E’ arrivato adolescente dalle Apuane, ha subito disputato le finali Under 17 e immediatamente è diventato un simbolo di Pistoia
Sono tante centocinquanta partite con la stessa maglia. Sono tante in tempi in cui le bandiere faticano a sventolare anche in campo. Qualcuna sventola ancora probabilmente a Carrara dove è nato Lorenzo Saccaggi e dove il Primo Maggio è ancora delle bandiere nero-rosse degli anarchici. Gli altri stanno dietro, perché in quella terra col “contro in testa”, la resistenza fa sempre parte dell’esistenza. Ecco il Primo Maggio, cinquantamila in piazza per gli organizzatori, duemila per la questura. Le 150 presenze di Lorenzo Saccaggi in biancorosso danno un po’ la stessa sensazione. Ci mettessimo dentro quelle giocate con le giovanili, quelle domeniche passate in panchina a guardare i grandi pur senza mettere piede in campo, quelle in cui magari è filato in tribuna all’ultimo secondo dopo esser stato in odore di convocazione, sarebbero ben di più. C’è anche questo nel libro Cuore che Lorenzo Saccaggi ha ripreso a scrivere, dall’estate 2020, a Pistoia.
Ci sono i viaggi da pendolare Pistoia – Carrara, due treni, un cambio a Viareggio o Pisa, viaggi della speranza che fanno tutte le fermate possibili, leggendo Diabolik. Ora Sacca l’intellettuale divora i gialli e legge Carrere, tomi da 400 pagine. Anche da qui si vede che il tempo è passato. Ci sono i doppi allenamenti, iniziati quasi subito, fin quando il play biancorosso arriva adolescente dalle Apuane. Le finali nazionali Under 17 dove Pistoia si affaccia dopo anni, grazie a quel ragazzino che non passa inosservato. «Quando lo vidi in una palestra di Carrara, trovandomelo contro in una gara Under 16, faceva il bello e il cattivo tempo» ci dice Cristiano Biagini, una specie di Coach Carter chiamato a contenere quel “cavallo matto” (parole sue) abituato a far tutto in campo. Il tecnico più vincente delle giovanili biancorosse si mette in testa di fargli fare il play e son tempi duri. Un po’ come quando gli avversari nelle palestre carrarine, si trovavano davanti un certo Maurizio Saccaggi. Detto “America”. Chissà da chi avrà preso il nostro golden boy. «Fu una scelta azzeccata visto quello che ha portato negli anni- ricorda Biagini- ma lì per lì lo destabilizzò. Ricordo pulmini per le trasferte che dettero gran prova di resistenza, una volta nel parcheggio del PalaSclavo di Siena pareva di essere sul Tagadà e non sul bus. Sopra c’era solo Sacca”» Il regista, il direttore d’orchestra di lì a poco Lorenzo Saccaggi lo farà per squadre che suonano i canestri in maniera celestiale. Cresce Sacca accanto ai grandi con cui si è aggregato fin dal 2009. «Non chiamatelo vecchio saggio vi prego- dice Gek Galanda– è cocciuto da buon carrarino e questa è la sua forza». «Era ed è un esempio perché non ha paura di nulla» manda a dire il suo capitano di quegli anni, Big Fiorello. «E’ testardo quanto diretto, trasparente e disponibile ed è un gran lavoratore, un ragazzo come oggi se ne incontrano pochi» parole di Guido Meini. Alcuni dei suoi prof della scuola serale del primo Sacca pistoiese che, dopo il liceo, impara nelle maratone in palestra. La fiaccola dell’anarchia cestistica in campo, vivaddio, era ed è il suo marchio di fabbrica con quel carattere granitico come il marmo delle sue montagne. E’ quella che lo porta ad affrontare difese e canestro come un giocatore che in questa A2 spesso sembra stretto, quella della parola di troppo, di quei tecnici che fioccano pur per lui giocatore corretto ma davvero mai domo. Anche perché è uno che ci dà dentro e che negli anni non si è mai accontentato.
«E’ cresciuto molto- continua il Gek Nazionale che lo incrocia nell’anno della promozione- era un giocatore d’istinto, la grinta rimane nel suo dna ma è migliorato nel tempo con movimenti tecnici precisi, ha aumentato la pericolosità del tiro da fuori». La svolta per il baby play delle giovanili è la stagione 2011/ 2012. Lui è il primo cambio di Donte Mathis che a metà anno si infortuna. Moretti lo lancia titolare a vent’anni in quella Pistoia cortissima e bellissima che è in alto e ci rimane. Sacca diventa grande di colpo, si mette al comando di una squadra che arriva alla finale promozione grazie all’esperienza di Toppo, Galanda, Gurini, alla solidità di Bobby Jones, al talento di Hardy e ai siluri di Tavernari.«Nonostante quella stagione- dice Meini– l’anno dopo tornò a fare il cambio a me. Aveva vent’anni ma aveva già fatto grandi cose. Eppure in quell’anno, in cui ebbe anche un infortunio, cercò di prendere tutto quello che poteva prendere per farlo suo». L’anno magico che porta alla notte della promozione nel giugno 2013, è anche quello della separazione tra Saccaggi e Pistoia.
Per tutti è un arrivederci, anche se sul più bello, con l’A1 conquistata fa male. Ma estate dopo estate, col telefono che non suona mai, l’arrivederci sembra di fatto un addio. Invece la chiamata più attesa arriva. E’ una vera chiamata alle armi, c’è da ricostruire tutto dopo l’autoretrocessione. E dire che Sambugaro e Carrea lo volevano anche in A1. Sacca diventa il simbolo della ripartenza insieme a chi- Gianluca Della Rosa- è cresciuto nel suo mito. Insieme hanno portato in alto la squadra di Brienza e vogliono riempire di nuovo il palazzetto. Che matti. Cavalli matti.«Se fossi un dirigente di A1 lo chiamerei subito – dice Meini– è stato un po’ snobbato ma è il campo che parla. E lui in campo ci va sempre con la faccia giusta».



