Basket / Serie A
Pistoia Basket, ad un anno dal closing il racconto di Dario Baldassarri

Il 4 aprile 2024 il Pistoia Basket diventava americano. «Un anno complicato: con Rowan non c’è mai stato dialogo», così il consigliere del club
Un anno è un lasso di tempo che può sembrare breve o lungo, a seconda dei punti di vista. Per il Pistoia Basket e i suoi tifosi, dal closing milanese che consegnò la maggioranza delle quote del club di via Fermi agli americani della East Coast Sport Group, sembra passata una vita, dopo i recenti avvenimenti. Ma tutto ciò che è accaduto può far anche apparire questi 365 giorni come la repentina fine di una favola. Un anno intenso, per certi versi scioccante e ai limiti dell’assurdo, che oggi si chiude con un quadro di incertezza e di preoccupazione per le sorti di un club capace di realizzare vere imprese sportive e di ottenere plausi e stima da tutta l’Italia cestistica.
In così poco tempo, almeno rapportandolo a quello passato e a quello futuro, i colori biancorossi hanno toccato quello che senza alcun dubbio è il punto più basso della loro storia. La presidenza Rowan ha diviso e messo in pericolo l’ambiente attraverso una gestione sportiva ed economica i cui effetti si vedono ancora oggi, con l’ex Olimpia ormai lontano da Pistoia, allontanato dai suoi stessi soci, e con Joe David a succedergli in questo delicato momento per la società. Un anno dove è successo davvero di tutto e che oggi ci viene raccontato da chi l’ha vissuto all’interno. Dario Baldassarri, membro del CdA sia nell’era Rowan che in quella attuale, si è concesso ai nostri microfoni per tirare le fila, proprio a partire dal giorno del closing e dalle sensazioni provate nel momento in cui il Pistoia Basket divenne americano.
«Ovviamente seguii la trattativa da lontano, visto che fu gestita dalla precedente proprietà – queste le parole di Baldassarri – È chiaro che ad emergere fu l’esigenza di procedere verso questo cambio e che le speranze risiedevano in una gestione diversa rispetto a quella che poi c’è stata con Rowan. Allora come oggi c’era il bisogno di mettere in sicurezza la società».
«CON ROWAN IMPOSSIBILE DIALOGARE»
Quando si è accorto che le cose non andavano nella direzione auspicata?
«Gli episodi sono stati molteplici. Già i primi atteggiamenti di Rowan hanno causato perplessità, nei modi: parlo della sua esigenza di intervenire al di fuori del perimetro di competenza rispetto a come siamo abituati a concepire il ruolo di presidente. Il momento di rottura è stato quello noto, ossia quello della sosta e del suo non-rientro dagli Stati Uniti: lì abbiamo avuto la conferma di quelli che erano i nostri timori. Ricordo la trasferta di Trapani, quando ebbi modo di parlare per la prima volta, approfonditamente, con Steven Raso: ci confrontammo su una situazione di cui lui stesso, pur essendo socio di Rowan, non aveva piena consapevolezza. Da lì abbiamo cominciato un lavoro di approfondimento su quella che era l’effettiva conoscenza dei soci riguardo la situazione societaria e siamo riusciti ad avviare un’interlocuzione con Joe David che ci ha poi portato a voltare pagina. Insomma, il passaggio chiave per permettere alla proprietà americana di capire cosa stava accadendo e di prendere decisioni su Rowan è stato fatto qui in Italia».
Che idea si è fatto di Ron Rowan, basandosi sulle sue azioni in questi mesi?
«Penso che, per chi l’ha vissuto come giocatore, sia stato una doppia delusione. Chi lo ha visto indossare la canotta dell’Olimpia probabilmente aveva speranze anche maggiori rispetto ad un tifoso più giovane che non può averne memoria. L’idea che mi sono fatto, avendoci a che fare, è stata quella di una persona con cui non era possibile dialogare proprio per il suo non essere aperto al dialogo. Si interfacciava con i portatori d’interesse e con la città solo quando gli era strettamente necessario. Il tutto nel contesto di una piazza che ha sempre bisogno di potersi relazionare apertamente con chi riveste incarichi come quello che ha ricoperto fino a poche settimane fa».
«LA PIAZZA CHIEDE TRASPARENZA»
In questi mesi e in una situazione oggettivamente complicata, si è ritrovato a ricoprire incarichi importanti e ad essere un punto di riferimento per squadra, staff, tifosi e città. Ne ha sentito la pressione?
«Da pistoiese ho sentito la responsabilità di fare bene per la mia gente. Aldilà delle tensioni che ci sono state internamente, la mia è stata una pressione più rivolta verso me stesso. Ossia quella di non mancare mai nel supporto e nell’aiuto che in quel momento la città chiedeva ai dirigenti italiani. Per me è un onore poter sedere nel consiglio d’amministrazione e al tempo stesso un onere nei confronti di chi ama questa maglia, la supporta tutte le settimane e ha vissuto momenti di grande tensione e dispiacere. Questa non è una piazza che chiede risultati, ma trasparenza. E ciò che pretende da noi dirigenti italiani è quello di essere mediatori con la proprietà americana. Questa è la responsabilità che ho sentito di avere».
È stato più difficile, visto che parte della dirigenza italiana non godeva della fiducia della piazza?
«In questi mesi sono successe tante cose e la priorità era ricucire i rapporti con i tifosi, con la stampa e con alcuni portatori d’interesse che in quel momento non capivano la situazione. È evidente che le mie dimissioni non sono state un disimpegno, ma un atto d’impulso per smuovere la situazione. È inutile avere deleghe e incarichi se poi non si è in grado di interpretarli come si dovrebbe».
Al momento della sua presentazione, il presidente David ha detto di essere stato il maggior investitore, ad oggi, del Pistoia Basket. Com’è possibile tutto ciò, visto che per mesi lo abbiamo vissuto come una figura marginale rispetto ai soci americani di East Coast Sport Group?
«Questa è una questione che riguarda i rapporti interni tra i soci americani. C’è una società italiana, proprietaria del Pistoia Basket, che veicola le risorse che poi vengono iniettate nel club. Da parte nostra era difficile, transitando questi soldi dagli Stati Uniti all’Italia, sapere chi li metteva e quindi anche i rapporti di forza all’interno della proprietà. Abbiamo tutti dato per scontato che Ron Rowan fosse il perno della East Coast Sport Group, essendosene sempre presentato come il garante. Quando poi abbiamo avuto modo di parlare con gli altri investitori e con il presidente David, ci siamo accorti che la realtà era diversa rispetto a quella che ci era stata raccontata in origine».
PISTOIA BASKET, FUTURO E BILANCIO
Con il CdA che adesso è stato riformato (senza Rowan, nda), quali sono le mosse in programma per il futuro più prossimo?
«Penso che l’intenzione del presidente e della proprietà sia quella di mettere in sicurezza il club: questo è il primo passo da compiere, al netto dei risultati sportivi. In questo momento il CdA e l’assemblea dei soci stanno attenzionando la situazione economica della società, la proprietà poi valuterà quali possono essere le risorse da mettere in campo. Noi siamo pronti a dare il nostro contributo. Devo anche ringraziare il Consorzio Pistoia Basket City per l’impegno che sta mettendo, anche nel rappresentare l’umore del territorio».
Che ruolo reciterà adesso la parte italiana dei portatori d’interesse, dal Consorzio agli altri sponsor?
«Non posso parlare a nome loro. Credo che queste saranno tutte valutazioni che dovranno essere fatte in base al progetto che sarà presentato. Il passato recente ci obbliga, per senso di responsabilità, a non dare fiducia ad occhi chiusi. C’è una parte italiana, che comprende giocatori come Della Rosa e Saccaggi ed i tifosi, che ci ha permesso di approfondire certe dinamiche. L’altra, quella dei portatori d’interesse, deve compiere valutazioni di natura economica e finanziaria. La disponibilità a contribuire c’è, ma in questo momento ogni decisione passa prima dalla proprietà».
Fare un bilancio di questo anno è probabilmente troppo facile. Riesce però a trovare un elemento positivo?
«Non possiamo che definire questo anno con l’aggettivo “complicato”. Ma ciò che è emerso positivamente, in fondo, è la capacità di dialogare del presidente David. Al netto di tutto quello che è accaduto, oggi abbiamo una persona che comprende e ascolta le rimostranze della gente di Pistoia. Il mio auspicio è che questo dialogo possa proseguire e che si possano conciliare le esigenze della proprietà con quelle della piazza, soddisfacendo entrambe».
