Cerri, dal campo alla scrivania. «Pur avendo già programmato il ritiro dopo l’ultima partita ho pianto, per me ora inizia un nuovo percorso»
di Roberto Grazzini
Prima o poi arriva per ogni giocatore il tempo di appendere le scarpe al chiodo. L’importante è capire quando ciò avviene, per non correre il rischio di essere patetici. Il valdinievolino Gabriele Cerri, classe 1985, sposato con Maria e padre di Tommaso e Matilde, è un’atleta con le stigmate del vincente: talento puro, carisma da vendere, intelligenza tattica e fiuto del gol. Dopo lo spareggio salvezza perso dalla sua Lampo per mano del Pieve Fosciana, si è accorto di aver dato tutto come giocatore. In effetti ne è passata di acqua sotto i ponti da quel debutto tra i professionisti a 19 primavere con la casacca dell’Aquila Montervarchi. Poi Fortis Lucchese, Borgo a Buggiano, la parentesi col Pescia Uzzanese, la promozione in D col Montecatini e la chiusura di carriera con la maglia biancazzurra. Un palmares con otto campionati vinti per il possente trequartista, capace di giocare sia da prima che da seconda punta. Ma questo fa parte dell’album dei ricordi. Il presente parla di un ruolo da direttore dell’area tecnica del Porcari, club ambizioso del calcio toscano specie a livello giovanile che vuole crescere anche coi più grandi, ora in Prima Categoria.
di Andrea Gherardini
LACRIME VIRILI
Gabriele, partiamo dall’addio al calcio giocato: come hai maturato questa scelta?
«La decisione era già stata presa in estate, perciò approcciandomi a questo campionato sapevo che sarebbe stato l’ultimo. Prima di tutto ne ho parlato in casa assieme alla mia famiglia – come faccio per ogni cosa importante -, e alla fine ho capito che era arrivato il momento giusto per appendere gli scarpini al chiodo. Ovviamente non è stato facile…di base io piango molto raramente, ma il giorno dopo la finale play out persa col Pieve Fosciana proprio non ce l’ho fatta a trattenere le lacrime. Riguardo quella partita, avrei preferito chiudere la mia carriera in un altro modo: è l’unico rammarico».
Torniamo a quel match e, più in generale, alla stagione appena conclusa: cosa non ha funzionato?
«Quando retrocedi le cause sono molteplici. In realtà ad inizio anno eravamo partiti bene nonostante il gruppo fosse molto giovane, poi varie vicissitudini ci hanno frenato. In primis un po’ di incomprensioni a livello societario, successivamente divenute screzi all’interno dell’ambiente Lampo. Il patron Giannoni ha avuto dei paletti che lo hanno limitato, e secondo me proprio da qui bisogna ripartire. Lui ha sempre avuto potere decisionale in tutto, e questo lo ha portato a scrivere 10 anni importanti di storia biancazzurra. Se il presidente tornerà ad avere pieni poteri lavorando a modo suo, sono convinto che il club rinascerà ancora più forte».
DOLCI RICORDI
Ripercorrendo la tua intera carriera, hai dei rimpianti?
«No, assolutamente. In tanti dicono che avrei potuto fare molto di più, ma in realtà secondo me non è vero. Ognuno si merita ciò che poi effettivamente ottiene, e in questo senso io sono contentissimo del mio percorso. Il calcio mi ha formato come persona regalandomi innumerevoli gioie, non sempre senza chiedere niente in cambio. A volte, infatti, quando fai parte di una squadra ci sono momenti in cui vedi maggiormente i compagni rispetto alla tua famiglia, il che è un sacrificio. Anche questo, però, fa parte del gioco».
Se invece dovessi pensare ad una stagione in particolare, qual è quella che ricordi con maggior affetto?
«Sicuramente la 2014/2015, quando vestivo la maglia del Montecatini. Diciamo che quell’anno fu un vero e proprio spartiacque per la mia vita, calcistica e non. Ricordo che in campionato non partimmo nel migliore dei modi, e non a caso fu necessario un cambio di guida tecnica. In panchina arrivò “Josè” Maneschi, come lo chiamo io. Da lì in poi facemmo una cavalcata che riportò il club dell’airone in serie D dopo 41 anni. Questo incredibile traguardo, inoltre, combaciò con la nascita del mio primo figlio – Tommaso -. Insomma, due cose impossibili da dimenticare».
Venendo al presente, sei passato dal campo alla scrivania…
«Esattamente. Da ora in poi ricoprirò il ruolo di direttore dell’area tecnica del Porcari. La mia figura ha il compito di mettere in relazione prima squadra e giovanili, creando un percorso condiviso mirato alla crescita della società a 360°. Ora come ora il primo obiettivo è costruire la rosa “dei grandi” assieme al direttore sportivo, cosa che in futuro faremo usufruendo direttamente dei giovani costruiti in casa. Ad essere sinceri, però, non ho ancora fatto l’abitudine alla parola ‘direttore’. Avendo appena iniziato, rapportarmi con calciatori che fino a ieri consideravo colleghi è strano».



