nelle loro relazioni comunicative, spiega l’antropologo Paolo Apolito. Ma che cosa avviene quando un estraneo, uno straniero, si avvicina a noi e a questi ritmi condivisi? Lo straniero è colui che “non va a tempo”, eppure le relazioni tra estranei sono immancabili nella nostra specie, incontrarsi tra “alieni” è stato l’asse portante di tutte le storie umane.
Oggi la maggior parte della popolazione mondiale abita in città e il cambiamento e la sfida sono rappresentati dalla “città aperta”, dove i cittadini possono mettere in gioco attivamente le proprie differenze e creare un’interazione virtuosa con le forme urbane. Per costruire e abitare questa città, secondo Richard Sennett, uno dei più influenti sociologi contemporanei, occorre praticare un certo tipo di modestia: vivere uno tra molti, coinvolto in un mondo che non rispecchia soltanto se stesso.
Il ridere è una via di fuga, un modo per rompere le regole, afferma l’attore, scrittore e drammaturgo Moni Ovadia. La cultura ebraica sicuramente ha sempre messo in atto questa modalità, la risata ebraica ha origini antiche, bibliche e rappresenta forse l’unica salvezza per un popolo così martoriato: un vero e proprio cortocircuito tra ironia e ordine costituito.



