La storia di Charlie Moore: il play di Chicago firmato da Pistoia

I primi passi nell’Illinois, l’anno a Miami e una personalità contagiosa. La scheda e la storia di Charlie Moore, nuovo clutch playmaker di Pistoia

Charlie Moore è il nuovo play di Estra Pistoia per la stagione 2023/24. Con l’ufficialità del suo arrivo, il club biancorosso ha difatti chiuso il mercato degli stranieri, consegnando ancor prima di agosto un roster pressoché completo a coach Brienza.

Con Moore si riempie anche la casella del playmaker, dando un nome al prossimo regista della squadra in vista del ritorno in Serie A. Lo statunitense classe 1998 arriva da una stagione vissuta inizialmente nella formazione belga del Mons-Hainaut nella BNXT League e da febbraio nella squadra serba dell’FMP Belgrado con cui ha partecipato al campionato serbo e alla Lega Adriatica.

I PRIMI PASSI NELLA NATIVA CHICAGO

Charlie Edward Moore nasce a Chicago il 3 febbraio del 1998, metropoli tra le più conosciute al mondo, città più grande dello Stato dell’Illinois nonché terza più popolosa di tutti gli Stati Uniti (poco meno di 2 milioni e 700mila abitanti). Nella cosiddetta “Windy City” (“Città del Vento”), fondata sulle rive del Lago Michigan, Moore è fin da piccolissimo avviato alla pallacanestro dal padre Curtis nella loro dimora situata nella Englewood Community Area.

Un distretto conosciuto per l’elevatissimo tasso di omicidi, circa 10 volte superiore al resto della città, e ricordato poiché vi passarono la loro infanzia anche due star dell’NBA quali Derrick Rose ed Anthony Davis. Per evitare le pericolose trappole riservate dalla malfamata zona, il basket è stato fin da subito un’ancora di salvataggio.

«Ho iniziato a farlo palleggiare quando aveva appena 3 anni – ha raccontato il padre nel 2016 in un’intervista al Chicago Tribune -. Da piccolo l’allenamento si basava tutto sul migliorare quest’abilità. Ho sempre voluto che fosse il miglior ball-handler in campo».

Un amore a prima vista con la pallacanestro, tanto da non desiderare nient’altro nemmeno da bambino. «Non ha mai voluto alcun giocattolo – ha aggiunto Curtis Moore -. Avevamo canestri attaccati ad ogni porta di casa, a lui bastava quello. Una volta gli comprammo un regalo per Natale ed iniziò a giocare con la scatola…».

Le normali preoccupazioni della mamma Tanya sulla forte spinta del padre verso la palla a spicchi furono cancellate definitivamente nell’estate del 2015 quando la famiglia viaggiò a Las Vegas per permettere al figlio di mettersi in mostra alla più importante tappa dell’Amateur Athletic Union.

La AAU è una organizzazione no-profit su base volontaria che permette a ragazzi e ragazze di competere gli uni contro gli altri tra ben 41 sport differenti. Un programma studiato ad hoc, con copertura di media e live streaming, come prestigiosa vetrina per far conoscere giovani atleti provenienti da tutti gli USA. «Erano tutti lì presenti e lui mise in scena un vero spettacolo – ha proseguito Curtis -. Ricevette una chiamata da North Carolina, tutti lo volevano. Io gli dissi semplicemente che sarebbe stato pronto per qualsiasi cosa. Dopo averlo visto lì non mi preoccupai più per lui».

I PROBLEMI DI SALUTE DEL PADRE

A doversi preoccupare furono invece ben presto, purtroppo, proprio Charlie e la madre Tanya. Entrambi fuori casa durante il Labor Day (Festa dei lavoratori), furono costretti a tornare in fretta per la chiamata del padre il quale disse di non sentirsi bene. Al rientro trovarono Curtis privo di sensi nella vasca da bagno. «Probabilmente il peggior giorno della mia vita», ammise Charlie, al tempo 18enne.

«Provammo a rimanere calmi – ha raccontato la madre -. Io cercavo di svegliarlo mentre Charlie chiamò l’ambulanza. Sul momento non cogliemmo la gravità della situazione, credevamo si sentisse male ma non pensavamo stesse avendo un grave ictus».

Spettatore fisso di ogni gara del figlio durante il periodo di militanza nella Morgan Park High School di Chicago, Curtis dovette stare per lungo tempo senza poterlo veder giocare se non in video. Filmati che lo aiutarono sensibilmente nel recupero, quasi come se il basket di Charlie riuscisse ad alleviare il dolore ed aiutarlo nella ripresa.

Dall’altra parte, per Charlie l’arrivo della prima gara dell’anno coincise con un momento di libertà dalla soffocante situazione familiare. «Fu molto dura – disse Moore -. La palestra divenne un rifugio». La già normale routine della pallacanestro proseguì ancor più intensa, macchiata però per diversi mesi dall’assenza del padre sul parquet.

GLI ANNI ALLA MORGAN PARK HIGH-SCHOOL

Il suo viaggio nel mondo del basket inizia come detto dalla Morgan Park High School di Chicago, scuola dove tra gli altri ha studiato anche una vecchia conoscenza biancorossa come Wayne Blackshear, a Pistoia nel 2015/16, suo anno da rookie. Ancor prima del suo debutto nel campionato scolastico, Nick Irvin, coach di Morgan Park e probabilmente il suo più grande tifoso al di fuori della famiglia, tra il serio e il faceto vedeva in lui il miglior play nativo di Chicago dai tempi di Isiah Thomas, leggenda dei Detroit Pistons, hall of famer e due volte campione NBA.

Dei suoi primi tre anni ne passa due, il primo e terzo, da comprimario. Nel suo anno da sophomore si guadagna il posto da titolare vincendo per il secondo anno in fila il campionato scolastico dello stato dell’Illinois. Dopo un complicato anno da junior, offuscato dal senior Marcus LoVett, Moore esplose nel suo ultimo anno di high school. «Nella vita ci vuole fede, sapevo sarebbe arrivato il mio momento», disse.

Con una media di circa 28 punti, 7 assist e 5 rubate a gara, Moore ottenne il prestigioso riconoscimento di Mr. Basketball dell’Illinois, in precedenza vinto anche dalla star NBA Derrick Rose. Considerato il miglior prospetto del suo Stato e al 57esimo posto nella classifica di Rivals comprendente tutta la classe del 2016 statunitense, il play scelse inizialmente Memphis come sua tappa collegiale.

Una scelta dovuta al voler lavorare con lo staff tecnico composto da coach Josh Pastner e dall’assistente Damon Stoudemire, ex pro in NBA. Nel suo anno da senior superò anche i record scolastici di punti, assist e rubate, prima della brusca decisione di cambiare meta. Con il passaggio di Pastner a Georgia Tech, Moore optò per interrompere subito l’impegno preso con Memphis e, tra la valanga di offerte piovute, scelse i California Golden Bears. Secondo il The Daily Californian, Moore, al tempo 18enne, era considerato un prospetto eccellente come finalizzatore e playmaker con invece ancora tanto da imparare a livello difensivo. A Cal, il nativo di Chicago sostituì difatti due eccellenti attaccanti come Jaylen Brown, pro nei Boston Celtics, e Tyrone Wallace.

UNA CARRIERA COLLEGIALE UNICA

La sua carriera nei college è tutt’altro che lineare e tranquilla: sei anni, cinque stagioni e quattro università diverse nelle quattro major conferences dell’NCAA. «Ovunque sono stato ho imparato qualcosa di nuovo, ho conosciuto tante persone diverse – ha raccontato nel periodo a Miami -. Vivere in maniera tranquilla certe situazioni che normalmente tendono a turbarti mi ha fatto crescere. Sono felice perché mi hanno reso la persona che sono oggi».

L’esordio arriva a Cal dove già alla sua seconda gara, Moore batte il record di punti in una singola partita detenuto da Shareef Abdur-Rahim (33) segnandone ben 38, anche grazie ad un overtime. Nella sua annata da freshman, Moore giocò 34 partite sulle 34 disponibili, guidando i suoi per assist e rubate, mantenendo gli oltre 12 punti di media a partita.

Numeri che gli valsero la chiamata di Missouri ma Moore scelse comunque di proseguire la sua avventura in quel di Kansas. Come l’altro recente acquisto di Pistoia Ryan Hawkins, anche lui decise di optare per il cosiddetto “redshirting”, saltando la stagione 17/18 e ripresentandosi ai nastri di partenza della 18/19. Una stagione non semplice, con appena una presenza in quintetto ed un high di 18 punti contro South Dakota, complicata anche da nuove vicende familiari.

Moore decise infatti di rinunciare ad una nuova chance a Kansas per avvicinarsi alla famiglia a causa di alcune nuove problematiche di salute del padre. Nell’estate del 2019 fece dunque ritorno nella città natale di Chicago dove grazie ad una concessione dell’NCAA poté da subito scendere in campo con i De Paul Blue Demons. Con la squadra dell’università privata cattolica DePaul, Moore partecipò anche ad un tour estivo da tre match con tappe a Parigi e a Roma, difatti il suo primo contatto col suolo italiano. Nella capitale giocò un’amichevole contro la nazionale olandese U25, godendo anche della possibilità di visitare i siti storici e Città del Vaticano, il tutto con una media di 20 punti ad incontro.

L’ULTIMO ANNO DI COLLEGE A MIAMI

I due anni a DePaul furono scossi dalla pandemia di Covid-19 ma Moore riuscì comunque a far registrare numeri notevoli (oltre 400 punti e quasi 200 assist al termine della prima stagione) e il riconoscimento di All-Academic team selection. A causa del virus, l’NCAA concesse un anno addizionale a tutti gli universitari e Moore scelse di chiudere la sua carriera collegiale ai Miami Hurricanes.

Con il ruolo di play lasciato vacante e le sue conoscenze con l’head coach Jim Larrañaga, in carica dal 2011, e l’assistente Bill Courtney, il matrimonio con la scuola della Florida fu immediato. «È stato un play eccellente ovunque abbia giocato – disse di lui il tecnico -. Qui però ha trovato anche un gruppo di ragazzi con cui si trova alla perfezione. È in grado di mantenere il suo stile difensivo per come giochiamo noi, allo stesso tempo guidando la squadra come piace a lui. I compagni sono come dei contenitori per i suoi assist, per farla breve parliamo semplicemente di uno strepitoso quarterback».

A Miami trovò tra i compagni anche la guardia Kameron McGusty, visto quest’anno nelle fila dell’Assigeco Piacenza, avversaria di Pistoia nei quarti di finale dei play-off promozione, e presto diventato suo grande amico. «È un leader e un forte playmaker – disse di lui durante l’esperienza congiunta -. Posso solo immaginare il suo percorso… Io ho frequentato due università, lui ne ha cambiate quattro. Avere un come lui che ti migliora costantemente in campo e tiene a te fuori dal parquet come persona credo sia stata una delle chiavi dei nostri successi».

Durante il suo sesto anno di college, quinto da cestista, Moore guidò, assieme all’ex UCC, gli Hurricanes fino al raggiungimento dell’Elite Eight per la prima volta nella loro storia. Miami uscì sconfitta solo contro Kansas, poi campione, tra l’altro ex squadra dello stesso Moore, il quale chiuse la stagione con quasi 13 punti, 4.5 assist e 2 rubate di media. Undrafted, nel giugno 2022 firmò con i Detroit Pistons per la Summer League e appena un mese dopo si trasferì al Mons-Hainaut in Belgio.

L’ANNO DA ROOKIE IN EUROPA

Nella città situata a pochi chilometri dal confine con la Francia, Moore intraprese il suo primo anno da professionista in Europa. A portarlo a Mons per il suo primo anno da rookie ci ha pensato il GM Thierry Wilquin, con il quale pochi giorni fa abbiamo proprio parlato del nuovo play biancorosso.

Nella BNXT League disputa 16 gare con un utilizzo medio di 26.3′ totalizzando 16.6 punti di media col 54% da 2, il 45,5% da 3 ed il 91% ai liberi. A febbraio 2023 la sua avventura in Belgio termina per accaparrarsi la ghiotta opportunità di salire di livello in competitività con il passaggio all’FMP Belgrado. Con il club serbo disputa 11 partite di Lega Adriatica e 10 gare nel massimo campionato serbo, mantenendo un rendimento di alto valore e arrivando a sfiorare i 6 assist per gara.

PROFILO FISICO E ATLETICO

Charlie Moore è un playmaker di 180cm e circa 82kg. La sua statura non elevata è compensata da un fisico massiccio e compatto. Pur non spiccando per atletismo e fisicità, non si tratta di un giocatore lento né restio al contatto diretto con l’avversario. La sua fitta frequenza di corsa gli permette di avere un primo passo rapido col quale battere il marcatore ed una buona velocità in campo aperto specialmente in transizione offensiva, durante la quale dimostra le qualità in conduzione.

La differenza a livello fisico rispetto alla quasi totalità degli avversari è un deficit che si manifesta specialmente a livello difensivo. In difesa infatti, le cose migliori arrivano non tanto quando deve proteggere il proprio ferro utilizzando il fisico ma bensì quando compie giocate difensive di pura intelligenza. Da qui i buonissimi numeri in termini di palle rubate. Particolari sui quali lavorare per una squadra come Pistoia che ha fatto della difesa il suo punto forte nell’era Brienza.

IL PROFILO TECNICO

Moore è infatti in sostanza un giocatore puramente offensivo. Il suo talento da finalizzatore e passatore è ciò che lo ha contraddistinto per tutta la sua carriera. Come sottolineato da Wilquin ai nostri microfoni, la sua duttilità offensiva lo rende un attaccante complicato da contenere.

FINALIZZATORE

In grado di centrare il bersaglio anche dalla lunghissima distanza e allo stesso tempo pericoloso se lasciato partire in palleggio, per le difese diventa un cestista difficile da leggere. Moore può sparare dai 10 metri e battere l’avversario col suo eccellente primo passo, per poi concludere fino al ferro o servire il compagno smarcato.

Passaggi nei quali eccelle grazie ad una formidabile visione di gioco ed una capacità di trovare l’uomo libero anche in mezzo al traffico dell’area. Molto forte in penetrazione e nel superare gli avversari in palleggio, Moore può agire tanto da prima freccia offensiva che da cervello della squadra. Per le sue numerose qualità nella metà campo offensiva, Jim Larrañaga, coach dei Miami Hurricanes, lo definiva, con le dovute proporzioni, «il nostro Chris Paul», stella dell’NBA recentemente passato a Golden State ed inserito nella graduatoria dei 75 giocatori più forti della storia dalla stessa Association.

Il suo tiro da 3 ha avuto percentuali ben oltre il 45% anche nel corso dell’ultima annata. Nonostante uno stile forse non perfetto, con la gamba destra ad aprirsi quasi per l’istinto di accompagnare il pallone verso la retina, la precisione al tiro da fuori è elevatissima da ogni posizione e anche da ampia distanza. Tra le situazioni da mettere a punto, oltre come detto alla difesa su avversari più alti e grossi, vi è forse soltanto il mid-range. Poche, forse anche per il timore di essere chiuso dalle lunghe braccia avversarie, le volte in cui Moore si prende tiri dalla media, preferendo difatti chiudere il gioco appoggiandosi al ferro o al tabellone. Conclusioni in cui riesce ad essere efficace anche alzando molto la parabola o districandosi tra le leve perpendicolari dei difensori.

PASSATORE

Come detto, Moore è anche uno strepitoso passatore. Dotato di grande visione e ottimo tocco con la sua mano destra, è un buonissimo assist-man con molta variazione nei suoi passaggi. Può trovare i compagni in angolo dopo essersi buttato dentro, può servire il rimorchio alle spalle e trovare grandi linee sui tagli e in backdoor. Con grandi qualità di lettura dell’azione e della difesa avversaria, Moore può essere il vero e proprio pilota della sua squadra.

A spiccare nel suo gioco è senza dubbio l’amore verso la palla a spicchi. Moore è un play che esige tanti palloni, a cui piace gestire attacchi e transizioni offensive. Proprio in queste ultime occasioni dimostra una bravura unica nella conduzione in contropiede, sempre mantenendo il controllo e senza mai perdere la maniglia. A colpire in queste situazioni è anche la lucidità che mantiene fino all’ultimo secondo prima di prendere una decisione, spesso corretta.

Ottime anche le sue qualità nell’1vs1 anche a livello tecnico, con rapidi cambi di direzione, crossovers e ankle-breakers con i quali crearsi spazio. Inoltre Moore è anche un eccezionale tiratore di liberi, avendo tenuto per tutta la carriera percentuali ben oltre il 90%.

«Abbiamo adottato e ci siamo adattati al suo modo di giocare – disse il tecnico di Miami – Sa essere aggressivo su entrambi i lati del campo. Passa il pallone in maniera fantastica, può segnare ed è preciso ai liberi. È tremendamente competitivo dall’inizio alla fine».

UN PLAYMAKER CLUTCH

One Clutch ‘Cane”. Così titola un video presente sul canale YouTube dell’ACC in cui si elogia la freddezza di Moore nei minuti finali di gara ai tempi degli Hurricanes, quando il pallone scotta e pesa come un macigno. Un recap di alcune delle sue giocate decisive nel momento in cui il gioco si fa più duro.

Un assist da quarterback per un appoggio al buzzer beater, un canestro e fallo contro Duke praticamente da sdraiato per terra, un pallone sparato in aria da oltre l’arco chiedendo il fallo e finito in fondo alla retina contro Georgia Tech, oltre che dell’azione forse più iconica della sua esperienza a Miami.

Sul risultato di 75 pari contro Virgina Tech ed appena 8 secondi sul cronometro, Moore concretizzò la preghiera da metà campo per l’esplosione di gioia della panchina e la corsa a perdifiato verso gli spogliatoi con lui in testa a guidare il gruppone. «Da bambino ho sognato momenti come questo – ha detto riguardo all’episodio -. Non credo sia stata fortuna ma frutto del lavoro che facciamo ogni giorno in palestra».

Un vizio mantenuto anche negli anni a venire come testimonia un’altra bomba allo scadere, firmata stavolta con la canotta dell’FMP Belgrado contro Cibona. Cinque secondi sul cronometro, Moore riceve uno sporco consegnato tanto da perdere per un attimo l’equilibrio e rischiare l’infrazione di passi. Un piccolo inciampo che da possibile persa trasforma in un amen in un crossover mortifero per il difensore. Spazio creato e bomba che spedisce il match al supplementare.

CARATTERE E MENTALITÀ

Nonostante le parole di Wilquin, il quale non lo ritiene un leader naturale, la parabola di Moore dall’high school fino al debutto tra i professionisti è quella di un ragazzo la cui forza mentale e la capacità di trascinare la propria squadra sembrerebbero addirittura le sue qualità migliori. Non è un caso forse che quando tutti sono stanchi nei minuti finali di gara, lui sia ancora in grado di effettuare giocate intelligenti e decisive.

Ad averlo forgiato fin da piccolo anche le condizioni difficili di salute del padre, il quale lo hanno portato anche ad un percorso collegiale complicato. Cambiare quattro college significa maturare tante e diverse esperienze ma anche dover ogni volta fare tabula rasa e ripartire daccapo. Una routine digeribile solo da persone con una mentalità forte, con il focus sempre puntato sull’etica del lavoro e il volersi migliorare nonostante tutto.

Di lui Greenville Online scrive: «Nessuno si diverte a giocare a basket come Charlie Moore. Nessuno è più divertente da osservare mentre gioca». Il giornale ne parla come un ragazzo dalla personalità meravigliosa e contagiosa, il quale gioca a pallacanestro con il sorriso stampato in volto.

«Amo quel ragazzo – disse a tal proposito coach Larrañaga -. Ha il sorriso più contagioso di tutti, è fantastico averlo attorno. La cosa migliore è che riesce a trasmettere questa gioia a tutti i compagni, tutti amano passarci del tempo e giocarci assieme. Ha un così grande carisma… Dovrebbe girare spot pubblicitari ora che ci penso», conclude scherzando. Parole che collimano alla perfezione con le sue guance paffute che ispirano una naturale simpatia fin dal primo impatto.

Moore si presenta anche come una persona paziente. Fin dall’high school ha dovuto fare i conti con cestisti più pronti, soprattutto fisicamente, aspettando diligentemente il proprio momento. Un momento che oggi risponde al nome di Pistoia Basket.

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