Il cielo sopra via Fermi: un film di Paolo Moretti

Scomodiamo il titolo del celebre film di Wim Wenders per una storia altrettanto emozionante: quella tra Paolo Moretti e il Pistoia Basket. Com’era il cielo quella notte? biancorosso

Ci eravamo lasciati in una soleggiata mattina quasi estiva di giugno (2015), nella fiorita hall della Fondazione Giorgio Tesi. Paolo Moretti commosso, accanto a lui l’allora presidente Roberto Maltinti e il vice Ivo Lucchesi. Due tra i pochi dirigenti biancorossi presenti in una sala traboccante di tifosi al saluto dell’uomo del ritorno in A. Una separazione tanto fredda tra il tecnico aretino e la società, quanto caldo anzi bollente era stato l’amore cresciuto nel quasi settennatto di “presidenza” di Paolino in panchina. E’ sempre così nelle storie d’amore più intense. Più ci si vuole bene, più la separazione è dolorosa.

D’altra parte come disse lo stesso Moretti “sentivo che ci si cominciava a sopportare” e guai a trasformare la passione, in routine. Meglio chiuderla prima, meglio salutarsi da amici. Prima che il “no” ad un adeguamento al ribasso del contratto come proposto dalla società, diventi un boomerang.

Ma certi amori, si sa, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Come quello che riporta a Pistoia, nel momento più duro dal ritorno in serie A, colui che la serie A l’ha conquistata sul campo. Con le notti magiche del giugno 2013, frutto di stagioni in crescendo che portarono l’allora GTG a due finali promozione consecutive. Colui che, nella stagione successiva, aveva portato la matricola biancorossa al gran ballo delle debuttanti con l’abito migliore. Arrivando ai playoff a far paura alla Milano poi scudettata.

236 presenze sulla panchina biancorossa, un record assoluto per Pistoia e per lui. Che prima di arrivare in via Fermi, si era divincolato in una gavetta luci ed ombre dove la stabilità aveva fatto difetto. A Pistoia, invece, Paolo Moretti fa il salto di qualità.

A lui sono legati momenti di estasi pura della storia recente biancorossa. Quei momenti che hanno fatto rivivere ai tifosi storici, passioni che sembravano sepolte con il de profundis del 1999 (la vendita del titolo dopo l’unica retrocessione dell’Olimpia) e che hanno attirato le nuove generazioni di baskettari. I risultati parlano chiaro: in quasi sei stagioni e mezzo sulla panchina di Pistoia, il “peggior” risultato sono stati il 13° posto nella stagione iniziale e il nono in serie A nell’ultima. Nella Legadue 2008 subentrò in corsa, prese la squadra ultima e sfiorò i playoff. Idem nel campionato di A1 2014/ 2015, stagione meno brillante delle altre perchè la post season alla fine non arrivò.

Risultati sfavillanti, saldo vittorie- sconfitte ampiamente a favore dei sorrisi, una lunga lista di giocatori lanciati e rilanciati e l’arrivo a Pistoia (grazie alla sua intermediazione di grande ex giocatore) di monumenti del basket come Gregor Fucka e Giacomo Galanda. Due colonne della storia del basket italiano che hanno chiuso la carriera a Pistoia. Chi ci avrebbe mai creduto?

Carattere forte, deciso che nonostante negli anni abbia smussato gli angoli più pepati, è rimasto quello del “Paolino la peste” protagonista della serie A degli anni d’oro tra gli ’80 e i ’90. Quelli in cui una squadra dell’A2 poteva vincere la Coppa Italia (la Glaxo di Moretti nel 1991), quelli in cui il derby di Bologna era una finale scudetto o una semifinale di Eurolega. Grazie a fenomeni come Danilovic o Morettinovic, come veniva chiamato nella super Virtus di Ettore Messina. Che di Pistoia fu sempre spietata avversaria.

Sulla panchina di Pistoia, invece, tutto cominciò nel febbraio 2009 quando Paolo Moretti fu chiamato al posto di Maurizio Lasi, allora come ora con la squadra ultima in classifica in Legadue. Legadue che dopo un primo anno sfavillante, era a forte rischio in quel secondo nato con una campagna acquisti risultata fallimentare e non certo con grossi investimenti. Tanto che all’arrivo di Paolino (inizio girone di ritorno) la squadra fu rinforzata in corsa. Prima gara, prima vittoria interna con il tap in di Tyler che abbatte la Jesi di Maggioli e fa partire la rincorsa salvezza. Nei due anni successivi la squadra conquista i playoff: il perno su cui gira la squadra è capitan Toppo, alter ego di Moretti in campo almeno fino alla promozione, ma arrivano anche giocatori del calibro di Tamar Slay, l’airone di Kranj, la coppia che scoppia Forte- Varnado (che spettacolo vederli giocare) e Arielito Filloy.  

Salgono le aspettative, salgono gli spettatori e Pistoia con il nuovo sponsor Tesi Group sale un altro gradino. La prima finale promozione arriva inattesa ma non per caso: le giocate di Hardy, la caparbietà di Bobby Jones, l’esposione di Sacca, la consacrazione di Fiorello Toppo accanto al Gek Nazionale. Gli ultimi tre si rifaranno della finale persa con Brindisi, col sudato ed entusiasmante trionfo su Brescia ma solo Galanda rimarrà anche in A1. Mentre quel binomio che sembrava indistruttibile tra il capitano e il coach (scolpiti nella insieme a Maltinti dalla Baraonda nel monte Rushmore) si rompe sulla strada della massima serie. Che Fiorello non giocherà.

Il noviziato di Pistoia in serie A è l’esaltazione del “morettismo”: saracinesca difensiva, impastata di determinazione e spirito di sacrificio che trova in campo sostanza con interpreti del calibro di Washington, Meini, Cortese e Galanda impreziosita dal talento di Brad Wanamaker, Kyle Gibson e JaJuan Johnson. Un dream team del cuore che ogni pistoiese conosce a memoria un po’ come la Grande Inter e che permette a Paolo il meritato premio di coach dell’anno.

Nell’ultima stagione tanti sono i cambiamenti, poche le soddisfazioni rispetto alle aspettative, anche se può sembrare ingeneroso dirlo per un nono posto in serie A. Anzi lo è ingeneroso, ma di questo Pistoia se n’è accorta col tempo. Nel viavai di giocatori, la scoperta più bella è un ragazzino taciturno, pieno di riccioli che col pallone ci sa decisamente fare. Non ha nemmeno 17 anni, il cognome è lo stesso del coach che qualcuno critica, incredibilmente per aver fatto esordire a Pistoia una delle maggiori speranze del basket azzurro.

Non è stato tutto perfetto. Ma quasi sempre è sembrato esserlo. Fare meglio di così, sembra impossibile. Anche perchè quella in cui Moretti arriva è un’altra Pistoia rispetto a quella che ha lasciato, molto sicura di sé. Ora le certezze vacillano e c’è bisogno della grinta e dell’ambizione no limits di Paolino per tornare a scorgerne qualcuna.  

Elisa Pacini
Elisa Pacini
Innamorata delle parole, che sono centrali nella sua “dolcemente complicata” vita professionale. In primis per raccontare il basket e lo sport, dalle colonne de Il Tirreno (con cui collabora dal 2003) alle pagine web di Pistoia Sport (che ha contribuito a fondare). E poi come insegnante di italiano agli stranieri.

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