Ernesto Sgarano ci ha lasciato nella giornata di mercoledì 9 dicembre. Il tributo di Pistoia Sport a una figura indimenticabile
Quante battaglie Ernesto. Tante, tantissime, diciamo pure ogni volta che ci vedevamo. Battaglie di parole naturalmente. Meravigliose, velenose, poetiche o pungenti…a volte più mitragliate che composizioni aggraziate, ma sempre e solo parole. Quelle parole che come dice John Lennon in quella ballata struggente che è “Across the universe”, “scorrono attraverso l’universo… pozze di dolore, onde di gioia, vanno alla deriva nella mia mente aperta, mi possiedono e mi accarezzano”. Forse questa citazione non ti piacerebbe, forse mi diresti sorridendo che del mio “peace&love” ne hai piene le tasche. Eppure se c’è una cosa che ha unito Ernesto Sgarano agli altri, e anche a me così diversa da lui, sono state le parole.
Parole dei libri, da lui divorati e spesso regalati agli amici. Parole cantate, suonate, sussurrate con una chitarra in sottofondo. Parole scritte, sulle fanzine dei Redskins, veri carteggi d’autore con i pezzi sull’allora Olimpia scritti a macchina a firma tua, di Cristiano Rabuzzi o dello stesso coach, il nostro indimenticato professore Nicola Salerni e con i giocatori disegnati da Elio Capecchi. Il mitico Gianfranco Bisin li ha sempre conservati e tramandati (fortunatamente) alle “giovani” generazioni, perchè continuassero a guardare alla banda del Cofax come ad una scuola di tifo, amicizia e vita senza tempo. E ci avete insegnato così che “tanto non ci s’arrende, e paura non se n’ha”.
Poi le parole le hai scritte sui giornali, sulle colonne del Tirreno e poi affacciandoti con curiosità sulla finestra dei social. Mantenendo sempre il tuo stile, mai banale, né diplomatico, né tantomeno compiacente. In quell’alcova che è la Libreria Fahrenheit di via Antonelli, i nostri incroci di parole avrebbero potuto spaventare i clienti del nostro amico Luca Bonistalli, che invece sorridendo ci lasciava fare. D’altra parte al di là dei gusti opposti un po’ su tutto, delle opinioni avverse anche su quello che soprattutto in ambito sportivo ci univa, era poi troppo bello ascoltarti mentre raccontavi qualsiasi fatto come una storia bellissima.
Io mi mettevo lì ad ascoltare le trasferte coi Redskins, la preparazione delle coreografie che vi rendevano unici in quegli anni, il rapporto diretto con presidente, allenatori, giocatori. Roba d’altri tempi. Un lato umano dello sport che, anche lontano dai fantamilioni del calcio, si sta sempre più perdendo e a cui questa pandemia potrebbe dare il colpo di grazia. Leggendari gli aneddoti su Robertone Maltinti, in quegli anni davvero presidente- ultrà. Una volta hai raccontato di essere andato non so dove negli anni ’80 a vedere un’amichevole (o forse era proprio all’Auditorium) della Caserta di Gentile e Vincenzino, con cui ti eri messo a scherzare a bordo campo.
Dal basket ti eri un po’ allontanato, eppure le storie più emozionanti anche della retina recente non ti avevano lasciato indifferente. Ci eravamo divertiti a parlare dei ragazzacci di Sassari che avevano soffiato lo Scudetto a Milano, delle triple di Logan e dei numeri di Jeff Brooks. O dell’esplosione di quel ragazzino spagnolo, ormai grande, che di nome fa Ricky e di cognome Rubio e aveva scombussolato tutto. Grazie Ernesto, grazie di averci scombussolato con la tua passione e la tua schiettezza innata.



