Nell’ultima puntata di “Palla a due”, rubrica domenicale in collaborazione con il Pistoia Basket, Vincenzo Esposito ha fatto lo “scanner” al basket italiano
L’abbuffata di video sui campionati di tutto il mondo dal suo rifugio bresciano. Gli aneddotti di una carriera più adrenalinica di un giro completo sulle montagne russe. Quel legame forte nato con un vero colpo di fulmine con Pistoia tanti anni fa. I cambiamenti del mercato alla ripartenza di un campionato che ha fermato anche la corsa della sua lanciata Leonessa.
Vincenzo Esposito, nonostante il temperamento del Diablo, non è uno che vuole l’attenzione su di sé. Non twitta, non posta foto sui social perchè non li ha ma quando parte, si prende la scena con l’estro da mattatore da figlio della terra di Totò, uno dei suoi idoli. Diretto e guascone come sempre nell’ultima puntata di “Palla a due”, rubrica domenicale in collaborazione con il Pistoia Basket, il Diablo ha fatto lo “scanner” al basket italiano. Regalando le sue…bombe non solo sul campo.
BRESCIA. Collegato da uno dei territori più colpiti dall’emergenza Coronavirus che rappresenta da qualche mese, da allenatore di una Leonessa che con lui è tornata a ruggire, Esposito evidenzia il senso di responsabilità e solidarietà dei bresciani: «La popolazione è stata molto forte- dice- in una zona davvero flagellata. Ha rispettato le regole e cercato di aiutarsi anche se qui la realtà è dura e pesante perchè i numeri delle persone colpite dall’emergenza sono alti. La gente ha reagito con determinazione. Nonostante i pochi mesi di lavoro, sono contento della scelta di Brescia e di quello che stavamo facendo».
Fino a che ha potuto insieme allo staff ha continuato a fare riunioni al palazzetto per programmare il futuro e anche ora, ognuno dalle proprie case, il collegamento è costante. «Penso di aver visto anche i campionati del Mozambico- dice ridendo- è importante pensare a programmare la stagione anche se non si sa quando si ripartirà. Non c’è solo il lavoro sul campo come la gente pensa. Anzi il nostro obiettivo è farsi trovare pronti quando si ripartirà e per chi non ha il budget di Milano, deve lavorare così. Io lo so bene…a Pistoia l’ho fatto per tre anni».
AMARCORD. Pistoia lo aspetta da due anni per riabbracciarlo, pur da avversario, dopo la sua partenza nell’estate 2018 dopo un triennio di altissimo livello da allenatore. Per motivi diversi, invece al PalaCarrara non è potuto tornare e si dice molto dispiaciuto: «Cosa penso se penso a Pistoia?- continua- ad un amore a prima vista. Mi sono sempre sentito a casa e se dovessi cambiare posto dove abitare, nella mia Imola dove ho tanti amici, verrei lì».
E via con i ricordi: il “fratellone” Vinicio che se la rideva di gusto quando il giovane Enzino, tornato da Caserta dopo le vacanze di Natale, fece “scintille” in tutti i sensi con l’indimenticato ex custode Francesco: «Non erano abituati ai petardi di Caserta» se la ride il Diablo. Il legame con la famiglia Carrara, con Mario diventato un secondo genitore come anni dopo al suo “ritorno” a Pistoia è stato Roberto Maltinti. “Mi manca moltissimo” dice.
Poi il feeling lavorativo con Giulio Iozzelli, uno dei fattori che lo convinsero ad accettare la panchina di Pistoia sapendo che arrivava dopo il quasi settennato d’oro di Moretti: «Ritrovai tanti amici- continua- e ne ho conosciuti nuovi come Fabio Bongi con cui abbiamo lavorato alla grande”. Il soldout alla sua prima gara da giocatore (il 23 novembre 1997) in cui- pur nella sconfitta con la Mash Verona- ne mise 25 in 39′: «Venivo da una stagione difficile a Pesaro ma a poco più di un anno e mezzo dall’Nba, nessuno pensava potessi andare a Pistoia- continua- che era in una situazione complicata. Al’esordio c’era il palazzetto pieno come ho rivisto poche volte sia da giocatore che da allenatore e ho subito capito che era un posto speciale».
Il coro “salutate la capolista” che ha fatto da sottofondo al girone d’andata del suo primo anno da allenatore (“mi viene la pelle d’oca anche ora”), i talenti pescati nell’oceano americano (Kirk e Blackshear erano i primi giocatori su cui avevamo messo gli occhi ma il loro ingaggio si concretizzò solo perchè cambiarono agente quando noi non ci pensavamo più”), i soldati fedeli che l’hanno seguito da Ron Moore (un viceallenatore in campo) a Michele Antonutti a Ariel Filloy (“bravo perchè ha fatto di più di quello che il fisico e il talento gli potesse permettere”) alla positiva sorpresa di Andrea Crosariol. Fino al rimpianto, l’unico legato a Marcus Thorton (“aveva un potenziale immenso, un po’ come Rashad Thomas che avevo l’anno scorso a Sassari).
AMERICA. Quella canadese di Toronto che gli aprì le porte dell’Nba (“il primo giorno mi portarono al 35° piano della CN Tower col pavimento di cristallo e me la facevo sotto”), i 18 punti al Madison di New York, le visite dei genitori con la mamma incredula davanti al pullman dei Bulls che entrava dentro il palazzetto per andare a prendere direttamente fuori dagli spogliatoi quel “23”.
E poi Las Vegas, dove vive la figlia, ritiro estivo lontano dalle luci dei casino ma immerso tra le Summer League e i campi da golf (“lì è nato il mio amore per questo sport”). L’America che gli fece conoscere già a Caserta, quel “genio e sregolatezza” di Charles Shackelfor, uno dei protagonisti insieme a lui di quel “miracolo” che fu lo scudetto del ’91 ma che veniva da lontano. Dal presidentissimo Giovanni Maggiò, dal “sergente di ferro” Boscia Tanjevic (“fin da quando avevo 15 anni mi diceva che ero la cosa più somigliante a Drazen Petrovic, idolo assoluto”) che iniziò il lavoro finito da un altro secondo padre come Franco Marcelletti. L’amicizia con Davide Ancillotto, il legame fraterno con Nando Gentile, la passione sviscerata per Diego Armando Maradona.
PRESENTE E FUTURO. «Carrea ha fatto un buon lavoro – dice su questa stagione – la gente spesso si ricorda delle vittorie ma non tiene presente capacità economiche ed obiettivi reali. E’ un comportamento tipico italiano. Pistoia ha fatto delle scelte giuste ed era in linea con i programmi della società. Il futuro del mercato americano? Cambierà radicalmente. Al di là delle top squadre europee, ci sarà una riduzione drastica di budget a tutti i livelli. Dovrà cambiare l’approccio degli agenti con i giocatori, non tanto per la paura del virus visto che tutti i paesi purtroppo sono stati toccati ma perchè quei soldi di prima non ci sono più. E senza le Summer League e i Draft, le scelte si affideranno a video e qualche informazione . Con il serio rischio di cannarle».
Tre prospetti ai raggi X: Mannion, Davide Moretti e Pajola: «Mannion non ha la tecnica degli altri due ma ha il fisico da giocatore di colore, si ritaglierà un posto in Nba e arriverà in Nazionale. Davide ha talento, è migliorato fisicamente e in Europa potrà fare meglio di chi ha fatto il suo stesso percorso come Mussini e Della Valle. Pajola sa fare tante cose, non eccelle in nessuna ma non ha paura e può avere una carriera solida nel basket italiano».
Qualche nome su cui puntare per il futuro? «Pecchia andrà a crescere- continua- Pajola e Akele con il giusto spazio potranno avere il loro ruolo nel campionato italiano e Bortolami. Abass? Può crescere ancora, con lui mi sono trovato benissimo è un ragazzo buono. Ma deve lavorare ancora. Il giocatore vuole puntare su livelli alti e questo limita un po’ il percorso di crescita che si basa sul lavoro in palestra».


