Con la conclusione del Giro più particolare di sempre arriva la pagella finale dei suoi protagonisti. Chi saranno i promossi e i bocciati?
Il Giro d’Italia 2020 è andato in archivio con la vittoria del britannico Tao Geoghegan Hart, dopo un finale thriller in cui non è mancato il divertimento. L’edizione più particolare di sempre, per il rinvio ad ottobre e le mille difficoltà organizzative, ha comunque riservato più di uno spunto. I protagonisti e le sorprese sono state molteplici e in questa pagella di fine corsa ne giudicheremo solo alcuni. Chi avrà deluso? Chi avrà ottenuto una promozione? Non ci resta che chiudere il registro delle interrogazioni e fare le medie finali…
Vincenzo Nibali 5
Se un mese fa avessimo pensato ad un Nibali settimo con Thomas e Yates ritirati avremmo gridato alla bocciatura totale. Vincenzo però, per il cuore e la correttezza che lo contraddistingue, merita almeno qualche attenuante. Fin da agosto, quando è ripartita la stagione, ha sempre palesato una condizione non esaltante. Ha sperato che la forma potesse arrivare pian piano e il Mondiale ad Imola corso da protagonista sembrava il segnale della svolta.
Ora possiamo dire che quella fosse solo un’illusione, ma va ricordato che al Giro, così come in tutte le corse a tappe, per fare la differenza ci dev’essere anche la squadra. D’altronde non è un caso che a vincere sia stato un corridore del team meglio organizzato, no? Nibali invece a metà del guado si è ritrovato senza i suoi scudieri di maggior spessore: Ciccone e Brambilla.
Certo, gli è mancata quella zampata individuale, stile Tour 2019, che poteva attenuare la delusione. Purtroppo la condizione e la forma straripante degli avversari più giovani non gliel’hanno permesso. Vincenzo forse ha capito definitivamente che il tempo delle vittorie nei grandi giri è passato, ma la sua carriera può ancora regalargli tanto. Il sogno Tokyo e Arcobaleno saranno i suoi obiettivi per il prossimo anno. Per il dopo si vedrà.
Team Ineos: 10
Alzi la mano chi pensava di vederli in trionfo a Milano dopo lo sfortunato ritiro di Geraint Thomas… La squadra inglese, che già era uscita dall’incubo infinito al Tour, sembrava in ginocchio. Senza il capitano designato, tolte le crono di Filippo Ganna, c’era poco spazio per togliersi soddisfazioni in un anno che pareva ormai maledetto. Ed invece si è mostrato alla ribalta Tao Geoghegan Hart che di salita in salita si è spogliato dei panni dello scudiero designato di Thomas. L’aiuto di Rohan Dennis e la regia del team hanno fatto il resto.
Per la Ineos il bilancio recita: sette tappe vinte, con quattro firme di Ganna, e Maglia Rosa dopo due anni (quando Froome trionfò in rimonta col vecchio nome Sky). L’organizzazione meticolosa paga sempre, soprattutto nelle grandi corse e nelle condizioni più imprevedibili. Il Giro più particolare della storia non poteva che essere un perfetto terreno di caccia per la squadra più ricca di idee (e anche di portafoglio). Chapeau.
Filippo Ganna: 10 e lode
In un mese ha vinto l’iride a cronometro e quattro tappe al Giro. Ha dimostrato di saper trionfare non solo quando deve sfidare il tempo da solo, ma pure contro tutti nella tappa a Camigliatello Silano con una fuga d’alta scuola. Mica male per un ragazzo che per tanti era solo un cavallo da pista. Ganna invece sa colpire anche su strada, candidosi a diventare la nuova Locomotiva del gruppo, quattro anni dopo l’addio di Fabian Cancellara.
Ha solo ventiquattro anni e può scrivere ancora tante pagine importanti nella storia del ciclismo azzurro. Forse è un’illusione pensare che possa diventare un corridore da classifica generale, ma ha l’età dalla sua parte. Può diventare tutto ciò che vuole e per consigli può senza dubbio citofonare a qualsiasi campione (magari partendo proprio da una visita al fenomeno di Berna).
Elia Viviani: 4
Certo, a pochi giorni dalla partenza ha perso il fidato Fabio Sabatini. Certo, ha subito episodi assurdi e sfortunati come l’incidente con la moto nella tappa di Rimini. Però il vero Elia non è mai sceso davvero in strada in questo 2020. Va bene che l’Arnoud Demare (voto 10) di questa stagione è un barracuda da scorpacciate infinite, ma Viviani ha deluso molto. Che sia mancata l’amalgama con la nuova squadra ancora da conoscere? Il 2021 ci toglierà qualsiasi dubbio e magari ci rinfrancherà. Rimane il fatto che un Viviani così spento non lo vorremmo rivedere più.
Peter Sagan: 9
I campioni si vedono quando dominano nelle proprie specialità. I fuoriclasse quando sanno inventarsi zampate su terreni a loro poco congeniali, almeno sulla carta. Lo slovacco col successo a Tortoreto si è definitivamente iscritto nel secondo registro. Un’impresa che va contestualizzata ricordando che razza di 2020 sta passando Peterone: sia al Tour che al Giro è divenuto il numero 2 delle volate. In Francia le sue notti erano funestate da un incubo di nome Sam Bennett. Due settimane e un Mondiale fuori dalla sua portata dopo l’insonnia si è ripresentata ma con un colpevole diverso: Arnoud Demare.
Sagan, di fronte all’ennesima notte in bianco, la sera prima della tappa abruzzese ha detto basta: «vediamo se riesco a vincere una tappa smossa…». Detto fatto. Demare ha proseguito a batterlo anche dopo Tortoreto, ma Peterone, nell’anno più assurdo di sempre, può dire di aver vinto anche al Giro. E senza l’ausilio di una volata. Forse il suo animo sarà ancora inquieto, ma ha trovato un modo per rasserenarsi… Almeno di notte. Genio nell’adattarsi.
Vini Zabù-KTM: 7
In tre settimane a Scinto e soci è capitato di tutto, come si fa a non dargli un bel voto? La Vini si è inserita in quasi tutte le fughe di questa Corsa Rosa e alla fine il colpaccio è mancato di un soffio. Il sesto posto di Luca Wackermann ad Agrigento e il secondo di Giovanni Visconti sull’Etna sono due risultati da incorniciare senza rimuginare più di tanto. Il grande rimpianto magari nasce dalle due disdette principali: l’assurdo incidente capitato al giovane di Rho e il risentimento al polpaccio che hanno costretto Giovanni alla resa anticipata. La Maglia Azzurra sarebbe stata la ricompensa giusta in mezzo a tutti i guai che hanno dovuto sopportare.
Purtroppo ci ritroviamo a parlare di un Giro senza la tanto agognata vittoria di tappa, ma con la certezza che la Vini ha dimostrato ancora di avere coriaceità ed invettiva per stare sui grandi palcoscenici. La presenza di una squadra così nella Corsa Rosa, alla luce anche delle varie polemiche sull’organizzazione, deve essere una certezza.
RCS: 8
Organizzare un Giro d’Italia ad ottobre, con i tanti sgambetti dell’UCI, era già difficile a priori. Figuriamoci poi nel mezzo della seconda ondata della pandemia peggiore degli ultimi cento anni. L’RCS, comandata da Mauro Vegni, non è stata esente da errori (forse qualche tappa era davvero un po’ troppo lunga) ma ha portato la carovana a Milano nonostante tutto.
Inoltre, in mezzo alle bizze del meteo, che tolto l’inizio in Sicilia e un paio di giornate ha regalato solo pioggia e freddo, persino squadre e corridori hanno dato qualche grattacapo. La vicenda Education First e la protesta ad Asti dei ciclisti potevano essere certamente due bombe terrificanti per qualsiasi organizzatore. Ma alla fine la faccia l’ha persa proprio chi ha scatenato tutto questo polverone.
Ritiri eccellenti a parte, il grande rimpianto è il mancato passaggio su Izoard e Colle dell’Agnello nella penultima giornata, ma alla fine va bene anche così. In un anno senza tradizioni come Wimbledon, la Parigi-Roubaix e persino il Palio di Siena aver aggiunto all’albo d’oro anche la voce 2020 è un’impresa da tramandare a tutte le future generazioni sportive. Solamente le Guerre, quelle vere, quelle Mondiali, hanno fermato il Giro. Solo in Francia sembra non l’abbiano capito.



