Max Bart, al secolo Massimo Bartolini, ripercorre la sua carriera nel motocross, dove è ancora attivo con la sua scuola a San Felice
14 aprile 1996: nella classe 125cc un pistoiese s’impone in entrambe le manche del GP d’Italia di motocross, accedendo un sogno iridato che poi si sarebbe spento ancor prima di svilupparsi. Quel pistoiese era Massimo Bartolini, in arte Max Bart, campione italiano di MX 125 nel 1988 e nel 1995. Max Bart pareva pronto per firmare il suo nome anche nel registro mondiale, vista la confidenza raggiunta con la sua TM.
Certo, il sogno era molto complesso: la 125 in quel 1996 era terreno di caccia del francese Sebastien Tortelli e della Kawasaki, che già in quel GP d’Italia si mise in mostra seppur con dei problemi tecnici. Tuttavia Max si sentiva in grado quantomeno d’impensierire quell’accoppiata, forte della tanta esperienza acquisita. Una sensazione che però durò solo quindici giorni: «In poche ore passai dalla cima del Mondiale al letto d’ospedale. Fu come perdere il treno della tua vita all’improvviso. In un attimo passai dall’essere sulla carrozza giusta all’essere a piedi». Max Bart all’appuntamento successivo, in Svizzera, si ruppe il crociato del ginocchio sinistro, perdendo irrimediabilmente quella stagione (dominata da Tortelli, che vinse quasi ogni appuntamento).
Max ha passato quindici anni nel giro mondiale, piazzandosi diverse volte e raccogliendo molte soddisfazioni, senza però mai tornare in lizza per l’iride. «Se avessi avuto una figura a metà strada fra il team manager e l’allenatore come lo sono io adesso forse su quel treno ci sarei risalito. Chiodi per dire, con cui ho corso per tutta la mia carriera, ha vinto tre titoli. Io andavo forte più o meno quanto lui, perciò penso ancora oggi che un mondiale avrei potuto vincerlo anch’io. Per questo dico che mi è mancato qualcuno che m’indirizzasse fin dall’inizio della mia carriera».

IL SORRISO AL PASSATO
Il rammarico del 1996 però non toglie assolutamente nulla alla sua carriera. Max Bart tuttora guarda indietro col sorriso, nonostante qualche piccolo sassolino nella scarpa: «Tutto sommato sono contento della mia carriera. Certamente avrei vinto di più senza tutti gli infortuni che mi hanno sempre condizionato.
Ho solo un vero rimpianto: non aver mai avuto un riconoscimento né da Pistoia né da Monsummano, dove vivo. In quegli anni a momenti veniva data più attenzione ai rally e alle cronoscalate regionali che al cross mondiale. Un po’ mi fa male che in provincia quasi nessun appassionato sappia che ad ora ci sono solo due toscani vincitori di un GP internazionale e che io sia uno di quelli. Ma alla fine è anche vero che, tolto qualche spazio su Rai Tre, il nostro mondo raramente si faceva conoscere sulle reti nazionali. Un po’ invidio i ragazzi di oggi che hanno i social e tutti gli altri canali odierni…».

IL PRESENTE CON I RAGAZZI
Oggi Max Bart, che ha appena spento 50 candeline lo scorso 14 gennaio, sfrutta la sua esperienza per coltivare i giovani talenti. Ha infatti aperto a San Felice una scuola ASD, in cui mette a disposizione un piccolo tracciato, una palestra e un’officina ai ragazzi che vogliono seguire le sue orme.
«Loro devono pensare solo a dare gas e a tenersi in forma, al resto pensiamo noi. Oltre a me in quest’avventura ci sono Simone Cappellini, altro pistoiese che come me negli anni ’90 gareggiava ad alto livello, ed il preparatore atletico di Montecatini Eugenio Ercolini. Con Eugenio collaboro da vent’anni, è grazie ai suoi consigli se da giovane ho fatto il salto di qualità. Sono molto orgoglioso di avere queste persone al mio fianco in questo ruolo che mi dà tantissime soddisfazioni. Sono le figure come le nostre che mi fanno pensare a quanto sia cambiato il nostro mondo in questi anni».
LE OMBRE DI OGGI E LE LUCI DEL FUTURO
Il segno del tempo, secondo Max Bart, si sente proprio con l’importanza che ricoprono gli staff dietro ai giovani talenti, i quali però non sempre dimostrano tanta competitività. «Forse nella mia epoca c’era più meritocrazia – rivela Max -. Solo chi andava forte davvero riusciva ad avere un team preparato di tecnici e allenatori al suo seguito. Io ero già nel giro da molto tempo quando ho iniziato ad avere queste figure al mio fianco.
Anche per questo ho deciso che avrei lavorato coi giovani una volta smesso. Oggi però, come d’altronde succede in tutto il motorsport, basta avere un bel portafoglio o un bello sponsor per avere a disposizione dritte e consigli di qualità. Va bene che il nostro sport è costoso, ma spero che questa tendenza non peggiori sempre di più. Per fortuna comunque questo problema non ci riguarda. Io seguo solo ragazzi che mi rubano l’occhio quando sono in moto».
Anche sul piano della sicurezza Max Bart pensa che si possa far di più, nonostante i tanti passi in avanti compiuti negli anni. «Io collaboro con Dainese e AGV da dieci anni nel settore fuoristrada. Ci sono state molte evoluzioni, ma ci siamo un po’ fermati. Le piste sono diventate sempre più veloci. I salti sono più alti e lunghi rispetto al passato. Le moto sono molto più performanti. Bisogna fare in modo che la sicurezza non subisca il gap con questi cambiamenti, ma sono sicuro che con l’arrivo dell’airbag il problema si farà sentire meno».

IL CROSS MEGLIO DELLA PALESTRA
Proprio sul piano degli infortuni il motocross aveva ricevuto parecchie attenzioni la scorsa primavera, quando Andrea Dovizioso aveva subito un incidente durante un allenamento. A chi pensa che il cross sia una perdita di tempo per i piloti da pista, Max Bart non dà appigli: «Il cross è utilissimo per loro. Aumenta moltissimo la sensibilità di guida e il feeling con la moto.
Inoltre è molto importante anche sul piano fisico. A livello cardiovascolare è utilissimo: gli addominali, i quadricipiti, i dorsali e i muscoli del collo sono molto sollecitati in una corsa fuoristrada. È come fare una seduta fiume in palestra, per questo è molto indicato per i piloti. L’unico guaio potrebbe invece sopraggiungere dall’abitudine: non tutti sono pronti ad affrontare la velocità anche fuoristrada ed è per questo che molti team o pure aziende lo vietano. Dovi comunque fu sfortunato: ha iniziato la sua carriera nel mini-cross ancor prima di provare in pista».
DOVI E ROSSI IMMORTALI
Proprio Dovizioso sarà uno dei rivali principali per Max Bart e i suoi allievi nel campionato italiano. Andrea infatti, a meno di un forfait di Marc Marquez, si prenderà un anno sabbatico nel Motomondiale e tornerà a gareggiare col suo primo amore: la moto da cross.
Una scelta che Max condivide a pieno: «Credo fosse inutile per lui passare un anno in un progetto che non lo convinceva a pieno. Alla fine, anche a livello remunerativo, penso non abbia senso per lui continuare a correre per forza, con l’unico scopo di tirare avanti. Fa benissimo a prendersi un anno sabbatico gareggiando in uno sport che conosce fin da quando era bambino. Poi sono sicuro che nel 2022 troverà un ingaggio adatto al suo talento e al suo carisma».
Per Max Bart, in un mondo come la MotoGP, non conta l’età. Basta pensare al suo grande amico Valentino Rossi per capirlo: «Al suo Ranch sono andato spesso e mi ha sempre detto che non vuole smettere. Fa bene a proseguire se ha ancora stimoli, d’altronde in pista conta più la testa che il fisico. Nel motocross è diverso: già a trent’anni cominci a sentire che il corpo non risponde più come vorresti. Il capolinea s’intravede già a quell’età, ed è raro riuscire a spostarlo oltre i trentacinque anni. In pista invece è la testa che decide. Vale per come lo conosco può andare avanti ancora per molto, gli stimoli non gli mancano per nulla».




