“La bellezza della gioia di vivere”: Bruno Ialuna ricorda Raffaele Romano

Bruno Ialuna ricorda l’amico Raffaele Romano: “Raffa era questo. L’entusiasmo, il sapore, la bellezza della gioia di vivere”

di Bruno Ialuna

Ci sono dei giorni in cui ti alzi e per prima cosa vorresti litigare con Dio. Poi ti ricordi che siamo nel periodo di Pasqua e allora per rispetto decidi di rimandare. Anche se rimandare, non è mai un bene. Perché altrimenti nella vita vince sempre quello stronzo del tempo che passa.

Stamani mi hanno mandato una foto. È la più bella che abbia visto di Raffaele. Lui all’ippodromo che durante la festa del basket guarda orgoglioso i suoi bimbi che corrono. Una vita per la pallacanestro. 

Ci siamo conosciuti alla vecchia palestra “Da Vinci” cinquant’anni fa. Lui per me al tempo era solo il fratellino di Rita Romano. Poi abbiamo giocato insieme. E dopo l’ho allenato nel periodo d’oro del Chiesina Basket. Con lui in tre anni dalla promozione alla C nazionale, la B di oggi. E sempre suoi i canestri decisivi.  

Giorni fa un amico mi chiedeva se ci fosse un senso alla morte di una ragazza di diciott’anni che lui conosceva. Gli ho risposto che per me non c’è mai un buon senso alla morte di qualcuno. Però non tutti muoiono alla stessa maniera. Alcune persone, il giorno dopo che hanno chiuso la porta, non se le ricorda più nessuno. Altre invece, come Raffaele, quando se ne vanno lasciano amicizie, affetti, parole, sorrisi, sguardi, insegnamenti. Perché, forse, una persona muore solo quando non lascia nulla nel cuore e nella mente di quelli che l’hanno conosciuto. Ma se lascia anche una piccola traccia in chi le è stato vicino, allora non morirà mai.

E di lui ho tracce private, che tengo per me. Altre che posso raccontare, perché condivise negli anni con gli amici, davanti a una pizza o girovagando in macchina la notte.                                                                                 

Raffa non è stato solo uno dei più grandi tiratori del basket toscano. Era un personaggio in campo e fuori. Allora ripenso agli episodi più divertenti vissuti con lui. I blocchi con “il maglio sul taglio”, il folletto Wilbur di Agliana. Il Baogigi che disintegra un cartellone pubblicitario a San Miniato, durante i venti minuti in cui Raffaele è costretto in panchina dai falli. E il “contropiede immarcabile” fatto a Chiesina passando dal corridoio degli spogliatoi.

Ma il ricordo più bello che ho di “Raffa” non è su un campo da basket, ma all’ospedale Torregalli di Firenze. È il 13 aprile 1993. Da ore siamo in attesa davanti alla sala parto dove Simonetta e Roberta, le nostre mogli, partoriranno a distanza di dieci minuti Roberto e Irene. Quando i due neonati escono, ci passano davanti dentro le teche di sicurezza. Ce li fanno vedere per pochi secondi. Raffa mi dice che il più è fatto, e possiamo andare a pranzo perché ci sarà da aspettare un bel po’ prima che escano le mamme.

Seduti a un tavolo del bar, mi dice una frase indimenticabile. “Bruno, facciamo uno scambio. Siccome quando nascono i bimbi sono tutti uguali e il maschio ce l’ho già, prendo io la femmina. Tanto per te è lo stesso, è il primo figliolo. Chi vuoi che se ne accorga!”. Mi si rovescia il caffè dal ridere e la gente ci guarda in modo strano, perché siamo pur sempre in un ospedale. Raffa era questo. L’entusiasmo, il sapore, la bellezza della gioia di vivere.

Redazione PtSport
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