Conosciamo meglio la carriera del nuovo acquisto del Pistoia Basket, che in Italia ha già vestito la maglia di Cantù
Il motto di Jazz Johnson è “heart over height” e non poteva essere altrimenti per questo ragazzo nativo di Portland, che a dispetto di una statura non certo imponente (178 centimetri dichiarati) è riuscito comunque a farsi strada nel basket. Il nuovo play/guardia del Pistoia Basket nella sua vita si è scontrato spesso con i pregiudizi legati al suo fisico, mostrando in campo a suon di canestri e di giocate vincenti che quelli che gli altri vedevano come limiti per lui erano solo stimoli a fare costantemente di più. Sin dai tempi dell’High School, come ha raccontato suo padre, Jazz si è sentito dire spesso che era “troppo basso e per questo non in grado di segnare ad alto livello al college”, oppure “un po’ sovrappeso, quindi non abbastanza veloce”. La realtà invece parla di un ragazzo che negli ultimi due anni di NCAA, quando è approdato all’università del Nevada, ha messo insieme numeri importanti: 11 punti di media il primo anno con il 45% da tre punti partendo dalla panchina, mentre nell’ultimo ha chiuso con 15,9 punti, 3,3 rimbalzi e 2 assist, tirando con il 41,7% da tre punti e con l’83,3 ai liberi.
LAVORATORE INSTANCABILE
Tosto fisicamente, buon difensore sulla palla, capace di creare gioco e soprattutto di finalizzarlo, grazie anche ad un tiro da tre punti mortifero. Le recensioni del suo primo anno a Cantù, al di là del contributo in campo, parlando di un ragazzo che si presentava ad allenamenti e partite casalinghe almeno un’ora prima dell’orario previsto. Un comportamento dettato dall’amore per il gioco, dalla sua etica per il lavoro e dalla spasmodica voglia di migliorarsi. Dichiarazioni simili le ha fatte anche coach Alford, l’allenatore del suo ultimo anno al college, che ha raccontato di come lui e il suo staff fossero quasi costretti a dirgli di uscire dalla palestra, talmente tanto era il tempo che Jazz ci passava lavorando sui suoi movimenti e sulle sue abilità. Una crescita esponenziale quella del nuovo folletto biancorosso, derivante anche dall’educazione avuta dalla famiglia che gli è stata sempre al fianco, supportandolo e guidandolo sin da bambino. Anche per questo prima di ogni partita Jazz manda un messaggio a sua madre, suo padre e a sua sorella dicendo loro che li ama.
UN PADRE COME ALLENATORE
Del resto, la caratteristica della famiglia Johnson è quella di andare oltre le difficoltà. Lo ha fatto papà Leland Johnson, tornato a camminare dopo essere rimasto paralizzato per alcuni anni a causa di due proiettili che lo avevano colpito all’addome e alla testa durante una lite per un parcheggio a Oakland. Il fatto che sia poi tornato a camminare è un mezzo miracolo, ragion per cui a casa Johnson la parola impossibile è stata bandita. E proprio il padre di Jazz è stato fondamentale per far raggiungere a suo figlio i traguardi sportivi, così come quelli accademici (si è laureato in marketing lo scorso maggio), seguendolo passo dopo passo nella sua ascesa sui campi di pallacanestro. La madre Shannon lo descrive il figlio come un perfezionista che quando lavora sulle cose va avanti fino a quando non sono proprio come devono essere, sia che si trattasse di scuola, come di sport o di qualsiasi altra cosa. Da ragazzo Jazz ha fatto tutti gli sport: baseball, football, calcio e basket, prima di dedicarsi in maniera esclusiva alla palla a spicchi. A football era bravo e gli piaceva il gioco aggressivo. Come allenatore personale ha avuto a lungo suo padre (ex giocatore di basket al college di Alameda, vicino Oakland), che seguendolo e facendolo sgobbare rigidamente lo ha trasformato da ragazzo basso e paffutello a giocatore in grado di farsi notare nel college basket. Per stessa ammissione di Jazz la sua famiglia è stata fondamentale per proteggendolo da alcuni degli ostacoli che hanno rallentato molti suoi amici, evitandogli problemi con la droga o cattive compagnie: il rispetto per i suoi genitori e la volontà di non deluderli lo hanno fatto sempre rigare dritto.
TANTE SCUOLE E UN SOLO COLLEGE
La grande recessione e le aspettative del padre per il figlio hanno fatto cambiare molte scuole e città a Jazz durante il periodo dell’High School. Da Portland a Gladstone, poi Clackamas e infine a Lake Oswego. Lo stesso per la scuola, passando dalla Benson High, alla Milwaukie High e poi ancora alla Lake Oswego High. Al tempo non molti credevano in lui come giocatore di basket, sottolineando come i suoi limiti fisici rappresentassero un ostacolo insormontabile. Johnson sognava di giocare per Oregon State, il college preferito di suo nonno, ma l’unica vera offerta di borsa di studio è poi arrivata dall’ateneo sua città, Portland. Lì è rimasto e ha giocato due anni, fino a quando nell’estate del 2017 coach Terry Porter gli ha detto che dall’anno seguente avrebbe giocato meno. Da lì la scelta di cambiare college, anche restando fermo un anno.
LA SVOLTA DI NEVADA UNIVERSITY
Il destino di Jazz Johnson, a sua insaputa, svolta in positivo proprio quell’estate, e succede tra le sedie di attesa di un aeroporto. A raccontare il fatto è stato uno dei protagonisti l’allenatore Eric Musselman, al tempo coach della squadra di basket di Nevada University. Sta guardando alcuni video di Johnson in azione, dubbioso se offrire una borsa di studio ad un giocatore della sua taglia in una squadra costruita con esterni di stazza, in grado di giocare e difendere su più posizioni. Su quei video cade anche l’occhio del figlio Matthew, anche lui giocatore di pallacanestro, che con decisione consiglia al padre di dare un’opportunità al ragazzo perché da quel che ha visto la merita e lasciarselo scappare sarebbe stata una sciocchezza. Così Jazz passa ai Wolf Pack e dopo un anno fermo per le regole del basket collegiale può finalmente esprimere il suo talento in un college che seppur non di primissima fascia e inserito in una conference non tra le più importanti è comunque tra i più accreditati e attrezzati, oltre ad essere un partecipante fissa del torneo NCAA di fine stagione. Nella città di Reno Jazz diventa subito l’idolo del pubblico, che impazzisce per le sue triple e per la grinta con cui entra in campo partendo dalla panchina. A Nevada però ci sono anche momenti difficili, inevitabili considerando che questa per lui era la prima grande avventura lontano da casa dopo 21 anni vissuti sempre nell’area di Portland. Nell’anno di stop forzato tra un college e l’altro Jazz ha dovuto operarsi ad una spalla che anche l’anno successivo è tornata a tormentarlo con una ricaduta. Inoltre, Jazz nell’ultimo anno di college è stato colpito dal lutto di uno dei suoi migliori amici, Deante Strickland, assassinato a Portland. Cresciuti insieme, simili per statura e personalità, prima rivali e poi amici, uniti da un profondo legame che ha spinto Jazz a dare ancora di più da quel momento, per onorare con il suo gioco anche il ricordo dell’amico. Nel suo anno da junior con i Walf Pack il cecchino Johnson è stato nominato sesto uomo dell’anno nella Mountain West Conference, mentre l’anno successivo è stato inserito nel secondo miglior quintetto della sua conference. Ha lasciato il basket collegiale come diciassettesimo tiratore più mortifero del paese da oltre l’arco dei tre punti: non male per un ragazzo a cui il padre ha proibito di tirare da tre punti fino ai tredici anni per stimolarlo a migliorare in altri aspetti del gioco. Perché in fondo più dei centimetri o dei chili, quello che conta davvero è il cuore e Jazz Johnson lo ha dimostrato a tutti sul parquet.


