Galanda: «Il problema non è l’oggi ma il 2021. Pensiamo a come e se sarà possibile ripartire»

Il basket ai tempi del Coronavirus secondo Giacomo Galanda: «Possiamo ragionare sulla riduzione delle squadre, sulle tasse gara, sulle fideiussioni, ma lo si faccia non tanto per ora, quanto per il 2021»

Tutto lo sport dovrebbe recepire il messaggio preciso che sta dietro al rinvio olimpico ovvero che «siamo in mezzo ad un problema globale di importanza epocale». E parlare sì di sport, ma dell’unico aspetto che oggi nel pieno dell’emergenza Coronavirus, conta. Ovvero la sostenibilità futura, perchè dice Gek Galanda «ci siamo accorti improvvisamente che lo sport porta avanti tanti posti di lavoro».

Il Gek pensiero sul dibattito aperto di quello che succederà allo sport e soprattutto al campionato di basket, sta tutto qui. Da consigliere federale in quota giocatori professionisti, il suo compito è parlare ed impegnarsi per il futuro dello sport ma «in questo momento – ripete più volte – la priorità è il sostegno alle persone che stanno facendo un lavoro straordinario, molto difficile per tutti noi, in prima linea nella lotta al Coronavirus».

Dalla quarantena pistoiese, tra un’occhio ai compiti online con i figli e qualche canestro in guardino, interviene sul dibattito sul presente e il futuro della Legabasket. «Non ha senso parlare di ripresa ma di ripartenza – dice l’ex capitano azzurro e del Pistoia Basket – affrontando temi di sostenibilità vera, perché il problema non è l’oggi ma il 2021. Il problema sarà ripartire al meglio affinchè non ci sia chi dopo uno o due mesi non ce la fa più».

Una sostenibilità economica che, insieme alla sicurezza, deve essere la priorità per ripartire quando si potrà. Nel mezzo a questo delicato aspetto ci sta tutto: le perdite economiche già ventilate dai club, il tam tam sul taglio degli stipendi dei giocatori professionisti (Milano e Sassari hanno raggiunto un accordo con i tesserati per la stagione in corso), il grido di dolore di quelli delle serie minori (come sollevato da Guido Meini) e – non per ultima – la situazione dei dipendenti ed addetti delle varie società.

Fondamentale, afferma Galanda, sarà il dialogo e non le decisioni dall’alto. «In primis la priorità è la sicurezza – continua – io rappresento in Federazione i giocatori professionisti ma parlo anche per gli arbitri, gli ufficiali di campo, gli addetti alle pulizie, i dirigenti, l’autista del pullman. Va tutelata la salute di tutti e i giocatori, seguiti da tante persone, devono dare il buon esempio di come ci si deve comportare ora. Anche se il lockdown finirà continueranno le restrizioni, basta vedere come stanno ripartendo lentamente i paesi che per primi sono stati colpiti dal Coronavirus. Più che pensare alla ripresa, pensiamo ad altro. Io lo faccio nel mio piccolo, mi tengo pronto con i miei progetti tra cui i camp estivi ma è più importante pensare a come e se sarà possibile ripartire. Come poter fare per andare incontro alle famiglie, a chi vuole giocare a basket ma sarà in difficoltà perchè deve lavorare».

Parlando di soldi, il tema caldo è quello degli stipendi dei giocatori. Categoria di lavoratori privilegiata, dorata, coccolata ma pur sempre lavoratori. «Si parla degli stipendi dei giocatori, se n’è parlato da subito senza sapere se il campionato è chiuso – dice – ok, ma cerchiamo una via d’uscita dialogando. Non tanto quante mensilità sul piatto debbano lasciare, che è forse inevitabile ma dialoghiamo sul giusto equilibrio tra la sostenibilità delle società e il rispetto di contratti che sono stati firmati. Il rispetto non del saldo ma del fatto che ci sono e devono essere discussi insieme. Possiamo ragionare sulla riduzione delle squadre, sulle tasse gara, sulle fideiussioni ma lo si faccia non tanto per ora. Il problema non è oggi ma è il 2021, cogliamo l’occasione di questa situazione difficile per affrontare i temi di sostenibilità vera. Perchè ci siamo accorti ora che improvvisamente lo sport, porta avanti tanti posti di lavoro».

Progettare, è l’unica cosa che il basket può fare. «C’è ancora chi parla di finire i campionati ma il rinvio delle Olimpiadi è un segnale preciso – dice il capitano della splendida Azzurra d’argento ad Atene 2004 – rimandarle significa mettere in difficoltà un’organizzazione molto grande e gli atleti, che rimettono in discussione tutta la preparazione fatta in quattro anni. Un anno per uno sportivo equivale a 5-6 anni di un altro lavoro come usura e sviluppo della carriera. Per questo, un rinvio di tale portata dovrebbe far capire a tutto lo sport che la questione è seria».

Elisa Pacini
Elisa Pacini
Innamorata delle parole, che sono centrali nella sua “dolcemente complicata” vita professionale. In primis per raccontare il basket e lo sport, dalle colonne de Il Tirreno (con cui collabora dal 2003) alle pagine web di Pistoia Sport (che ha contribuito a fondare). E poi come insegnante di italiano agli stranieri.

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