Daniele Ciattini, record-man di presenze con la Lampo: «Che ricordi con Petroni, in Eccellenza affrontai Tosto e il padre di Zaniolo»
233 partite con la maglia biancazzurra lo rendono il giocatore con più presenze nella storia della Lampo. Ma Daniele Ciattini non è stato solo questo. Capitano, uomo simbolo, intermezzo fra due generazioni, leader e, più semplicemente, gran calciatore. Arcigno e silente difensore, Ciattini si è ritagliato di diritto un posto privilegiato nella centenaria vita del club lamporecchiano: adesso, che ormai da qualche tempo gli scarpini sono definitivamente appesi al chiodo, guardandosi indietro c’è quel senso di nostalgia inspiegabile a parole. Ecco, le parole. Quelle che Daniele non amava urlare in campo e che invece ha usato per raccontarci in sommi capi la sua carriera: dagli esordi, passando per la lunga storia d’amore con la Lampo fino al ritiro forzato a causa di qualche infortunio di troppo.
O CAPITANO, MIO CAPITANO
Daniele, ripercorrendo il tuo percorso in biancazzurro quali sono i migliori e i peggiori ricordi che ti vengono in mente?
«Ce ne sono diversi. Tutte queste presenze mi rendono ovviamente orgoglioso. Mi sono divertito tanto dato che la squadra in campo era favolosa, abbiamo centrato l’Eccellenza vivendo uno dei migliori momenti della storia biancazzurra. Anche perché quell’Eccellenza lì era veramente clamorosa, c’erano squadre come Pistoiese, Lucchese e Massese. Per non parlare dei giocatori…a Lucca giocammo contro Tosto, che aveva fatto gli ultimi anni di carriera all’Empoli, a Massa presi una gomitata dal padre di Zaniolo. Un bel ricordo che mi viene subito in mente è il mio gol in finale play off contro la Cerretese, ero al settimo cielo. Come momento più brutto ti direi la retrocessione in Promozione con mister Panati che c’aveva preso in corso d’opera. In generale anche gli ultimi periodi, in cui iniziava a sentirsi la distanza di età fra me e i giovani, non sono stati propriamente rosa e fiori».
Secondo te i campionati dilettantistici ai tuoi tempi erano più tosti?
«Direi di sì. Quando ho iniziato a giocare rispetto a quando ho smesso la forza dei compagni e degli avversari era molto diversa. Prima fra i dilettanti c’erano veri e propri fuoriclasse per la categoria, ultimamente ne vedo molti meno. All’epoca c’erano dei calciatori che dedicavano mezza giornata ad allenarsi e preparare la partita, in questo senso forse l’impegno si è un po’ ridotto. Fa tutto parte di un cambio generazionale: oggi si sente dire che i giovani vadano pregati per far approcciare loro al mondo del calcio, quando ero piccolo io nessuno pensava ad altro. Le prime volte in spogliatoio con i grandi non volava una mosca e tutti erano attenti per ascoltarli, invece ora i ragazzi pretendono cose che noi ci sognavamo».
«IL CALCIO È VITA»
So che dopo la Lampo hai preso parte anche al torneo dei rioni di Lamporecchio: proprio non riesci a stare lontano dal pallone…
«Esattamente. Per me il calcio è vita, se non avessi avuto infortuni (di uno in particolare sento tutt’ora le conseguenze) probabilmente sarei ancora a giocare in qualche campo di provincia. L’anno scorso ad esempio ho partecipato ad un torneo di calcetto, ciò sottolinea il mio enorme amore nei confronti di questo sport. Purtroppo il ginocchio non mi lascia in pace, è per questo che ho deciso di appendere gli scarpini al chiodo. Potrei anche operarmi ma alla mia età non so quanto ne valga la pena, anche perché ora come ora voglio dedicarmi al 100% alla mia bellissima famiglia. Hai citato il torneo dei rioni, attualmente sono in dirigenza in quello per cui giocavo, il Montalbano. Diciamo che faccio il capitano dalla scrivania. Com’ero quando indossavo la fascia alla Lampo? Un po’ atipico. A me non piace parlare troppo, preferisco di gran lunga che a farlo sia il campo. Ero silenzioso, ma ciò non vuol dire che mi mancassero personalità e carisma».
Fra tutti quelli che hai avuto, quali sono gli allenatori che ricordi con maggiore affetto?
«Parto col dire che il bravo giocatore deve cercare di imparare qualcosa da ciascun mister con cui ha a che fare. Anche perché ognuno è diverso, c’è chi ti insegna a difenderti basso e ripartire e chi invece predilige una mentalità offensiva. Se devo fare dei nomi dico Brunero Bianconi, con cui ho esordiato tra i grandi in Serie D alla Larcianese, e Venturini, che mi ha fortemente voluto comprando il mio cartellino al Vinci. Alla Lampo conservo dei ricordi indelebili sotto la gestione Petroni, che ci ha portati in Eccellenza e che ancora oggi detta legge nel girone A. E questo solo per quanto riguarda la “vita adulta”, se ci metto anche quelli che mi hanno formato da ragazzino non finiamo più. Io sono calcisticamente cresciuto agli ordini Paolo Mariani, col quale ci allenavamo fino alla morte con serie infinite di addominali e flessioni (ride ndr). All’epoca chi arrivava un minuto in ritardo il giorno delle convocazioni poteva direttamente presentarsi la settimana successiva, «perché ormai è tardi» diceva lui».
I TEMPI CAMBIANO
Da bandiera biancazzurra non posso non chiederti cosa ne pensi della fusione che in estate ha coinvolto la Lampo e la Meridien…
«È un grande dispiacere, perché di fatto la “mia” Lampo non esiste più. Il mondo del calcio però è cambiato, le società sono portate ad accorparsi con altre per i più disparati motivi: Lampo e Meridien avranno avuto i loro. I biancazzurri dopo la retrocessione sarebbero dovuti ripartire dalla Prima o dalle categorie ancora inferiori, bisogna vedere se c’erano effettivamente le possibilità per farlo. Già negli ultimi tempi le cose non andavano troppo bene, addirittura la Meridien giocava le partite casalinghe ai “Giardinetti”…un’assurdità dal mio punto di vista. Non conosco però le dinamiche, può darsi anche che col tempo la scelta di unire le forze si riveli giusta. Con un po’ più di interesse da parte delle aziende di Lamporecchio e limitrofi forse sarebbe andata in modo diverso: anche ai miei tempi ricordo che c’era tanta partecipazione all’inizio, poi man mano che gli anni passavano gli sponsor diminuivano e con loro il potenziale economico del club. Ma anche questa, secondo me, è una conseguenza del cambiamento che il calcio dilettantistico ha vissuto ultimamente».



