L’evacuazione negli stadi. Cosa ci insegna il rogo del Ballarin? 

Il 7 giugno 1981, il calcio italiano ha smesso di respirare per un incendio che ha rivelato quanto fragile fosse, allora, il sistema di evacuazione degli stadi

Il 7 giugno 1981, allo stadio Ballarin di San Benedetto del Tronto, il calcio italiano ha smesso di respirare. Non per colpa di un risultato o di una sconfitta, ma per un incendio. Un incendio che ha rivelato quanto fragile fosse, allora, il sistema di evacuazione degli stadi. Due ragazze morirono bruciate, decine di feriti rimasero segnati per sempre. Non solo dalle fiamme, ma da ciò che avvenne subito dopo: la folla si accalcò verso le uscite, trovandole chiuse o inaccessibili. Si formò un “tappo umano”, letale come il fuoco stesso.

Quella tragedia ha dato il via a una riflessione profonda sul concetto di evacuazione di massa. E ancora oggi, quando si progettano o si gestiscono impianti sportivi, il ricordo del Ballarin fa da monito: non basta avere le uscite, bisogna saperle rendere raggiungibili. Ne abbiamo parlato nella nuova puntata della rubrica di Sicuringegneria.

L’effetto imbuto e la formazione dei “tappi”

Nel panico, le persone non seguono percorsi razionali. Spesso si dirigono verso le uscite da cui sono entrate, anche se ne esistono di più vicine. È il cosiddetto effetto imbuto, che si verifica quando una folla troppo numerosa converge su un varco troppo stretto o ostruito. A quel punto, l’accumulo di corpi rallenta il deflusso, aumenta la pressione e la gente comincia a cadere, formando un tappo fisico che impedisce l’evacuazione anche a chi si trova più indietro.

Nel caso del Ballarin, le uscite del settore Distinti erano sbarrate da un cancello chiuso. Una barriera fisica che ha trasformato il panico in tragedia. Oggi, sappiamo che la gestione delle vie di fuga è un elemento tecnico e psicologico insieme.

I principi dell’evacuazione di massa

A seguito di eventi come il Ballarin, Hillsborough (1989) e Heysel (1985), la normativa e l’ingegneria della sicurezza hanno fissato alcuni principi fondamentali per la corretta evacuazione degli impianti sportivi:

  • Densità e flussi: ogni impianto deve essere progettato tenendo conto del numero massimo di persone per settore e della capacità di deflusso, calcolata in base ai secondi necessari per evacuare in sicurezza.
  • Ridondanza delle uscite: non basta avere un’unica via di uscita. Le norme richiedono più uscite per settore, ben segnalate, accessibili e sempre libere da ostacoli.
  • Porte antipanico e sistemi di apertura rapida, da attivare anche manualmente in caso di emergenza elettrica o guasto.
  • Segnaletica visiva e acustica, utile anche in caso di fumo o blackout.
  • Addestramento del personale, che deve sapere come agire in presenza di panico collettivo e come dirigere i flussi.
  • Comportamento prevedibile e gestibile: è dimostrato che la folla, se ben informata e guidata, può evitare il caos. Per questo è fondamentale la comunicazione in tempo reale (audio, schermi, megafoni) in caso di pericolo.

Dalla tragedia alla norma: cosa è cambiato

Il caso Ballarin fu ignorato per anni sul piano legislativo, ma con l’introduzione del D.M. 18 marzo 1996 sono finalmente stati regolati i criteri di progettazione e gestione delle vie di esodo negli stadi. I progetti di sicurezza devono includere:

  • Planimetrie con percorsi di evacuazione;
  • Simulazioni di esodo in caso di incendio, esplosione o panico;
  • Piani di emergenza aggiornati e testati periodicamente;
  • Collaborazione con forze dell’ordine e vigili del fuoco.

Il tutto viene rafforzato dal controllo del numero di spettatori tramite tornelli, biglietti nominativi e steward specializzati in crowd management.

Riflessioni finali: un’uscita deve salvare, non intrappolare

Lo stadio è il tempio della passione sportiva, ma dev’essere anche un luogo sicuro. Le tragedie come quella del Ballarin ci ricordano che una via di fuga bloccata vale quanto un crimine non punito. E che la progettazione delle uscite non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra la vita e la morte.

Investire nella cultura dell’evacuazione di massa significa riconoscere il valore della vita anche nei momenti in cui tutto sembra una festa. Perché se l’uscita non è pronta ad accogliere la paura, allora diventa una trappola.

Redazione PtSport
Redazione PtSport
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