Quello che tutti vogliono sapere, però, è quello che era stato e che sarebbe potuto essere per la Pistoiese che arrivò in Serie A. E allora Borgo, proprio come quando era in campo, diventa immarcabile e imprendibile.
“Mi ricordo la sera della mia presentazione al Cinema Verdi insieme alla squadra – dice – col presidente Marcello Melani, grande istrione, che mi presentò ai tifosi come se fossi Maradona e mi consegnò una coppa dicendomi che dopo cinque anni avrei dovuto consegnarla al capitano della Juventus allo stadio di Pistoia in una partita di Serie A. Lo guardai e, scendendo gli scalini, pensavo se era matto o no ma alla fine Furino nell’80/81 lo incrociai davvero”.
Non manca la stilettata a chi, finora, non lo aveva considerato (“ringrazio Bonechi e tutti gli altri amici perché questa chiamata vale più di 20 anni di silenzi”) e poi si arriva al clou: la fine della Serie A e Luis Silvio.
“Parto da Luis – dice Borgo – arrivò qua appena sposato, a 17 anni, ed aveva tutt’altro per la testa che giocare a calcio ma, invece, la gente pensava che fosse un fenomeno. Non era il posto per lui emotivamente e tecnicamente: fu messo all’angolo in quella squadra e da lì non ne uscì più. Un giorno Edmondo Fabbri mi disse: “menalo un po’, vediamo se si riprende” e io dissi “mister, ma cosa dice?”. Il suo problema, per Luis, era quello di tornare in Brasile senza soldi: all’epoca il suo stipendio era di 600.000 lire mensili ma, dopo un po’, la società smise di pagarlo. Venne a vivere a casa mia, gli davo io la paghetta ogni tanto e, lo posso dire, feci una cosa scorretta: chiamai l’Assocalciatori e dissi che c’era questo problema. Probabilmente Matarrese chiamò Melani e lo obbligò a pagarlo: con quei soldi Luis Silvio ci viveva tranquillamente per due anni in Brasile”.
E ancora. “Sul crollo in Serie A – aggiunge Sergio Borgo – devo dire che quella era una squadra con un equilibrio particolare: io ero il mutuo soccorso di tutti ma sapevo bene che il mio compito era quello di rubar palla agli avversari e servire Mario Frustalupi e Giorgio Rognoni in attacco. Quando loro saltarono diverse partite per noi fu la fine e subentrò la sindrome dello sbagliare tutto: ci avvitammo dentro una spirale e dopo il 4-0 con la Roma, partita persa avendola dominata e con una serie incredibile di episodi a sfavore, iniziò il crollo”.



