La disfatta di Masnago ha sancito la retrocessione sul campo del Pistoia Basket, in attesa dei risolvi del caso Torino. Vada come vada, però, i tanti punti interrogativi restano
La favola è finita, o forse no. Non ancora. Ma anche se alla fine di questa via crucis (che tra ricorsi e battaglie legali potrebbe durare mesi), la carrozza del Pistoia Basket trasformatasi in zucca domenica sera in quel castello che per il basket italiano è Masnago, tornasse ad avere le ruote per qualche motivo, cambierebbe poco. Almeno in via Fermi.
Qualsiasi sarà la fine sportiva e la prossima destinazione dell’OriOra (A1 come premio onestà o Legadue come “meriti” sportivi), qualunque sia il modo in cui arriverà (ripescaggio, salvezza o retrocessione sul campo dopo l’ultima giornata se sarà confermata la penalizzazione di Torino), non cambiano e non spariscono i punti interrogativi con cui si chiuderà la stagione biancorossa.
Cosa rimane dopo un campionato così sportivamente drammatico? Da cosa si riparte per il prossimo futuro, dopo aver perso nel peggior modo possibile la possibilità di essere al gran ballo dell’A1, condannandosi ad essere la Cenerentola meno romantica della storia? Scegliete voi l’ordine, la causa e l’effetto, ma i punti chiave sono questi. E la risposta non può darla che la società Pistoia Basket, visto che quella della squadra è stata pessima sul campo.
Sul campo il progetto tecnico del Pistoia Basket è fallito. E’ fallito quello iniziale ed è fallito quello corretto, portandosi dietro nella Caporetto sportiva, un bel gruzzolo di soldi spesi durante la stagione partita in primis nel segno dell’austerity per salvare il futuro. Mai nato il rapporto tra l’allenatore della ripartenza e la piazza, anche se Alessandro Ramagli è apparso spesso un uomo solo anche all’interno della stessa società, finita subito l’illusione che Paolo Moretti potesse essere la Fata Turchina.
E pure di magie in passato da queste parti Paolino ne ha fatte ma quest’anno evidentemente non c’è spazio per i sogni visto che Pistoia perde perfidamente la serie A per mano a chi ce l’aveva condotta e con il capitano più giovane del campionato, che da tempo esce dal campo chiedendo scusa alla curva dove è cresciuto. Una scena che uno come Gianluca Della Rosa (faccia pulita di cui tutti si sono serviti per tamponare i problemi) non meritava.
Al netto di tutto quello che il teatrino dell’assurdo che è il nostro basket potrà tirar fuori per i prossimi mesi e sperando davvero che l’applicazione delle regole extracampo inizi ad essere un valore, magari fin dall’inizio dei campionati e non alla fine, il calvario di questa stagione in via Fermi deve per forza dare la spinta a più di una riflessione.
Partendo dal presupposto che la retrocessione sul campo a cui l’OriOra è andata in contro senza opporsi, è figlia del peggiore “Addio alle Armi” possibile. Nessuna resistenza, nessuna voglia di lottare nonostante la battaglia per la salvezza fosse la meno affilata degli ultimi anni. Solo tre anni fa la Virtus Bologna retrocesse con 22 punti. Solo quattro anni fa, Caserta riapriva in corsa un campionato che sembrava perso al giro di boa. Una stagione fallimentare di cui è lecito chiedersi cosa rimane.
Poco o nulla, purtroppo. Non il progetto sulla valorizzazione degli italiani paventato nella scorsa estate e costruito su una base di rischio altissima che alla fine l’ha travolto. Non l’attenzione ai conti visto che oltre a perdere i soldi del premio italiani (che in caso di retrocessione decade), si è tolto e messo una serie di toppe last minute senza pensare al buco più grosso. Quello che puntualmente si è aperto sotto i piedi della squadra quando Dominique Johnson ha fatto le valigie, alla fine del suo girone d’andata da capitano a tempo. Per poi arrivare ad un mercato di riparazione che ha portato in via Fermi delle mere figurine, che- tolto l’anarchico Mitchell- non hanno portato nulla.
Non rimane nulla, non solo per le scelte sbagliate che non hanno acceso potenziali micce come l’esplosività di Peak o la combattività di Della, ma perchè si è navigato a vista. Nonostante il rimpasto estivo che aveva partorito un nuovo Cda che doveva essere più rappresentativo di tutte le componenti societarie, un nuovo presidente e un nuovo sponsor arrivato con un progetto pluriennale. Sono loro che devono rimettere insieme i cocci di una stagione dall’esito ancora incerto, da cui il basket pistoiese esce a pezzi.



