L’arrivo in corsa, il duello con l’Arezzo e il titolo sfiorato. L’anno della Pistoiese Juniores è da applausi: ce lo racconta mister Benesperi
Nell’annata 2021/2022 è sulla panchina della Larcianese, poi, in seguito all’esonero, Marco Benesperi si prende un momento di pausa per ricominciare più carico di prima alla guida della Pistoiese Juniores. Dopo la promozione di Consonni, infatti, la dirigenza decide di affidare all’ex trainer viola una squadra chiamata ad essere protagonista nel girone F del campionato Juniores Nazionale under 19. Detto fatto. Ne nasce un duello colpo su colpo con l’Arezzo, vinto al fotofinish da quest’ultimo. È proprio il finale di stagione ad infliggere la delusione più grande, ovvero lo scippo del primo posto. Durante l’ultima giornata, infatti, la Pistoiese perde 7-0 lo scontro diretto con gli aretini, terminando terza la propria corsa ed uscendo successivamente ai play off contro il Livorno. Il cammino degli arancioni, però, resta comunque da incorniciare.
«RINCORSA STUPENDA»
Marco, sei arrivato ad ottobre dopo la promozione di Consonni: qual è la maggiore differenza tra iniziare in estate e partire a stagione già in corso?
«Direi il tempo a disposizione per “rodare” la squadra. Se un allenatore inizia regolarmente la stagione ha diversi mesi per lavorare insieme ai propri ragazzi, cercando di trovare l’amalgama giusta. Quando invece vieni chiamato in corsa, devi provare ad ottenere subito il meglio, pur avendo a disposizione pochi giorni per adattarti. È altrettanto vero che però, contrariamente a quanto accede di solito, io sono subentrato ereditando un’ottima situazione. Consonni, infatti, non era stata mandato via per demeriti, anzi. La base era quindi già molto buona, anche se i primi 10 giorni sono stati estremamente densi di impegni importanti e, di conseguenza, non facilissimi».
Dopo un inizio così e così, però, è arrivata la svolta…
«Esattamente. Nelle prime 3 partite abbiamo stentato -anche se reputo il calo fisiologico e non dipeso da nessuno-, poi qualcosa è cambiato. È iniziata una ricorsa stupenda, che ci ha portato a giocarsi il titolo fino alla fine. Quest’anno, tra l’altro, il campionato ci ha permesso di giocare in grandi piazze blasonate, e forse proprio lì sono arrivati i risultati migliori. Ricordo per esempio i successi a Poggibonsi, Grosseto o Livorno: tutti stadi importanti in cui vincere non è semplice. Al termine dell’ultima partita ho ringraziato i miei giocatori ammettendo che è grazie a loro se ho ritrovato la passione per questo mestiere. L’esperienza sulla panchina della Larcianese mi aveva indubbiamente segnato, questi ragazzi mi hanno trasmesso nuovamente sensazioni uniche».
DIFFERENZA D’APPROCCIO
Cosa vi è mancato per vincere effettivamente il campionato?
«Ad incidere di più, probabilmente, è stato il basso numero di pareggi fatti. Mi spiego meglio. Il carattere della squadra è sempre stato improntato all’attacco, cercando ogni volta di vincere ed esprimere un buon calcio. Questo atteggiamento, di per sé assolutamente positivo, a volte ci è costato qualche punto (per esempio contro Scandicci e Prato). Magari arrivando al 90′ in parità avremmo potuto accontentarci, invece la nostra voglia di andare ad ottenere i 3 punti ha fatto sì che subissimo un gol e perdessimo. Probabilmente un po’ di malizia in più non avrebbe guastato, anche se ovviamente non la si può richiedere ad un ragazzo della juniores come la si richiede ad un veterano della prima squadra».
A proposito: quali sono le maggiori differenze nell’allenare una juniores piuttosto che una prima squadra?
«In primis, allenandoti 4 volte a settimana -di pomeriggio-, hai molto più tempo per provare tattiche e schemi. Con una prima squadra a livello dilettantistico, invece, sei costretto ad organizzare gli allenamenti la sera, con ragazzi che ovviamente dopo una giornata di lavoro vogliono tornare a casa dalle proprie famiglie. Cambia anche il ruolo che ha il mister: con i grandi devi comportarti da gestore, con i giovani l’obiettivo è anche quello di insegnar loro determinate cose e farli maturare sotto tanti punti di vista».
OLTRE IL RISULTATO
Di conseguenza, cambia anche il tipo di richiesta che si fa ad un allenatore…
«Esattamente. Ultimamente ho compreso che, per quanto possa sembrare paradossale, ai miei ragazzi perdere il campionato sia stato d’insegnamento ancor più di vincerlo. Questo perché la sconfitta fa parte della vita di un calciatore, e sono sicuro che da questa amarezza possa venir fuori un miglioramento generale. Il percorso che abbiamo fatto rimane sotto gli occhi di tutti, ed è questo che un allenatore deve valutare. Per me, infatti, in Italia troppo spesso si guarda solo al risultato senza preoccuparci d’altro. Invece, soprattutto quando si ha a che fare con una juniores, ciò che conta è il lavoro che viene fatto con i giovani».
Tanti ragazzi della juniores sono andati in panchina con la prima squadra durante l’anno: quali sono i fattori più importanti per compiere questo passaggio?
«Sicuramente non basta solo avere qualità. Come dico sempre, per diventare un calciatore vero bisogna accompagnare il talento al sacrificio e al duro lavoro, altrimenti diventa difficile fare strada. Dei miei giocatori Advillari e Frroku sono quelli che si sono allenati stabilmente con i grandi, poi ce ne sono tanti altri (Ennasry, Bezzini, Kane, Malpaganti) che settimanalmente hanno fatto il salto. Lo step che si fa in questi casi è importante, il modo in cui il giovane reagisce dice tanto sulla sua predisposizione caratteriale e mentale».


