Lutto nel ciclismo: è scomparso Fabrizio Fabbri

Tragica notizia per il mondo del ciclismo e non solo: ci lascia Fabrizio Fabbri, dopo aver lottato contro una brutta malattia

La fedeltà a capitani come Francesco Moser e Felice Gimondi. L’amicizia quasi filiale al grande Alfredo Martini. Ma soprattutto la professionalità di un uomo tutto d’un pezzo che al ciclismo toscano ed italiano ha dato molto, grazie anche alla passione per le due ruote che si poteva respirare in tutta la sua bella famiglia. Ciclista per tanti anni con un curriculum importante e poi dirigente scopritalenti, Fabrizio Fabbri è morto all’ospedale di Cisanello a Pisa, dopo aver lottato come un leone contro un brutto male.

Lascia la moglie, Loretta, grande amica di PistoiaSport come Fabrizio e i figli Fabio e Francesco. Se n’è andato senza far rumore, proprio come i ciclisti che passano, faticano e scappano a tutta velocità. Lontani anni luce anche oggi dagli eccessi di altri sportivi. Il Giro d’Italia con la favola rosa di Carapaz, ce l’ha ricordato proprio in questi giorni. Giorni amati, attesi ogni anno anche a casa Fabbri, perchè alla corsa rosa Fabrizio aveva partecipato nove volte (vincendo tre tappe). Giorni in cui beffardamente il destino se l’è portato via.

Quel riscatto in bicicletta del campione ecuadoregno trionfatore del Giro 2019, la generazione di Fabbri, lo conosceva bene. Fabrizio era nato il 28 settembre 1948 alla Ferruccia di Agliana, nell’immediato dopoguerra, dove la rinnovata sfida tra Gino Bartali e Fausto Coppi aiutò l’Italia a lasciarsi alle spalle le macerie e i drammi del secondo conflitto mondiale. Un’Italia che in bicicletta entrava faticosamente nel boom economico: in bicicletta si andava a lavorare nelle filature e ai telai di Prato, in bicicletta si andava a chiedere alle ragazze di fidanzarsi e in bicicletta in tanti si sfidavano nel mito di campioni immortali.

Nelle campagne tra Agliana e Quarrata, come là per tutto il Montalbano fino a Lamporecchio, si impara quasi prima a pedalare che a camminare: la passione per le due ruote era ed è immensa. E Fabbri inizia a distinguersi già da ragazzo per la sua grinta, dando battaglie sulle strade toscane, passando così nei dilettanti e approdando al professionismo.

La sua carriera è quella di un grande uomo squadra. Per tutti sono gregari, ma provate voi a mettere quasi sempre il “noi” prima dell’”io”.

La generazione che ha fatto la guerra di cui ha fatto parte anche il grande Alfredo Martini, ha lasciato la strada a quella dei giovanotti che sognano in grande, come fa l’Italia. Arrivano i campioni da copertina, il ciclismo strizza l’occhio alla modernità e cambia tutto. Ma non la base, se non ti piace il sacrificio e la fatica, puoi anche lasciar perdere.

Fabrizio Fabbri è la scorta collaudata di campioni come Moser e Gimondi, dal 1973 al 1978 tinge la sua bici d’azzurro partecipando a sei mondiali su strada. Nove i Giri d’Italia, un Tour de France e due Vuelta di Spagna. Tra le vittorie, oltre alle tappe al giro d’Italia, ci sono il Giro di Puglia a tappe, due successi al Gp Industria e Commercio a Prato, la Tre Valli Varesine, il Giro dell’Appennino e una tappa al Giro di Svizzera.

Viveva a Quarrata dove con la Casini Vellutex ha iniziato la carriera sull’ammiraglia, con tanti anni dei dilettanti prima del decennio d’oro alla Mapei, guidando i grandi campioni che hanno fatto della squadra emiliana una delle più forti del mondo all’entrata del Nuovo Millennio. Tra loro una banda di toscanacci che rispondono al nome di Andrea Tafi, Paolo Bettini e Franco Ballerini.

Grande il legame al maestro Alfredo Martini, tale da riuscire a portarcelo nel giugno 2012 alla semplice premiazione che il “neonato” giornale PistoiaSport.com organizzò per il ct dell’Italbici. Fabrizio e Loretta “scortarono” amorevolmente Martini, al battesimo della nostra avventura giornalistica. Lui, il grande Alfredo, pungente e incisivo con le sue poche parole al momento giusto, fece il resto per una giornata indimenticabile.

Indimenticabile come la passione e l’umanità di Fabrizio Fabbri.

Elisa Pacini
Elisa Pacini
Innamorata delle parole, che sono centrali nella sua “dolcemente complicata” vita professionale. In primis per raccontare il basket e lo sport, dalle colonne de Il Tirreno (con cui collabora dal 2003) alle pagine web di Pistoia Sport (che ha contribuito a fondare). E poi come insegnante di italiano agli stranieri.

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