Con gli avvenimenti dell’ultima settimana cala il sipario sulla Pistoia di Ron Rowan e degli americani. Il futuro rimane un mistero
“A Pistoia non puoi vincere. Al massimo puoi segnare più di noi”. Questa la scritta che ancora campeggia, tristemente, sul tetto del PalaCarrara. Si permetta a chi scrive di aggiungere che, a Pistoia, non è mai stato importante vincere. In una piazza piccola ma appassionata, la prima squadra di pallacanestro è stata sempre vissuta con l’entusiasmo di chi sostiene incondizionatamente, attendendo, col favore dei tempi, l’impresa, il grande traguardo, la possibilità di aggiungere un altro importante pezzo di storia. Non del basket italiano in generale, ma della propria storia. Una cronistoria di discese e risalite, non tanto diversa da quella di tante altre realtà, ma comunque unica e speciale. E sempre con al centro il parquet, la palla a spicchi, il canestro, gli uomini e gli eroi, i giocatori e gli allenatori. Insomma, l’essenza stessa dello sport.
Siamo però arrivati a questa settimana, a questi ultimi scampoli invernali, a comprendere ancora più chiaramente che a Pistoia non solo non si è potuto vincere, ma non si è mai potuto parlare di sport. Nel giro di neanche un anno solare, ossia dal closing che ha consegnato la società di via Fermi ai nuovi investitori americani capeggiati dall’ormai acclarato ex idolo sportivo Ron Rowan, è calato il sipario su tutto. Il club e la sua dirigenza a stelle e strisce si sono dimostrati incapaci di gestire in contemporanea parte sportiva ed amministrativa, dando il via ad una crisi che adesso viene curata con blande immissioni di denaro e con lo smantellamento della squadra. Il tutto per giungere ad una sopravvivenza a metà, con ritorno in A2 tramite retrocessione sul campo e futuro ancora indecifrabile annessi. Beninteso, la speranza che ciò accada e che non intervengano altre problematiche da qui alla fine del campionato è assolutamente condivisa.
L’UOMO SOLO AL COMANDO
Questa è ovviamente una sintesi. Ma nel mezzo ci sono tante domande e dubbi legittimi, sempre riguardanti una gestione che ha compromesso i rapporti con l’ambiente e la tifoseria. Non li scioglierà probabilmente Ron Rowan, tornato a Pistoia con importanti proclami, sia dal punto di vista delle ambizioni sportive che dei progetti strutturali intorno al club appena acquisito. Parte sinistra della classifica, coppe europee, nuovo palazzetto, investimenti in altri tipi di business. Una visione a stelle e strisce del “tutto e subito” che si è presto scontrata con la realtà di un mondo, quello del basket italiano, dove si deve versare abbondantemente prima di poter ricavarne gli utili. O si decide di usare il passo e la filosofia delle formiche, raccogliendo piano piano briciole e andando avanti.
Adesso che neanche le briciole sono rimaste, con un debito societario che supera di gran lunga quello della precedente proprietà, lo sforzo a partire da questa domenica sarà osservare una squadra con sempre più pezzi in fase di distaccamento affrontare, se tutto andrà bene, gare vergognosamente impari sui campi dell’Italia tutta. Anche al Forum d’Assago, per intendersi la Scala del basket italiano, dinanzi a telecamere e a testate di carattere nazionale che riporteranno il tutto. Questo non è sport, converranno tutti. E di sport, a Pistoia, raramente si è potuto parlare se non per gli scadenti risultati di un’Estra costruita in estate da un uomo solo al comando.
Lo stesso che ha cambiato tre allenatori nel giro di 5 mesi, mettendosi lui stesso a dirigere la squadra, a chiamare cambi, time-out e schemi a favore di telecamere. Con l’inibizione di tre mesi decretata dalla FIP arrivata proprio il 27 febbraio, ossia quando, dopo tanta pioggia, in via Fermi ha iniziato a grandinare. Un percorso a tappe, tra le prime manifestazioni di un disagio diffuso e l’attuale stato dell’arte, dove passare, attestandosi, alle cose di campo è sempre sembrata un’impresa. Ci sono stati, al massimo, i silenzi imbarazzati e le difficoltà a parlare di Dante Calabria prima, di Zare Markovski poi e infine di Gasper Okorn.
QUESTO NON È SPORT
Potrà pur essere vero che ci sarà tempo per parlare del passato, ma risulta impossibile non guardare, oggi, a ciò che è successo. Nell’incertezza del domani e nello sconforto del presente, l’unico appiglio che rimane è riavvolgere il nastro e chiedersi se mai, in questa stagione, c’è stata la sensazione di vivere una quotidianità sportiva. Di parlare di difficoltà esclusivamente di campo e di potenziali soluzioni, delle prestazioni dei giocatori e degli equilibri della squadra, delle scelte effettivamente tecniche o di statistiche. Ci si è provato, anche un po’ ingenuamente, salvo poi rendersi conto ogni volta di sbattere contro uno stato delle cose a cui era difficile trovare una logica.
Si è parlato di litigi tra dirigenza e tifosi e di importanti prese di posizione, di una piazza divisa tra difensori e detrattori, di figli e di amici. Si è dato voce a scuse ridicole, come motivi di salute o non conoscenza della lingua inglese. Si è riportato di visite improvvisate in altri impianti sportivi, con conseguenti timori dell’ambiente su uno spostamento del titolo sportivo. Ogni volta mettendo punto e a capo, sperando in un ritorno alla normalità, salvo poi ricredersi ogni volta. Si è arrivati, dopo la gara con Scafati e prima della sosta, con una situazione di classifica drammatica e la società che si impegnava a mettere tutto il proprio impegno per l’obiettivo salvezza fino a quando la matematica non l’avrebbe condannata. E infine si è giunti all’oggi e agli sguardi tra il perso e l’incredulo di chi ancora lavora al PalaCarrara.
Questo non è sport. Sembrerà inutile ripeterlo, ma è bene ribadirlo. E non lo sarà neanche nel futuro più prossimo, dove il nuovo disperato tentativo della società di salvare il salvabile verrà messo alla prova dei fatti e dei conti. Che finisca con la partita con Napoli o con la naturale conclusione del campionato, oggi cala il sipario sulla stagione e sul Pistoia Basket. In attesa che qualcuno si faccia avanti per ricominciare da zero, magari senza proclami e con la sola volontà di tenere viva una piazza che ha sempre fatto parlar bene di sé. Tolta la macchia, arriverà il momento di rimettere l’abito da lavoro. E forse anche chi scrive potrà tornare a parlare solo di basket.



