Dieci anni senza il Maestro Ballerini. Il ricordo del grande Franco

Il 7 febbraio 2010 un terribile incidente rallyistico ci portava via Franco Ballerini. Dopo 10 anni riviviamo la sua carriera ciclistica e da CT

Se siete cresciuti collezionando VHS o DVD sportivi è molto probabile che il suo primo ricordo sia legato a una collana prodotta nel 2004 da La Gazzetta dello Sport. Si chiamava “Momenti di Gloria” e racchiudeva le migliori imprese dei campioni italiani e non solo, selezionate dal grande Rino Tommasi e dal compianto ex direttore Pietro Calabrese.

Lui compariva nel settimo DVD, con la sua vittoria più schiacciante: la Parigi-Roubaix 1998. Era il 12 aprile, il giorno di Pasqua: Franco Ballerini, fiorentino adottato da Casalguidi (dove ha oltretutto conosciuto sua moglie Sabrina) e Cantagrillo fora a pochi chilometri dall’inizio. Sembra l’inizio di un calvario, invece si rivelerà il turning point di quell’edizione. Il Ballero recupera il gruppo principale e a 62 chilometri dall’arrivo attacca e recupera i fuggitivi. Dopo altri 17 chilometri rimane solo, fino al velodromo di Roubaix. Domina con 4 minuti e mezzo di distacco sul secondo classificato, Andrea Tafi (che vincerà la corsa l’anno successivo, tuttora ultimo trionfo italiano nella classicissima dei pavé). Era dai tempi di Merckx che non si vedevano distacchi così ampi.

E per Franco non era la prima volta, ma la seconda. Sui pavé francesi infatti aveva trionfato anche tre anni prima, togliendosi una scimmia dalle spalle che per due anni l’aveva tormentato come non mai. Il Ballero, a causa di problemi di allergia, non ha mai potuto puntare sui grandi Giri. Ha sempre limitato il proprio raggio d’azione alle classiche di primavera e la Roubaix, fin dal suo esordio nel 1989, lo fece innamorare come nessun’altra. Nel 1993 aveva già compiuto un capolavoro, ma il francese Douclos-Lassalle in volata gli tolse la prima gioia. «Dante era fiorentino come me, ma nemmeno lui avrebbe mai potuto inventare un girone infernale come questo velodromo. Ero certo al 100% della vittoria…». Commentò così quella delusione.

Spesso da un colpo del genere tanti non si rialzano più, ma Franco in tutta la sua vita ha sempre preso le delusioni come punti di ripartenza. Tre anni dopo dimostrò di avere imparato la lezione del 1993: staccò tutti a 32 km dalla fine e nel velodromo si presentò solo, vincendo con quasi due minuti sul secondo. Una liberazione. La sua carriera si è legata così tanto alla classica francese che nel 2001, a 37 anni, decise di compiere l’ultima recita proprio nel velodromo di Roubaix. Giunse solo trentaduesimo, ma il pubblico lo accolse come se avesse vinto dominando come tre anni prima.

Tempo pochi mesi e iniziò la sua seconda grande avventura: fu nominato Commissario Tecnico della Nazionale, come il suo grande mentore Alfredo Martini. Un’esperienza che partì in maniera simile alla Roubaix: al mondiale di Lisbona l’Italia corse alla grande, ma non vinse. Una sconfitta che pesò molto, ma che gli diede la giusta motivazione per l’anno successivo. Per l’edizione di Zolder, il tracciato belga tristemente celebre per la morte di Gilles Villeneuve nel 1982, puntò tutto su Mario Cipollini, su cui plasmò l’intera spedizione. Il Re Leone non deluse e vestì l’Arcobaleno. Ballerini al secondo anno da CT aveva già fatto centro.

Nel 2004, ad Atene, un altro capolavoro: Paolo Bettini colse l’oro olimpico, che un italiano non vinceva dall’impresa del compianto Casartelli a Barcellona ’92. Lo stesso amico fraterno Bettini sarà poi la firma di altri due capolavori azzurri, nel 2006 e nel 2007, divenendo per due anni consecutivi campione del mondo (l’ultimo a farlo prima dell’era Sagan). Nel 2008, a Varese, arrivò l’ultima grande sceneggiatura vincente del Ballero: Ballan primo, Cunego secondo (ancora oggi ultimo iride azzurro). In nove anni da CT Franco aveva abituato la Nazionale fin troppo bene, come solo il suo grande maestro Martini aveva fatto. Chissà quanti trionfi avrebbe pianificato senza quel maledetto incidente di dieci anni fa.

Franco, dopo la bicicletta, adorava le auto e in particolare i Rally. Il 7 febbraio 2010 non vedeva l’ora di fare da navigatore all’amico Alessandro Ciardi a Larciano, sulle strade di casa. Poco dopo la partenza di una speciale, in località Case al Vento, la Clio su cui gareggiavano impazzì e si schiantò contro un muro, ribaltandosi. Lo scontro avvenne dal lato passeggero. Per il Ballero, nonostante i tempestivi soccorsi, non ci fu nulla da fare. Lasciò Sabrina e i suoi due figli, Gianmarco e Matteo. In loro e in tutti i grandi appassionati di ciclismo però il Ballero vive ancora e lo farà per sempre.

Le sue carriere, sia da ciclista che da CT, sono partite da una salita simile al suo amato San Baronto (su cui ha base un team ciclistico a suo nome), ma sono sempre finite con una dolce discesa. La sua vita purtroppo si è arrestata come una caduta improvvisa, che ce l’ha portato via troppo presto. Un destino che per certi versi ricorda quello del grande Kobe Bryant. Entrambi però, a Pistoia e non solo, non moriranno mai. La vita ha un termine che spesso giunge inaspettato. Le imprese e i ricordi al contrario non hanno scadenze. Anche dieci anni dopo, grazie di tutto, Franco!

Edoardo Gori
Edoardo Gori
Classe '93, laureato in scienze politiche, studi in comunicazione. Appassionato di sport fin dalla tenera età. Tra le discipline più seguite i motori, il ciclismo e ovviamente il calcio.

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