Morgia nuovo responsabile dell’area tecnica della Meridien: «Riportiamo i ragazzi a contatto con la palla, serve più tecnica e meno tattica»
Una vita spesa ad insegnare calcio in giro per l’Italia. Si potrebbe riassumere così la parabola di Massimo Morgia, prima giocatore, poi allenatore e infine manager a tutto tondo. Sì perché adesso Morgia ricoprirà il ruolo di responsabile dell’area tecnica alla Meridien, coordinando le metodologie e le linee guida degli allenamenti della prima squadra e di tutte le altre, fino al settore giovanile. Il club del presidente Fabiani c’ha visto lungo e ha piazzato il colpaccio, poiché rinforzarsi con una figura di tale spessore significa sicuramente fare un bel salto in avanti. Andiamo allora a fare quattro chiacchiere con lo stesso Morgia, fra il presente a Larciano e il passato a Pistoia.
LA NUOVA AVVENTURA IN BIANCONERO
Signor Morgia, come si è svolta la trattativa con la Meridien?
«Ultimamente ho ricevuto varie proposte, ma tutti mi volevano come allenatore. Mi sono reso conto che, dopo l’esperienza a Trapani, non avevo più la giusta motivazione per sedere in panchina. La Meridien, invece, ha saputo conquistarmi dandomi la possibilità di ricoprire il ruolo che desideravo, ovvero quello di responsabile dell’area tecnica. Nei colloqui con la società bianconera ho conosciuto persone stupende come Cristian Coduti -vicepresidente-, Elio Rinaldi -direttore sportivo-, Federico Magrini -tecnico della prima squadra- e Leandro Fabiani -presidente-. Del club larcianese mi hanno colpito le strutture e le motivazioni: anche loro, come me, hanno a cuore la crescita dei giovani. La prima persona con cui ho voluto parlare è stato Magrini. Se non avessi avuto il suo completo benestare non avrei accettato. Il mio obiettivo, infatti, non è oscurare lui o altri mister, bensì fornire un supporto».
In cosa consisterà il suo ruolo di responsabile dell’area tecnica?
«In questo momento, essendo a metà stagione, mi concentrerò maggiormente sulla prima squadra. Il progetto con le giovanili partirà più avanti, anche se comunque andrò a vedere le loro partite e i loro allenamenti. Ad ogni modo esporrò a tutti i vari allenatori la mia idea di calcio, prediligendo la tecnica piuttosto che la tattica. Il mio diktat è quello di riportare i ragazzi a contatto col pallone, farli appassionare nuovamente a questo sport badando meno a numeri e schemi. I bambini non vanno più a giocare all’oratorio o per strada, stanno troppo poco tempo a contatto la palla, tutto questo secondo me dovrebbe cambiare».
Questo sì che è un intento nobile…
«Le faccio un esempio molto semplice. L’Italia non sforna più talenti come una volta, questo penso sia un dato di fatto. Da cosa dipende questa involuzione? I grandi giocatori che hanno forgiato la gloriosa storia del movimento calcistico italiano non provenivano dalle scuole calcio, bensì dalla strada. Nella loro infanzia hanno giocato a pallone per ore e ore, solo per il gusto di farlo, senza allenatori che gli imponessero tattiche astruse. Oggi giorno molti ragazzi smettono ancor prima di cominciare, in questo modo è difficile creare una sorta di fidelizzazione. A mio parere è proprio una questione culturale: negli altri paesi ci sono impianti perfetti in ogni città, qui invece i centri sportivi di qualità latitano. Se non ripartiamo dai settori giovanili sarà difficile uscire da questo impasse».
IL LEGAME CON PISTOIA
Anche nella sua precedente avventura pistoiese aveva iniziato a lavorare in questa direzione?
«Esattamente. Quando Bargagna mi chiamò a Pistoia gli dissi subito che, dopo il primo periodo in qualità di allenatore, avrei voluto fare il responsabile dell’area tecnica, cercando di sviluppare un progetto più ampio. Già all’epoca ciò che mi interessava era lavorare sul settore giovanile, ma purtroppo non fu possibile in quanto la dirigenza mi voleva solo come mister. Per quanto riguarda la prima squadra, invece, quando arrivai quest’ultima era relegata a metà classifica, poi riuscimmo a qualificarci addirittura ai play-off. Anche nell’esperienza successiva, a Siena, si verificò la medesima situazione, e allo stesso modo, dopo aver conquistato il titolo, me ne andai».
In questi anni più volte i tifosi della Pistoiese hanno detto di rivolerla, ci sono mai stati dei contatti con la società?
«No, non ho mai ricevuto chiamate in merito, nonostante in città abbia avuto un ottimo rapporto con tutti, dalla stampa alla tifoseria. Quest’ultima mi ha sempre trattato benissimo, spero di avergli lasciato qualcosa sul piano umano oltre che su quello calcistico. Però, dopo aver lasciato la panchina arancione, non sono più tornato allo stadio a vedere le partite tranne in occasione dello spareggio per mantenere la categoria contro l’Imolese. Gli unici match che guardo sono quelli della Lucchese, squadra in cui ho giocato e che sento più mia. La sola cosa che posso dire circa l’olandesina è che, data la propria storia, si meriterebbe di stare in palcoscenici ben più importanti».



